1-Non è sufficiente avere una Bibbia, bisogna anche usarla
NOI E LA BIBBIA
Per la riflessione personale, di coppia e di gruppo

di Franco Rosada
Questo numero è in gran parte dedicato alla Bibbia. Non è una scelta casuale ma una necessità dettata da almeno due ragioni: la prima è che proprio la Bibbia, in particolare i Vangeli, dovrebbe essere il punto di riferimento dei nostri Gruppi Famiglia; la seconda è che la Bibbia dovrebbe essere il libro che guida la nostra vita cristiana.
Dobbiamo ammettere che non abbiamo, per tradizione, una grande confidenza con questi testi.
Scriveva Paul Claudel: "I cattolici mostrano grande rispetto per la Bibbia e questo rispetto lo attestano standone il più lontano possibile".
La sua lettura da parte dei fedeli è stata promossa solo a partire dal Vaticano II (DV 22.26). Ma, da quando i cattolici sono stati invitati a leggere la Bibbia, in larga parte non sono stati più interessati a farlo, anche a causa del forte processo di scristianizzazione che ha interessato la nostra società negli ultimi decenni.
Ci troviamo così con un testo "vitale" nelle mani ma ne ignoriamo sovente il "codice" di accesso.
È vero, infatti, che per accostarsi alla Bibbia servono delle "istruzioni per l'uso" (cosa vuol dire Ger 31,10-12b.13?) (1) e delle spiegazioni per la comprensione del testo.
Questo è un problema che già si era posto Agostino di Ippona: egli trovava molti passi dell'AT scandalosi per la loro brutalità o ingenuità e solo attraverso la lettura allegorica che ne faceva Ambrogio nel duomo di Milano riuscì a superare questo ostacolo (2).
Questo è un problema che ci riguarda ancora oggi, la scarsa confidenza con le Scritture ci rende a volte ostica anche la comprensione dei Vangeli (ma perché sono i violenti che si impadroniscono del regno dei cieli? cfr Mt 11,12).
Serve, come abbiamo già ricordato su questa rivista in passato, una buona Bibbia e, almeno per i Vangeli, un testo di approfondimento che ci introduca al genere "vangelo" e ci spieghi il significato di ogni versetto (3).
Non pensiamo ovviamente, con gli articoli pubblicati in questo numero, di dare una risposta esaustiva alla comprensione della Scrittura, ma di riportare alla vostra attenzione l'importanza della Bibbia per la riflessione personale, di coppia, di famiglia e di gruppo.
Una riflessione che non può essere fine a se stessa ma che deve portare frutti nella vita quotidiana.
Infatti, "non basta possedere la Bibbia, bisogna anche leggerla; non basta leggerla, bisogna anche comprenderla e meditarla; non basta comprenderla e meditarla, bisogna anche viverla" (4).
formazionefamiglia@libero.it
(1) Un piccolo strumento può essere fornito dalla relazione Leggere la Bibbia: indicazioni per un primo approccio disponibile su questo stesso sito alla voce Pubblicazioni.
(2) Cfr. Agostino, Le confessioni, 5.14.24.
(3) Ci permettiamo di segnalare: La Bibbia di Gerusalemme, EDB, e Poppi A., I quattro vangeli. Commento sinottico, Edizioni Messaggero Padova.
(4) Ravasi G., La Bibbia di Gerusalemme, Introduzione, EDB 200017.

 

2-LA BIBBIA: PAROLA DI DIO E PAROLA DI CREDENTI
Nella Bibbia c'è una dimensione divina e umana perché per noi nelle Scritture c'è Dio ma c'è anche l'uomo
La Bibbia è stata scritta da uomini come noi ed è giunta a noi attraverso una tradizione di credenti. Ma tutto il processo di formazione dei testi è avvenuto sotto la regia dello Spirito Santo.

di Germano Galvagno*
Perché diciamo che la Bibbia è parola di Dio ma è anche parola di credenti?
Perché la Bibbia è espressione di un Dio che ci ha parlato, un Dio che si è rivelato per darci se stesso e non tanto delle norme morali. La Bibbia è un dono di Dio, un Dio che ci è venuto incontro, e al centro di questo "mistero" vi è Cristo.
Il cristianesimo non è la religione del Libro (come l'Islam) ma è la fede in Cristo.
I testi sono la testimonianza della fede dei credenti, sono l'attestazione della rivelazione.
Nella Bibbia c'è Dio e uno spessore umano, c'è una dimensione divina e umana perché per noi la divinità si è incarnata, per noi nelle Scritture c'è Dio ma c'è anche l'uomo.

La dimensione umana
Nelle nostre comunità questo aspetto è sovente poco preso in considerazione.
o    Ma la Bibbia è stata scritta da uomini in carne ed ossa, non per niente abbiamo quattro vangeli e quattro evangelisti. Questo criterio vale anche per l'AT: i libro sono di solito attribuiti a qualcuno, che magari non è l'autore reale ma che l'autore usa come pseudonimo (p.e. Salomone).
La Bibbia è quindi un testo polifonico, contiene una pluralità di voci, la verità si trova non in un singolo libro ma nell'insieme dei libri. Per questo serve l'interpretazione dei testi, individuando per ciascuno il genere letterario usato e il contesto storico.
o    Quello che conosciamo della Bibbia l'abbiamo ricevuto da una tradizione di credenti: la famiglia, la parrocchia, la Chiesa, ecc.
Tradizione non significa pura conservazione, come si fa con le cose antiche, ma qualcosa che è stato vissuto da coloro che ci hanno preceduto. Per questo la Bibbia va letta nella tradizione della fede.
o    La Bibbia, infine, è punto di riferimento della vita della Chiesa e dei credenti: se è vero che la Parola di Dio fa la Chiesa, è altrettanto vero che è la Chiesa che ha raccolto le Scritture.
Ai tempi di Gesù la Bibbia era ancora una raccolta di libri aperta, erano ormai fissati i libri relativi alla Legge e ai Profeti ma non gli Scritti. Questa raccolta di libri, che era significativa per Gesù, lo è stata anche per i primi cristiani, perché la rivelazione nasce da quei testi.

La dimensione divina
La Bibbia, però, non è solo parola di uomini ma è anche Parola di Dio.
È Parola di Dio per l'ispirazione sotto il cui influsso sono stati scritti: non sono stati dettati, parola per parola, da Dio, ma tutto il processo di formazione dei testi è avvenuto sotto la regia dello Spirito Santo; questo significa che, al di là delle conoscenze e del modo di pensare dell'autore umano, la Bibbia contiene quanto Dio voleva farci conoscere, quello che serve per la nostra salvezza.
In questo senso la Bibbia è Parola di Dio (DV 24), cioè contiene la sua Parola, anche se questa è più grande di una raccolta di libri, perché la Parola è Cristo, il Verbo fatto carne.
Nel cristianesimo, quindi, il centro della fede non è un libro, la Scrittura, ma Cristo. Il cristianesimo non è un fatto culturale, ma l'incontro con Cristo (tanti santi sono stati analfabeti!).
o    Ma il cristianesimo ha, nella Scrittura, il suo riferimento privilegiato, sia per la Chiesa che per i singoli cristiani. Come i bimbi piccoli imparano a parlare solo se si parla loro così succede per la Parola. Mettersi in ascolto della Parola è una disciplina, che richiede impegno, tanto più in un periodo come l'attuale in cui si fa fatica ad ascoltare e prevale la logica del "secondo me".
o    Il criterio di comprensione e unità della Scrittura è Cristo.
Come possiamo fare unità fra i testi riconosciuti dagli ebrei e i testi cristiani? Fra i testi più antichi e quelli più recenti? Il criterio di unità è Cristo, il suo mistero pasquale. Per comprendere la Scrittura dobbiamo quindi partire dai Vangeli, perché è Cristo il criterio unificante di lettura del tutto.
o    La lettura della Scrittura non può mai essere un fatto privato. E qui bisogna intenderci: va bene una lettura personale, non va bene far dire alla Parola ciò che voglio; la prima domanda da porsi sempre è: cosa dice in sé questa pagina del Vangelo?
La Bibbia ci educa ad avere pazienza, la risposta a certi interrogativi che la Parola ci suscita può arrivare dopo anni.
o    Nella Bibbia devo cercare i contenuti della fede e non altro. Non possiamo pretendere che tutto ciò che è scritto oggi risulti ancora vero: la Bibbia non è un libro di Scienze né un manuale di Storia. Vi sono alcuni fatti narrati che non sono realmente avvenuti anche se sono Veri. Il crollo delle mura di Gerico ad opera di Israele non è un fatto storico: gli studi archeologici hanno dimostrato che all'epoca dell'ingresso del popolo eletto nella terra promessa era già una città in decadenza. Ma Gerico rappresentava, nell'immaginario di Israele, un formidabile ostacolo sul suo cammino. Alla vista di quelle mura in rovina cosa pensare se non in un intervento provvidenziale del Signore degli eserciti?
Quindi, non tutto ciò che è vero può essere raccontato in modo storiografico. La storiografia critica, quella che conosciamo oggi, è una disciplina recente, è un frutto dell'Illuminismo. Nell'antichità le regole storiografiche erano altre: non contava solo il dato oggettivo ma anche ciò che era gradito al potente di turno.
o    La Bibbia non è, infine, un elenco di buoni esempi: rispecchia fedelmente l'uomo, con i suoi limiti, i suoi dubbi, i suoi peccati.

Conclusione
Nel leggere la Bibbia, dunque, la dimensione umana e divina vanno tenute insieme.
Se si dimentica la componente umana si corre il rischio di cadere nel fondamentalismo (vedi Islam). Contro questo rischio ci aiuta la ragione, perché il fondamentalismo altro non è che il suicidio dell'intelligenza.
Se si dimentica la componente divina si corre il rischio dell'utilitarismo, di far dire ai testi ciò che fa comodo. Contro questo rischio serve mettersi in ascolto: "Parla (Signore), perché il tuo servo ti ascolta" (1Sam 3,10b).
* docente di Antico Testamento presso la Facoltà Teologica di Torino.
Testo non rivisto dall'autore, sintesi della redazione.
I testi dei proff. Galvagno e Marenco riportati in questo numero sono ricavati da quattro conferenze organizzate dall’U.P.9 di Torino lo scorso autunno. http://parrocchie.diocesi.torino.it/parr048/up_incontri_parola.php

3-L'INCHIOSTRO DI DIO REGALA LA VITA

Perché tanta attenzione per la Bibbia?
Perché per un cristiano è il testo di riferimento, lo "strumento" con cui Dio ha parlato agli uomini nel corso della storia fino a manifestarsi Lui stesso come Parola e perché, più in generale, la Bibbia è il "grande codice" della nostra società occidentale a cui ha fornito "un linguaggio di parole, gesti, immagini agevolmente intelligibili" ed è servito per diffondere una serie di "racconti fondatori e di parabole esemplari" che si sono tradotte "in mirabili opere d'arte".
Ma "la Bibbia ha ricevuto questa accoglienza così universale perché narra di valori e realtà profondamente umane. Ci narra infatti dell'amore e dell'odio, della fraternità possibile e dell'inimicizia probabile, della grandezza e della miseria dell'essere umano, del confronto-scontro con la natura, con se stessi e l'altro, dei conflitti generazionali e degli scontri culturali, della sete di libertà e del fascino del servilismo, della paura della morte e del desiderio di vita piena.
Un "codice" divenuto grande non solo perché tanti lo hanno usato ma perché da sempre ha affrontato i grandi temi, fornendo chiavi interpretative non solo per "leggerli" ma soprattutto per vivere una vita umana ricca di senso".
Tratto da: Bianchi E., L'inchiostro di Dio regala la Vita, Tuttolibri de: La Stampa, Torino 20 dicembre 2008. http://archivio.lastampa.it/LaStampaArchivio/main/History/tmpl_viewObj.jsp?objid=8977034

4-I VANGELI APOCRIFI

Parlando di Bibbia può nascere un interrogativo sul canone delle Scritture: perché i cosiddetti vangeli apocrifi sono stati esclusi?
Bisogna rifarsi alla genesi degli scritti neo testamentari: Cristo non ha scritto nulla, dopo di Lui si è sviluppata una forte tradizione orale attraverso la quale si è diffuso il messaggio cristiano. I primi testi scritti sono le lettere di Paolo, che inizia a scrivere intorno al 50 d.c.
Il problema della trascrizione nasce quando vengono meno i testimoni diretti, gli apostoli, e le comunità sentono il bisogno di mettere per iscritto le loro testimonianze: di qui nascono i Vangeli.
I vangeli apocrifi hanno una doppia origine: alcuni sono testi gnostici altri sono cristiani.
I testi cristiani rispondono a curiosità specifiche (p.e. il vangelo di Tommaso, che raccoglie una lunga serie di detti di Gesù). Il limite di questi testi è di trasmetterci una visione limitata di Gesù, nel caso di Tommaso Cristo risulta solo un maestro e non Dio.
I testi gnostici (gnosi = conoscenza) hanno la pretesa di trasmettere dei segreti che Gesù avrebbe rivelato ai soli apostoli. Ma lo gnosticismo, in estrema sintesi, crede che l'uomo possa arrivare da solo a conoscere Dio, che è il contrario della rivelazione biblica.
La questione del canone cristiano verrà risolta da Ireneo di Lione: sono canonici i libri diffusi nelle comunità e non in cerchie limitate di fedeli. Dal punto di vista dogmatico il canone cattolico verrà fissato solo con il Concilio di Trento.
Germano Galvagno

 

5-L’ANTICO TESTAMENTO: UNA SINFONIA INCOMPIUTA
Incompiuta perché le promesse si compiranno solo in Cristo
Ci troviamo di fronte a testi che hanno più di due millenni di storia: per comprenderli è necessario avere alcune nozioni di base dell'antico Israele.

di Germano Galvagno*
La parola Bibbia significa libri, è infatti una biblioteca composta da 73 libri: 46 dell'Antico Testamento (AT) e 27 del Nuovo Testamento (NT). L'AT è la storia dell'antica alleanza di Dio con il suo popolo, e il termine alleanza è stato poi tradotto da San Girolamo con Testamento. I libri dell'AT sono suddivisi in base al loro contenuto: al primo posto vi è il Pentateuco (la Legge, la Torah) e poi i libri storici, profetici e sapienziali.

Leggere l'AT: quattro difficoltà
La prima difficoltà che incontriamo, per leggere correttamente l'AT, è che ci troviamo di fronte a testi che hanno più di due millenni di storia; per comprenderli senza troppi fraintendimenti è necessario avere alcune nozioni di base dell'antico Israele. La seconda è costituita dal carattere polifonico dei vari testi, che ci offrono una pluralità di voci, anche per autori che sono vissuti nello stesso periodo storico.
Un esempio per tutti: Ezechiele e Geremia, vissuti all'epoca dell'esilio, appartenevano a due partiti contrapposti, il primo scelse la strada dell'esilio, il secondo preferì rimanere a Gerusalemme. Per l'ebraismo la verità può avere più volti, non necessariamente concordanti.
La terza è che l'AT non ci parla esplicitamente di Cristo; solo alcuni testi, i più tardivi, sono aperti all'attesa messianica.
La quarta e ultima è costituita dalle modalità di trasmissione di questi testi: sono testi trasmessi per molto tempo in forma orale, arricchendosi e completandosi nel tempo. Quanto un testo veniva riportato in forma scritta è perché su di esso vi era un consenso di massima da parte dell'intera comunità di Israele

Leggere l'AT: quattro leggi di scrittura
La prima legge affronta l'antichità. Tanto più un testo è antico tanto più vale. Per questo motivo si cerca di attribuire il libro alla penna di un autore antico (p.e Salomone) o di spostare a ritroso nel tempo fatti accaduti in periodi successivi: l'alleanza tra Dio e Israele risale storicamente al Sinai, ma viene anticipata ad Abramo, il primo dei patriarchi.
La seconda riguarda la conservazione. Della tradizione ricevuta si tende a conservare tutto, anche se le esigenze sono mutate, di qui (p.e.) le contraddizioni che si trovano nelle norme di legge.
La terza tratta della continuità e dell'attualità. Le storie antiche vengono tramandate perché servono a dare risposte all' "oggi" di Israele. Le peregrinazioni di Giacobbe p.e. servono per spiegare le traversie legate al ritorno dall'esilio.
L'ultima è legata all'economia. A quell'epoca, e per molto tempo ancora, la scrittura di un manoscritto era una vero e proprio investimento economico, le immancabili revisioni erano sempre un lavoro collettivo, mai individuale.

Il Pentateuco
Questa raccolta è formata da cinque rotoli: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio. Sono i cinque rotoli ancora oggi vengono letti in modo continuo nell'ambito sinagogale, al contrario di altri testi, di cui vengono letti solo brani.
Genesi tratta, nei primi undici capitoli, delle origini (dell'universo e dell'uomo) e nei successivi dei patriarchi di Israele.
Esodo ha al centro la sovranità di JHWH (Jahweh) su Israele.
Si parte dalla lotta tra JHWH e il Faraone per il dominio su Israele; liberato Israele JHWH deve risolvere alcuni problemi concreti del popolo; viene poi descritta l'Alleanza sul Sinai e, con dovizia di particolari, i criteri di costruzione del santuario; dopo la parentesi del vitello d'oro c'è l'edificazione del santuario e la sua presa di possesso da parte di JHWH.
Il Levitico tratta della riorganizzazione della vita del popolo per realizzare un ideale di purificazione e santità. La santità è vissuta da Israele soprattutto come separazione dalle altre nazioni e questo concetto, anche se ha comportato ghetti e persecuzioni, ha permesso ad una piccola etnia di sopravvivere per oltre duemila anni.
Numeri narra la marcia di Israele verso la terra promessa, marcia narrata come una sorta di campagna militare.
Il Deuteronomio è ambientato tutto in un solo giorno: l'ultimo della vita di Mosè. La sua caratteristica sono i molti discorsi che vengono attribuiti a Mosè stesso.

I libri profetici
Il profeta non è colui che prevede il futuro ma chi parla a nome di Dio, rappresentando la coscienza critica del suo tempo. Il profeta, leggendo "i segni dei tempi" spiega al popolo riottoso cosa Dio vuol fargli conoscere attraverso certi avvenimenti.
Gli annunci profetici sono di solito aperti ad un futuro abitato da Dio, e qui si innesta la lettura cristiana. I singoli profeti non erano in grado di annunciare il Cristo, ma tra le righe i cristiani vi hanno scorto delle anticipazioni messianiche legate a Cristo.

I libri sapienziali
La caratteristica dei libri sapienziali è quella di trasmetterci norme che sembrano dettate solo dal buon senso, ma il buon senso non è affatto incompatibile con la fede.
Tre sono i libri forse più interessanti: Giobbe, Quoelet e il Cantico.
La ribellione di Giobbe, contro la sofferenza - a suo avviso - ingiustamente ricevuta da Dio va contro la sapienza tradizionale (se soffri è colpa del tuo peccato, non di Dio). Giobbe non dà una risposta la problema della sofferenza, ma riconosce di non essere di Dio e che Dio è totalmente Altro rispetto all'uomo.
Quoelet ci presenta la figura dello scettico: tutto è vanità, il Dio di Quoelet è davvero un Dio nascosto.
Del Cantico dei Cantici (il cantico per eccellenza) si sono sempre fatte due letture contrapposte: da una parte l'amore umano, dall'altra l'amore di Dio per il suo popolo.
Posto tra culture diverse che svalutavano l'amore carnale (Platone) o lo esaltavano (i culti della fertilità cananaei) Israele sceglie una via mediana: l'amore umano va apprezzato per quello che è, senza demonizzarlo né divinizzarlo.

La struttura del canone
I canoni ebraico e cristiano dell'AT sono simili (Israele non riconosce i testi in lingua greca, quelli che noi chiamiamo deuterocanonici) ma l'ordine non è lo stesso. La Bibbia ebraica ha una disposizione dei libri rivolta "all'indietro": il riferimento è la Torah, tutti gli altri libri sono una sua interpretazione.
La Bibbia cristiana ha una disposizione rivolta a Cristo: infatti, gli ultimi testi sono i libri profetici.

Perché sinfonia incompiuta?
Perché le promesse contenute nell'AT restano incompiute: Mosè non riesce ad entrare nella terra promessa, le profezie contengono minacce e promesse che non si avverano; per noi cristiani è in Cristo che si compiono le promesse dell'AT.
L'evento del NT che ci presenta in modo più significativo questa realtà è l'episodio della trasfigurazione di Gesù, riportato dai tre sinottici: il Cristo appare ai suoi affiancato da Mosè e Elia, simboli della Legge e della Profezia. Egli è il compimento di ogni promessa di Dio.
"La gloria del Crocifisso risorto è la Parola che toglie il velo, che altrimenti rimarrebbe, sulla lettura dell'AT e sul cuore di chi lo legge" (2 Cor 3,14 ss).
* docente di Antico Testamento presso la Facoltà Teologica di Torino
Testo non rivisto dall'autore, sintesi della redazione.

6-I Salmi: il libro di preghiere di Gesù

I Salmi sono inseriti tra i libri sapienziali. In realtà si tratta di un libro di preghiere. Ci sono in esso molti interventi diretti di Dio, attraverso ammonizioni, oracoli, ma c'è soprattutto la preghiera dell'uomo a Dio.
È una preghiera che attende una risposta e questa risposta è attestata da una grande silenzio, un silenzio d'attesa, a cui subentra un improvviso cambio di registro, lo sgorgare della lode. Questo scarto significa che l'orante ha ricevuto la risposta che attendeva, ma questa è indicibile, ineffabile.
Ci troviamo così di fronte a salmi che nella prima parte sono strazianti lamenti - tra tutti il salmo 22 - di uomini perseguitati, oppressi, calunniati, testi che rasentano la disperazione, sembrano senza scampo e poi, di colpo, si tramutano in lode.
Letti senza preparazione sembrano testi assurdi.
Ma chi andava al tempio a pregare prima presentava il suo lamento, la sua invocazione, e poi attendeva la risposta del Signore. E Dio rispondeva parlando al cuore, oppure attraverso le parole del profeta cultuale, del sacerdote.
Il salterio è un libro per tutti, raccoglie le preghiere di sapienti e di ignoranti, tutte piene di una profonda umanità. Nei salmi possiamo ritrovarci sempre.
Scriveva Origene: "i salmi sono le viscere di chi sa pregare".
Enzo Bianchi. Tratto dalla trasmissione "Uomini e Profeti", del 13/04/08; http://www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/view.cfm?Q_EV_ID=247595

 

7-IL NUOVO TESTAMENTO: IL COMPIMENTO DELLE PROMESSE
Quanto annunciato nell’AT, in Cristo si realizza
L'esperienza fondamentale del cristianesimo è il mistero pasquale, dal quale i discepoli comprendono che "Principio del Vangelo" è "Gesù, Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1).

di Maria Rita Marenco*
Il fondamento teologico del NT è la memoria di Gesù (anamnesi) mentre il terreno di base su cui si innesta è l'AT.

L'anamnesi
Il ricordare, il fare memoria, sia del Gesù terreno che del Cristo risorto, caratterizzano gli inizi del cristianesimo. È proprio il linguaggio usato nel NT che ci trasmette questa informazione: in esso compaiono per 75 volte verbi che fanno riferimento alla memoria.
Lo sviluppo dei testi è simile a quelli dell'AT, prima c'è la tradizione orale e solo in un secondo tempo c'è quella scritta, anche se in questo caso i tempi sono molto più ristretti (i primi testi sono di Paolo, nel 50 d.c., Marco è stato scritto negli anni 60 d.c.).
È Gesù stesso che invita i suoi al ricordo: "fate questo in memoria di me" è la frase chiave dell'ultima cena; a questo si aggiunge una memoria "raccontata" tipica di Giovanni: "i discepoli si ricordarono…" (p.e. Gv 2,17; 2,22; 12,16).
Attraverso la memoria Gesù viene compreso come rivelazione di Dio, il compimento della rivelazione iniziata con l'AT. È l'antica alleanza che diventa eterna alleanza..
Attraverso l'esperienza di fede dei testimoni di Gesù è possibile per noi oggi parlare di Lui.
Nel NT troviamo l'azione di Dio nella Storia ma anche la fede dei testimoni, attraverso documenti storici e di fede, narrazioni teologiche. Fatto curioso: sia l'ultimo libro della Torah (il Deuteronomio) che l'ultimo dei Vangeli (Giovanni) sono attraversati da un richiamo continuo, il dovere di ascoltare e custodire.
Nel primo testo la frase "ascolta Israele" risuona per sette volte, nel secondo le parole "ascolta", "ascoltare", "ascoltate" ricorrono nove volte.

Nuovo e Antico Testamento
L'AT è il terreno su cui si sviluppa la tradizione su Gesù. Il NT parla il linguaggio dell'AT, quando si riferisce ai Profeti, ai Salmi. L'AT contiene la storia profetica, le profezie cristologiche che hanno anticipato Gesù, in cui possiamo collocare la Sua figura.
La struttura del Nuovo Testamento
Parte dai Vangeli e termina con l'Apocalisse. Ma quest'ordine non è di tipo cronologico: infatti, la prima e la seconda lettera ai Tessalonicesi si collocano intorno agli anni 50 d.c. L'ordine con cui sono stati disposti i testi ha un significato teologico: i 27 libro del NT ci parlano tutti di Gesù, seppure in modo diverso.
In essi Gesù vi appare come guaritore e testimone (martire), profeta e maestro.
Ma mentre i maestri giudei venivano scelti dai discepoli in base alla loro fama, è Gesù che sceglie i suoi discepoli, che a loro volta diventano testimoni privilegiati. Egli, al contrario degli altri maestri, che chiedevano l'adesione alla legge, chiede l'adesione alla sua persona. Questo modello controcorrente che Gesù propone si fonda sulle caratteristiche del suo annuncio: il Regno di Dio.
È tra i discepoli che nasce una tradizione coltivata su Gesù: p.e. i detti sulla missione, sulla comunità, sulla centralità del Cristo (il "lasciare tutto", Lc 5,28; il non voltarsi indietro, Lc 9,62).
Il punto di svolta della loro fede è costituito dalla Pasqua: nascono da qui le formule di annuncio sulla resurrezione, i racconti di apparizione. Con la Pasqua Gesù passa da annunciatore ad annunciato.

La genesi del NT
La possiamo sintetizzare in quattro verbi: riconoscere, trasformare, attualizzare, adattare.
Questi verbi rappresentano le quattro tappe del cammino dei primi testimoni, tappe che siamo invitati a compiere anche noi.
Riconoscere. Significa fare esperienza del legame inscindibile che vi è tra il Maestro e il Cristo. Significa per noi riconoscerlo nella nostra comunità.
Trasformare. Questo è un dono dello Spirito, che permette ai discepoli di rileggere tutta la vita di Gesù alla luce della resurrezione. È la trasformazione che dovrebbe produrre in noi la partecipazione all'Eucaristia.
Attualizzare. La trasmissione avviene all'interno di una tradizione viva. Questo vuol dire ricordarsi che la Parola non appartiene solo al passato, ma anche al presente.
Adattare. I testi, tramandati per via prima orale e poi scritta, vengono adattati dall'aramaico al greco, alle esigenze delle comunità per le quali in vangelo è scritto. Per noi vuol dire "vivere" la Parola, renderla riferimento della nostra vita.

L'esperienza della Pasqua
Il NT è frutto di testimoni che ci hanno trasmesso una tradizione fedele, legata sia al Gesù storico sia al Cristo risorto.
L'esperienza fondamentale del cristianesimo è il mistero pasquale, dal quale i discepoli comprendono che "Principio del Vangelo" è "Gesù, Cristo, Figlio di Dio" (Mc 1,1).
Dopo questa esperienza la fede in Cristo si manifesta attraverso l'annuncio, la catechesi, la liturgia (le formule liturgiche): è in quest'ambito che nascono i Vangeli.

La struttura del NT
Troviamo nel NT due correnti di predicazione: la prima parte dalla Pasqua e ci mostra l'inizio delle prime comunità - Atti, Paolo, lettere apostoliche -, la seconda, sempre partendo dalla Pasqua (i racconti della passione) recupera il Gesù terreno - fatti, detti, miracoli -, e dà origine ai Vangeli.
I Vangeli sono una teologia della parola di Gesù, una biografia kerigmatica: parlando di Gesù che annuncia il Regno di Dio ci raccontano, nello stesso tempo, chi è Gesù. Per questo sono i libri che aprono il NT.
Paolo e Atti ci parlano della vita delle prime comunità, di come lo Spirito agisce in esse (p.e. l'inizio di Atti: Lo Spirito che scende sulla Chiesa).
Il NT è quindi una piccola biblioteca della comunità cristiana primitiva.
Questa biblioteca ci offre una lettura a più facce su Gesù.

Entrare nel Vangelo Gesù
Per entrarvi possiamo seguire due letture: la prima è verticale, scoprendo il rapporto che ci deve essere tra l'uomo e Dio; la seconda è orizzontale, scoprendo il rapporto che dovremmo avere con gli altri. Un passo che riassume bene queste due letture lo troviamo nella risposta di Gesù alla domanda: "qual è il più grande comandamento della legge?" (Mt 22,36-40). La Sua risposta è duplice: Dio e il prossimo.
Per entrarvi possiamo seguire diverse vie.
La prima è quella di Pietro. È la più classica, e la troviamo ben descritta in Marco: prima c'è la comprensione di Gesù come il Cristo (Mc 8,29), poi come Figlio nella Gloria di Dio (Mc 9,7), ed infine come Messia sofferente. Solo chi lo riconosce in quest'ultimo modo - il centurione romano, immagine simbolica di Pietro - può stare sotto la croce.
La seconda è la via di Giovanni, il discepolo che Gesù amava. È la più difficile: la sua è una fede illuminante, gli è subito chiaro chi è Gesù (Gv 1,41), è l'unico discepolo sotto la croce (Gv 19,26), crede nella Sua resurrezione appena vede i "segni" nel sepolcro vuoto (Gv 20,8).
La terza è quella di Maria, la più nascosta. Luca di lei sottolinea il suo sì definitivo (Lc 1,38), Giovanni il suo ruolo di mediatrice (Gv 2,3).
L'ultima è la via dell' "antitipo", di colui che abbandona, che rinuncia alla sequela o pone condizioni. Ne sono esempio i tre discepoli di cui parla Luca (9,57 ss). Questo brano sottolinea la radicalità della chiamata, ma se Lui ci chiama a seguirlo ci darà anche la forza, la grazia, per farlo.
* docente di Nuovo Testamento presso la Facoltà Teologica di Torino.
Testo non rivisto dall'autore, sintesi della redazione.

8-LA CHIAMATA DI PAOLO DI TARSO

L'incontro di Paolo con Cristo risorto è un'esperienza di rivelazione, non di conversione. Paolo ne parla in Gal 1,15, usando praticamente le stesse parole di Geremia ((Ger 1,5).
La chiamata di Paolo è superiore a quella ricevuta dai profeti: questi erano chiamati per annunciare il compimento di una promessa, egli è chiamato per annunciare la realizzazione di un tempo che si attendeva e che si è compiuto in Cristo.
Paolo, incontrando Cristo, non rinnega il giudaismo ma riconosce in Lui il Messia che Israele attendeva. Il compimento delle Scritture è Cristo, e in Lui che si realizzano le promesse dell'AT.
Con Cristo si realizza il disegno (mistero) di Dio di ricapitolare in Lui tutte le cose del cielo e della terra (Ef 1,10), in pratica realizzare in Lui una nuova creazione. Ricapitolare tutto in Cristo, secondo Romano Penna, non significa porre Cristo a capo del creato, ma innalzare il creato al suo livello.
Il cammino apostolico di Paolo, seppure in tappe successive, è considerato dall'interessato come un unico grande viaggio, che si muove a cerchi concentrici partendo da Gerusalemme. Il centro è Sion perché li si è compiuto il mistero pasquale.
Paolo riprende con i suoi viaggi, un tema tipicamente biblico: pensiamo soltanto a Esodo e al cammino di Gesù dalla Galilea a Gerusalemme.
Per comprendere le lettere di Paolo, di primo acchito difficili da decifrare, bisogna ricordare che sono destinate a delle Chiese, a comunità che hanno già ricevuto e accolto l'annuncio pasquale.
È solo cogliendo questo annuncio, che traspare tra le righe delle lettere, che queste diventano più comprensibili.
Maria Rita Marenco

 

9-CENTRALITÀ E ATTUALITÀ DELLA PAROLA
Riscoprire la radicalità del Vangelo
La vera, buona notizia, duemila anni fa per le strade di Palestina e oggi, nella nostra civiltà "super" tecnologica,
è che Dio ci vuole bene, un bene da morire…

di Valeria e Tony Piccin
I ragionamenti esposti in questo articolo prendono le mosse da una realtà importante: il sentire comune della gente che incontriamo nei nostri gruppi famiglia.

La radicalità evangelica
Questo termine, riferito al messaggio di Gesù contenuto nei Vangeli, potrebbe essere interpretato come la richiesta di uno stile di vita molto esigente per coloro che vogliono farsi suoi discepoli. Ad avvalorare questa tesi ci sono pagine come quella del giovane ricco (Mt 19,16), del perdonare settanta volte sette (Mt 18,22), dell'amare i nemici (Mt 5,43), ecc.
Sono davvero obiettivi molto alti e spesso irraggiungibili dalla nostra fragilità e povertà umana.
C'è però un messaggio più profondo nell'esempio e nelle parole di Gesù che attraversa i Vangeli e che costituisce un vero capovolgimento d'orizzonte rispetto all'AT.
Si tratta del cambiamento di prospettiva nel rapporto Dio-uomo, creatore-creatura, è il mistero dell'incarnazione, del Verbo che era presso Dio, che era Dio, e che si è fatto carne (Gv 1,1).

Il Verbo si fece carne
Un aneddoto può darci una pallida idea del mistero che racchiudono queste parole.
"Domani, io che sono un adulto di 75 Kg., diventerò una formica di 0,75 g.
Abiterò dentro le minuscole gallerie del formicaio, trascinerò con grande fatica un chicco di frumento , obbedirò, mangerò, berrò, dormirò con le altre formiche e, a quelle che sono disposte ad ascoltarmi, dirò che la loro importanza e dignità non è per nulla inferiore a quella dell'omone che le calpesta…".
La distanza tra l'uomo e la formica è infinitamente inferiore a quella che esiste tra Dio e l'uomo, eppure Gesù, l’Unigenito del Padre, ha avuto il coraggio di compiere questo passo.

Messaggi equivoci
Gesù conosceva bene la Torah (la Legge) e sapeva come in quelle scritture abbondasse la collera divina.
Neppure il tono della predicazione di Giovanni Battista lo convinse perché era una predicazione che generava più spavento che pentimento.
Anche il modo con cui la Chiesa ha presentato Cristo non sempre è stata rispettoso del messaggio evangelico. Spesso ha cercato di mettere in evidenza non il suo essere "uno di noi" ma tutto ciò che lo diversifica da noi.
L'idea diffusa anche nel nostro immaginario attuale è che Gesù era sì uomo ma "sotto mentite spoglie".
Ma è anche vero che ancora oggi Gesù sbalordisce per la carica di amore che ha avuto verso le persone più indifese, più bisognose, più emarginate del suo tempo. In Lui tutte queste persone ritrovano - oggi, come duemila anni fa - fiducia e riscoprono la loro dignità di creature fatte ad immagine e somiglianza di Dio (Gn 1,26). Per esse Gesù non è così lontano ma è un amico che ascolta e comprende.

Profezia evangelica
Il Vangelo è la più grande utopia della storia, non si impone con la forza ma con la bontà, spezza la "legge del taglione" con il perdono, non emargina chi è in condizione di inferiorità, povertà, disagio ma lo chiama "beato" (Mt 5,3).
La misura profetica del messaggio di Gesù è stata di aiutare tutti gli uomini - anche noi dell'epoca post-moderna distratti e disorientati da mille cose - a scoprire la presenza nascosta e operante di Dio nelle vicende umane. Gesù ci aiuta a riscoprire che l'uomo, se vuole, può avere pensieri "divini" che lo orientano verso il bene, il bello, il buono. Può avere un'affettività che rispecchia quella divina, ossia che sa abbracciare, capire, accogliere in maniera empatica. Può usare la sua intelligenza per realizzare qui e ora la "città di Dio", cioè un mondo più giusto, più vero, più umano.

Abbà
Il Dio che Gesù aveva studiato nella sinagoga di Nazareth era un dio "geloso" e nello stesso tempo "lontano", misterioso, di cui non si poteva pronunciare il nome né vedere il volto.
Il Dio che Gesù mostra a noi è invece pieno di bontà e misericordia verso tutti, buoni e cattivi, "abbà" di tutti e dunque "Padre nostro". Il Dio che Gesù chiede di amare con tutto il cuore, l'anima e la mente (Mt 22,37) è un amico a fianco dell'uomo che si emoziona per tutto il bene, che patisce per il male: "Gerusalemme… che uccidi i profeti…"(Mt 23,37).
Questa è la vera "buona notizia".
segninuovi@alice.it

 

10-“SCOPRIRE” NUOVE TRADIZIONI LEGATE ALLA PAROLA DI DIO
Sono scomparsi dalle nostre famiglie vecchi riti e abitudini religiose: erano solo bigotterie?

di Tony Piccin
La Chiesa ha inventato le sette forme sacramentali - che esprimono l'unico, grande sacramento che è Cristo - per affermare come, nelle varie situazioni della vita, c'è sempre la mano di Dio che guida e aiuta. Ma anche per comunicare, attraverso "segni concreti", la Grazia che la persona riceve attraverso il sacramento. Nell’uomo, infatti, spiritualità, affettività e corporeità formano un tutt'uno e anche il pensiero più teorico ed astratto ha bisogno dell'esperienza sensoriale.
Concetti come bontà, bellezza, saggezza, anche se non ne siamo consapevoli, si rifanno ad esperienze nelle quali siamo stati amati, abbiamo ammirato, siamo rimasti sorpresi da qualcosa o qualcuno che ha segnato la nostra esperienza concreta di vita.
Di qui il ruolo fondamentale della famiglia e della casa come primo luogo per la testimonianza e la trasmissione della fede.

La "casa" nella storia della salvezza
Tutti i riferimenti chiave della storia della salvezza hanno avuto come punto di riferimento la casa. La casa, secondo la prospettiva biblica, non è solo l'abitazione, ma quello spazio che costantemente accompagna il rivelarsi di Dio agli uomini.
Gesù stesso ha compiuto molti gesti significativi nelle case e a tavola, dal-le nozze in Cana di Galilea al Cena-colo. Questa dimensione familiare va riscoperta e vanno riscoperte, con la Parola che le illumina, le prospettive sia umane che liturgiche.

Le tradizioni del passato
In tempi non così lontani le nostre tradizioni familiari contemplavano una serie di liturgie, anche se al di fuori della Chiesa istituzionale. Ne ricordiamo qualcuna come esempio.
La sera della festa di Ognissanti la famiglia si riuniva per la recita del rosario. Tutti ricordano i "fioretti" da-vanti alle edicole di Maria Santissima nel mese di maggio.
A Natale si vegliava attorno al ceppo acceso nel focolare e quasi tutte le fa-miglie ospitavano, in quell’occasione, qualche persona che viveva sola. Poi il fuoco veniva lasciato acceso perché - se mai Giuseppe e la Madonna fossero passati di lì - dovevano poter trovare un po' di calore nel freddo della stagione rigida. In questo modo con il Natale veniva affermato il dovere dell'ospitalità e dell'accoglienza.
Usanze puerili? Forse, oppure no! Certo sono andate perdute e nulla le ha sostituite.

Tradizioni nuove da inventare
Il ricordare questi momenti non è le-gato alla nostalgia del passato, ma perché, anche attraverso essi, si è sviluppata la nostra fede. Non è poco in un'epoca, come l’attuale, segnata dalla mancanza di riferimenti sicuri.
Quali momenti si ricorderanno in futuro i nostri figli? Dipende molto dalle esperienze e dai momenti familiari e comunitari che facciamo loro vivere e in cui trasmettiamo loro i nostri valori cristiani.
Tuttavia non possiamo più pretendere di trovare proposte universali già sperimentate e confezionate. La nostra vita così frammentata non ci permette di ripetere aridi schemi fissi, possiamo solo attingere idee da elaborare ed ar-ricchire con la nostra fantasia e sensibilità. Ciò che importa è che questi momenti contengano messaggi importanti come: rispetto, accoglienza, solidarietà, giustizia, onestà, sobrietà, … all’interno di un rapporto interiore con Dio.

"Piccola chiesa" segno escatologico
Se ciò accade, quanto di buono i nostri figli imparano in famiglia si rifletterà anche in ambito ecclesiale e sociale.
Infatti, le nostre comunità rispecchiano le relazioni vissute all'interno della famiglia.
Di qui emerge il vincolo particolarmente stretto che lega tra loro pastorale parrocchiale e pastorale familiare. C'è uno stretto rapporto tra la qualità delle relazioni che si vivono in famiglia e la qualità delle relazioni delle nostre comunità ecclesiali.
Relazioni familiari sane possono rendere la comunità luogo di affetti e spazio di comunione, e non solo struttura organizzativa e luogo d’insegnamento teorico.

Le celebrazioni domestiche
Una delle tradizioni da "inventare" è fare nostra, può essere celebrare la liturgia della Parola nell'ambito familiare.
Questa proposta:
•    può garantire la presenza di tutti, anche di chi si trova per malattia o altro impossibilitato ad essere presente negli orari e nei luoghi di celebrazione comunitaria;
•    non è legata a schemi fissi per cui ciascuno, a seconda della sua età e delle sue capacità, ha la possibilità di parteciparvi attivamente;
•    diventa più facile l'uso libero di simboli e di segni personalizzati ed attualizzati dei quali abbiamo tutti particolarmente bisogno per percepire le realtà più spirituali;
•    è estremamente più semplice, più incisiva, più vera di tante altre esperienze;
•    è testimonianza diretta, vera, credibile, che aiuta a crescere nella santità..
segninuovi@alice.it

 

11-FAR VIVERE LA PAROLA AI PIÙ PICCOLI
Racconti, illustrazioni, film ma soprattutto le occasioni che offre la vita quotidiana

di Antonella e Renato Durante
L'incontro con la Parola è un percorso che si rinnova anche con l'arrivo dei figli. In occasione dei primi sacramenti o delle lezioni di religione a scuola tutti abbiamo avuto l'occasione di parlare di episodi o di commentare immagini relative alla Bibbia o alla vita di Gesù.
Noi ,con i nostri figli, che hanno dai dodici ai due anni, vediamo che le occasioni non mancano: si tratta a volte di una Bibbia illustrata per ragazzi regalata da amici, a volte di un film alla TV, a volte di una conversazione a tavola quando si parla di cosa si è fatto a scuola nell'ora di religione o a catechismo.
Uno dei nostri figli ha il nome del bisnonno e grande è stata la sua meraviglia quando, guardando un film su Gesù di Nazareth, ha scoperto che si chiama proprio come il fiume in cui Gesù è stato battezzato, Giordano.
Certo le immagini più familiari sono legate ai tempi liturgici: con l'Avvento anche il più piccolo ha collaborato per costruire il presepe (con statuine sempre in movimento, tanto che Erode sarebbe impazzito vedendo i Magi girovagare così tante volte dalla grotta al suo castello!).
La presenza in casa di immagini sacre, in particolare la Croce, passa apparentemente inosservata, ma basta un gioco o una discussione su quali siano i regali che si sono ricevuti che subito ci si ricorda che quel Gesù è un dono legato alla prima confessione di Giorgia.
Il più piccolo, nelle sue esplorazioni con la nonna materna, ha scoperto che di mamme a cui indirizzare i suoi baci ne esistono più di una. La sua, certo, è esclusivamente sua, ma esiste anche la Mamma bella, come la nonna chiama con profondo affetto Maria, che ha anche un bimbo in braccio che ora dorme, per cui bisogna fare piano per non svegliarlo.
A saltar sul lettone ci si diverte come matti, finché non capita che qualcuno spicchi il volo e faccia cadere qualche santo... Certo i santi sono più utili a terra che in cielo, e perciò l'occasione diventa pretesto per raccontare che quello era un ricordo di mamma e papà e che quel Francesco, con il capo circondato da un cerchio di luce, ci ricorda quanto sia bello e folle vivere il Vangelo anche oggi.
E da lì nascono le narrazioni più divertenti con il lupo che fa paura al piccolo Tobia, ma che san Francesco ha saputo calmare. E per addormentarlo le storie della Bibbia illustrate con colori e disegni bellissimi vanno molto meglio dei Tre Porcellini o di Cappuccetto Rosso; in fin dei conti è così bello e avvincente contare e riconoscere le coppie di animali che salgono sull'arca di nonno Noè, o stringersi a papà per guardare la balena che inghiotte Giona e poi lo rigetta a riva. E che dire di Davide che lotta con il gigante Golia armato solo di fionda?
In camera delle ragazze, tra i poster dei loro idoli, si incontra lo sguardo di Maria che sembra prenderle fra le braccia e consolarle quando nell'adolescenza tornano a casa deluse e amareggiate per qualcosa andato storto; o pronta a esultare come allo stadio se invece loro sono euforiche.
A volte capita anche di inciampare in qualcosa in giro per casa: qualche foglio apparentemente semi-abbandonato, il libro della Bibbia semiaperto, che i genitori prendono in mano per pregarci su, quando i figli sono a letto, e che rimane lì la sera dimenticato da mamma e papà vinti da un sonno inesorabile.
ren-anto@libero.it

 

12-QUOELET: UNO SCETTICO MOLTO CONTEMPORANEO
C’è un tempo per ogni cosa, basta coglierlo
“Quoelet è stato accusato di essere un pessimista o uno scettico: in realtà, egli è uno spirito profondamente religioso e, affermando l'illusione della felicità sulla terra, orienta le aspirazioni dell'uomo verso una felicità più alta e sicura”

di Franco Rosada
Le parole di Quoelet sembrano molto lontane dall'annuncio del Vangelo, ma rivelano una sapienza calata nella realtà quotidiana. Ho scelto alcuni versetti molto famosi per questa riflessione che voglio condividere con voi (Qo 3,2-8). Sono parole da scartare come troppo scettiche oppure sono, in filigrana, vicine alla nostra realtà di persone, di coppia e di famiglia?
È quello che vi invito a scoprire!
"C'è un tempo per nascere e un tempo per morire" (3,2a).
È la gioia per la nascita di un nuovo figlio o dell'ennesimo nipotino ma anche la sofferenza per la morte di una persona cara. È un cuore che scoppia di gioia perché in noi sta sbocciando l'amore per lei, per lui o è un cuore straziato perché questo amore sta finendo, perché non riusciamo più a comunicare.
Ma c'è anche un tempo per nascere alla grazia di Dio, e per morire alle seduzioni di questo mondo.
"[C'è] un tempo per demolire e un tempo per costruire" (3,3b).
La crisi, che può attraversare la coppia, può demolire tutto quello che è stato costruito durante la relazione. Non è sufficiente che ci si sia sposati per amore, che vi siano figli frutto di questo amore, la crisi, prima o poi, arriva. Come affrontarla?
Demolendo le sicurezze su cui avevamo costruito il nostro rapporto, che ora non servono più, perché noi siamo cambiati e il nostro rapporto, di conseguenza, è cambiato.
Costruendo il legame su nuove basi, aderenti all' "oggi" che siamo chiamati a vivere, che non può essere quello di un "eterno innamoramento".
La crisi tocca anche la vita di fede, non si può continuare per tutta la vita con le stesse devozioni, le stesse convinzioni. Gli avvenimenti, le prove, i dubbi, ci costringono a metterci in discussione: la nostra fede è abbastanza solida o l'abbiamo costruita "sulla sabbia"? Serve allora ricostruirla sulla roccia della Parola, su quel fondamento che è il Cristo morto e risorto.
"[C'è] un tempo per piantare e un tempo per sradicare quel che si è piantato" (3,2b).
Nella vita seminiamo - con ciò che facciamo, diciamo o pensiamo - il bene e a volte il male. Il nostro comportamento orienta le scelte dei nostri figli, sia quando lo assecondano sia quando agiscono in modo opposto al nostro!
I figli sono anche piante che hanno bisogno di crescere alla nostra ombra ma, prima o poi, devono andare altrove, vivere la loro vita.
C'è un tempo, ed è questo, per piantare nel nostro cuore la Parola e per estirpare le male piante dell'egoismo, della presunzione, della vanagloria.
"[C'è] un tempo per amare e un tempo per odiare" (3,8a).
Desideriamo con tutto il cuore amare ed essere amati, perché allora alcuni provano odio?
Ci sono torti, offese, soprusi davanti ai quali diventa difficile perdonare. Ma c'è anche la quotidianità della vita, che sembra così monotona, e invece ogni giorno può risultare diversa. Anche noi, che pensiamo di essere sempre gli stessi, in realtà cambiamo, e questo vale anche per chi ci è vicino.
Un figlio tanto amato può assumere atteggiamenti e comportamenti che ce lo rendono detestabile.
Possiamo arrivare ad odiare anche Dio per quello che "ci ha fatto"! Non stupiamoci di scoprirci capaci di odiare: fa parte del nostro essere uomini, l'importante è controllare questo sentimento senza lasciarci dominare da esso.
Offriamolo al Signore: Egli, col tempo, saprà curarci e guarirci!
"[C'è] un tempo per strappare e un tempo per cucire" (3,7a).
Non possiamo dire solo belle parole, avere solo modi gentili. A volte serve affermare che il male è male, che certi comportamenti sono negativi anche se "lo fanno tutti", corrispondono al modo comune di sentire, o peggio, sono dettati da una "falsa" pietà. Questo può voler dire lacerare amicizie, rapporti, legami. Ma, se la Verità fa male, serve saper usare misericordia, serve ricucire, su altre basi, i rapporti incrinati. Ci vuole pazienza, ci vuole tempo, ci vuole speranza.

Per il lavoro di gruppo
Qui finisce, per ragioni di spazio, la mia riflessione.
Se volete continuarla in gruppo potete usare gli altri versetti non ho potuto commentare.
formazionefamiglia@libero.it

 

13-PAROLA DI DIO E GRUPPI FAMIGLIA
La Parola scandisce i "momenti forti" delle attività dei gruppi:
la scuola di formazione, i campi scuola estivi, gli incontri periodici per coppie e famiglie

di Alessandro Dussin*
La Parola Di Dio è nata ed è stata scritta per una comunità di credenti.
L'ambiente naturale per leggere e condividere la Parola è costituito dai luoghi in cui di solito la comunità cristiana si raduna. Uno di questi luoghi è la famiglia.
Già al tempo di Israele, oltre che nella sinagoga, la Parola di Dio veniva ascoltata e trasmessa in famiglia. Il padre leggeva la Parola, i figli domandavano spiegazioni e così vi era possibilità, da parte degli adulti, di approfondire la storia della salvezza, di narrare le meraviglie operate dal Signore per il suo popolo.
Anche la Pasqua veniva celebrata nelle case ed era presieduta dal capo famiglia, che svolgeva funzioni sacerdotali.
Oggi siamo abituati ad ascoltare la Parola di Dio durante la Santa Messa domenicale. Qui la Parola viene letta, o meglio proclamata, dai lettori, e poi spiegata dal celebrante. Ma quanto più bella e feconda sarebbe questa Parola se fosse prima letta, spiegata, meditata in famiglia, fra gli sposi e con i figli?
Molte ricchezze della Parola di Dio vanno perdute o non comprese a sufficienza se ne confiniamo l'ascolto al solo ambito liturgico. Mentre è sempre necessaria e fondamentale la lettura personale, può essere anche molto utile leggere e meditare la Parola insieme, preti e laici, calandola nelle vicende della vita e della storia degli uomini.

La Parola e l'esperienza dei GF
Una caratteristica dei Gruppi Famiglia è quella di organizzare delle scuole di formazione. Qui si cerca sempre di evidenziare, da parte di chi tiene l'annuncio, il rapporto tra l'argomento trattato ed il messaggio del Vangelo.
Nel successivo approfondimento personale o a piccoli gruppi di coppie, un momento decisivo dovrebbe essere quello di rileggere tutto quanto detto alla luce dei brani del Vangelo o della Bibbia che sono stati proposti. "Dovrebbe" perché spesso questo aspetto rischia di essere un po' trascurato o fatto affrettatamente.

Altro momento significato è costituito dai campi scuola estivi. Alcuni di questi campi hanno avuto per tema un libro della Bibbia (p.e. Giona) e sempre i partecipanti sono rimasti meravigliati per l'attualità, la ricchezza, la bellezza della Parola di Dio.
Del resto, se il Signore ha educato per millenni il suo popolo con la Pa-rola, annunciata attraverso la tradizione e i profeti e poi riportata per iscritto nei vari libri della Bibbia, perché non potrebbe educare ancora oggi con questo strumento la sua comunità?
Siamo così sicuri di disporre di mezzi migliori? Forse confidiamo troppo nella psicologia e molto meno nella formazione biblica. Io sono del parere, forse antiquato, che dagli psicologi, come dai dentisti, bisogna andare il minimo necessario!

Ma l'attività classica dei GF è costituita dagli incontri periodici per coppie e famiglie.
Questi incontri spesso si svolgono su argomenti proposti per tutti i gruppi ma, alcune volte, qualche gruppo ha chiesto un cammino specifico su un libro della Bibbia; p.e. Ester, Isaia, ecc.
In questi incontri, comunque, il metodo da seguire dovrebbe ispirarsi al famoso criterio in tre punti: vedere giudicare, agire, proposto anche da Papa Giovanni:
1.    un fatto, un argomento, un'esperienza da presentare (vedere);
2.    il discernimento alla luce della Parola di Dio, cosa ci direbbe il Signore, trovare fatti simili nella Bibbia (giudicare);
3.    un proposito: cosa possiamo fare? Cosa farebbe il Signore al nostro posto? (agire).
Non è che si riesca sempre a fare così ma si "dovrebbe" almeno provare a farlo!

La fecondità della Parola di Dio
Per esprimere questa fecondità il cardinale Martini usava l'immagine del seme, del fiore, del frutto:
1.    il seme è la Parola di Dio;
2.    il fiore è la celebrazione liturgica;
3.    il frutto sono la conversione personale e le opere di carità.
È un'illusione accontentarsi della semina della parola, senza i frutti dell'amore. È un'illusione ancora più grande aspettare frutti buoni senza la semina e senza la fioritura nella preghiera.
Proprio per coltivare meglio la Parola, negli incontri dei GF ognuno venga con la sua Bibbia. Ora ce ne sono di veramente valide, con traduzioni ag-giornate (p.e. la Bibbia di Gerusalem-me). Non è bello né educativo riportare la Parola di Dio su foglietti volanti o fare fotocopie.

Due richieste… più una
Come sacerdote desidererei chiedere alle coppie dei GF di rendersi più disponibili per leggere la Parola di Dio durante le celebrazioni liturgiche.
E ancora: le famiglie dei gruppi si prendano l'impegno di leggere la Parola di Dio della domenica successiva nelle loro case, insieme con gli altri familiari. Così la celebrazione liturgica domenicale e la Parola di Dio ascoltata risulteranno più belle e feconde.
Infine: le persone dei GF scelgano, se possibile, di animare gruppi del Vangelo per adulti anziché il catechismo per i bambini. È sugli adulti, proprio perché genitori e quindi educatori, e non sui bambini che si fonda il futuro della chiesa e della società.

Un grazie di cuore
Per un sacerdote ascoltare le coppie dei GF è una grande grazia e un arricchimento di umanità. Leggere e meditare insieme ad altri adulti la Parola di Dio è fonte di luce e di consolazione. Grazie a questo impegno, la mia omelia della domenica risulta frutto anche delle riflessioni che lo Spirito Santo ha suggerito agli sposi per illuminare il loro cammino.
* parroco in Fanzolo di Vedelago (TV)

14-I GF: alla base Parola e vita

I Gruppi famiglia si propongono di aiutare le famiglie a riflettere sulla loro vita, sulla loro storia, a dare un senso più compiuto al quotidiano; questo si realizza solo con un costante confronto con la Parola di Dio. Infatti Parola e vita sono alla base di ogni GF.
La storia di ogni famiglia è storia di un amore vissuto; il GF e la Parola ci aiutano a fare una lettura concreta di questa esperienza ed a capirne l'apertura al divino, a gustare la consonanza tra un rapporto di amore autentico e ciò che Dio rivela di sé attraverso la Scrittura.
Il GF, in certo modo, dà le chiavi perché la coppia che vive l'amore tra i coniugi e con i figli, riconosca le tracce di Dio nella sua storia, e non di un Dio generico, ma di un Dio il cui volto è quello di Gesù di Nazareth, lo Sposo.
Questo cammino è quasi sempre il primo approccio di un GF; la Parola ed i fratelli sono determinanti per un cambio di mentalità, per un cammino di conversione. L’esigenza di un confronto costante con la Parola restano sempre come fondamento del percorso di gruppo, danno sostanza alla condivisione, trasformano un incontro pur bello di amici, in un luogo di Chiesa, in cui è presente il Signore.
La preghiera quotidiana, la stessa messa do-menicale rischiano di essere vissuti come momenti a sé, separati dalla vita di ogni giorno; il GF, mettendo al centro la Parola, aiuta a realizzare un raccordo costante tra vita e fede. Le famiglie si aiutano a vedere quanto è concreta la Presenza della Parola nella nostra vita, farne elemento che sostiene, incoraggia, mostra la strada da seguire.
Paolo Albert

15-Parola e famiglia: l’esperienza di una coppia

La nostra vita di coppia è stata da sempre caratterizzata dalla partecipazione a gruppi.
Prima del matrimonio partecipavamo alla Gi.O.C., nel quale si usava il metodo della Revisione di Vita; dopo il matrimonio abbiamo cominciato a partecipare ai Gruppi Famiglia nei quali abbiamo ritrovato questo metodo a noi caro di riflessione e di confronto con la Parola di Dio.
Dobbiamo riconoscere che nei primi anni nel gruppo non si dedicava molto spazio alla Parola di Dio, i momenti di riflessione erano dedicati soprattutto al confronto sull'educazione dei figli.
Cresciuti i figli sono rinate le domande, è riemerso il bisogno di confronto con la Parola.
Questo sentire lo abbiamo condiviso con gli altri elementi del gruppo e, con l'aiuto di don Sandro, abbiamo iniziato ad approfondire alcuni libri dell'Antico Testamento.
Abbiamo così riscoperto alcune delle nostre radici cristiane e, a mano a mano che ci addentravamo nella riflessione e nell'approfondimento, è anche cresciuta la voglia di continuare il cammino iniziato.
Durante questo periodo il gruppo si è trovato a vivere dei momenti di profondo dolore, e abbiamo tratto proprio dalla Parola conforto e speranza.
Ora nei nostri incontri parte del tempo è dedicata a approfondire le tematiche che sono state proposte nelle assemblee di zona, mentre una parte importante viene riservata all'approfondimento biblico.
Il fatto di condividere la Parola ci fa sentire più vicini, più liberi gli uni verso gli altri e ci permette di confrontarci sulla nostra vita in maniera più autentica.
Cinzia e Roberto Vescovo

 

16-A proposito di campi estivi
L’ICONA DI CANA DI GALILEA
Fare esperienza della preghiera con le icone

di Ernesta e Gianprimo Brambilla
Lo scorso anno, nell'organizzare il campo estivo per i gruppi famiglia, si è voluto introdurre il tema della giornata partendo dalla meditazione di un'icona. Sapevamo che era qualcosa di "particolare"; infatti, la maggior parte delle coppie partecipanti non aveva mai avuto modo di accostarsi alle icone come strumento di preghiera e non conosceva la simbologia e i colori in essa rappresentati.
Però, dopo la meraviglia e i dubbi dei primi giorni, aiutati da Maria Grazia Bussi, ci si è lasciati riempire da tutta la bellezza e ricchezza di contenuti che sgorgavano dalle icone.
Personalmente ci è piaciuta l'icona delle nozze di Cana, anche perché è quella che ha guidato il cammino pastorale di questi anni nella diocesi ambrosiana.
La scena raffigurata riassume il brano del vangelo di Giovanni (2,1-12) e ne sottolinea i momenti fondamentali: il dialogo tra Maria e Gesù riguardo la mancanza di vino, il servo che riempie le giare, Gesù mentre benedice l'acqua e la trasforma in vino, il maestro di tavola che assaggia il vino nuovo, gli sposi che si interrogano stupiti su quanto è avvenuto.
Ci sembra che questa icona possa essere messa al centro della nostra casa per essere ogni giorno contemplata: quando avvertiamo che tra noi viene a mancare il vino che dà gioia alla relazione tra noi e con i nostri figli; quando avvertiamo il desiderio che le nostre giare vuote siano riempite da Colui che dà senso alla nostra vita; quando riconosciamo che se siamo aperti al miracolo dell'amore, il vino nuovo sarà sicuramente più buo-no del precedente; quando sappiamo riconoscere che quanto avviene non è merito nostro, ma della Sua grazia.
Abbiamo quindi scoperto e imparato che guardare un'icona non è fermarsi ad apprezzare solo il lavoro dell'artista, ma è contemplare la Parola di Dio che attraverso le immagini ci parla e ci dà occasione di benedire il Signore per le cose belle che Lui ha operato con noi e per noi.
Dobbiamo ammettere che siamo un po' come i bambini, se guardiamo le immagini riusciamo meglio a fissare i contenuti, contenuti che - davanti all'icona - devono diventare momenti di ascolto, di contemplazione, di ringraziamento, perdono ed intercessione.
Non è sicuramente facile… ma Lui ci sa accogliere come siamo, con i nostri limiti e debolezze, sempre pronto ad accogliere la richiesta di Maria che, come madre attenta, gli dice: "Non hanno più vino".
ernesta.gianprimo@virgilio.it

17-INCONTRI E CAMPI PER FAMIGLIE 2009
Il calendario provvisorio

Collegamento regionale GF Piemonte
Domenica 17 maggio ad Asti presso l’Oasi dell’Immacolata, via U. Foscolo, 21.
Tema: Amore divino e amore umano nella Bibbia.
Relatore: dott. Carlo Miglietta.
Orario: 9,45 - 16,30, si conclude con la S. Messa. Pranzo al sacco.
Animazione per ragazzi e bambini.
Info: famiglia Albert 349 5397238

Campi Estivi per Famiglie
2-9 agosto S. Giacomo di Entraque (CN)
Tema e relatori da definire.
Info: Angela e Tommy Reinero, 347 5319786, tommy.angela@libero.it

8-15 agosto Col Perer (BL)
Tema e relatori da definire.
Info: Laura e Valerio Agnolin, 0423 476184, vaagnolin@libero.it

9-16 agosto San Giovanni di Spello (PG)
Tema: L’accoglienza come dimensione essenziale per la vita della famiglia.
Relatori vari di alcune comunità umbre.
Info: Antonella e Renato Durante, 0423 670886, ren-anto@libero.it

9-16 agosto Pollenza (MC)
Tema: La famiglia nella Chiesa e nel mondo. Rel.: dott. Pietro Boffi, CISF.
Info: Ernesta e Gianprimo Brambilla, 039 6079037, ernesta.gianprimo@virgilio.it

16-20 agosto Chiappera (CN)
Tema e relatori da definire.
Info: Isabella e Stefano Tomatis, 0174 329404, costacalda@libero.it

16-23 agosto Tramonti di Sopra (PN)
Tema: Trasformazione, sfide e risorse della famiglia. Relatori da definire.
Info: Valeria e Tony Piccin, 0423 748289, segninuovi@alice.it

 

18-Notizie dall'associazione formazione e Famiglia
5x1000: grazie per le vostre firme!
Il bilancio consuntivo per l’anno 2008

Il bilancio dell’associazione Formazione e Famiglia, editrice di questa rivista, quest’anno riporta un discreto attivo.
Questo è, prima di tutto, merito di voi lettori, che ci avere sostenuti nello scorso anno con i vostri contributi, sovente superiori alla quota minima. Ma ci avete anche sostenuto con le vostre firme nella dichiarazione dei redditi.
A fine anno abbiamo ricevuto dall’Agenzia delle Entrate la quota del 5x1000 relativa all’anno fiscale 2006. Si è trattato di una cifra pari a circa il 40% del nostro bilancio ordinario.
Si tratta di una cifra importante, la cui destinazione sarà decisa a livello di giunta e di cui vi daremo conto in queste pagine.

Un piccolo promemoria
Da marzo in poi ritornerà d’attualità la dichiarazione dei redditi. Vi ricordo che quanto avete versato lo scorso anno attraverso il CCP intestato all’associazione come “contributo liberale” lo potete portare in detrazione quest’anno (p.e. nel modello 730/2009 l’importo va riportato al quadro E, rigo E19-21 specificando il codice 20: Onlus).
Sempre nella dichiarazione dei redditi, anche quest’anno c’è la possibiltà di devolvere il 5x1000 dell’imposta Irpef pagata alla nostra associazione. La firma va posta nella prima casella il alto a sinistra (sostegno del volontariato...) riportando, subito sotto, il codice fiscale 97571710017.
Noris Bottin, presidente ass. Formazione e Famiglia

19-I temi di quest’anno della rivista

Seppure in ritardo, come redazione abbiamo definito i temi che, in linea di massima, svilupperemo nell’anno corrente.
Contiamo di uscire con quattro numeri di venti pagine, rispettando il più possibile la cadenza trimestrale.
I temi dei prossimi tre numeri sono:
•    I Gruppi Famiglia: il punto dopo quasi vent’anni di attività.
•    Genitori e figli: un tema sempre attuale su cui riflettere.
•    Diversità e accoglienza: noi e gli altri, in una società sempre più chiusa nel privato e xenofoba.
La redazione

 

20-Leggere la Bibbia
L’AT: i cieli narrano la gloria di Dio

a cura di Franco Rosada
Dopo aver visto la struttura dell'Antico Testamento (AT) affrontiamo ora il contenuto dei vari libri. Ogni buona edizione della Bibbia contiene già, per ogni libro, un testo introduttivo. Scegliamo quindi un altro approccio: quello di procedere per temi. Questo metodo è più impegnativo ma permette una lettura trasversale attraverso i vari libri dell'AT.
Il primo tema è quello della creazione: lo spazio e quanto in esso contenuto. È il tema del primo capitolo di Genesi. Si tratta di un inno liturgico con una scansione solenne e ripetitiva.
In modo più poetico, la stessa descrizione si può trovare nel salmo 136,4-9, il "grande Hallel", la lode per eccellenza. La stessa poetica è presente nel salmo 19,2-14, dove si parla di due soli: l'astro celeste e quello che brilla nell'anima di Israele: la Torah, la Legge.
Qui si coglie la diversità tra Israele e i popoli a lei vicini. Se il sole è la grande divinità dell'Egitto, per la Bibbia il sole e gli astri del cielo sono solo creature, che ci rimandano al Creatore.
Più in generale tutta la natura è sotto il dominio di Dio (Sal 29) e Dio è sempre "altro" rispetto alla natura e alle realtà umane (Is 40,12.15.17).
Com'è strutturato il cosmo nell'AT? Non ne abbiamo una descrizione compiuta ma solo accenni (vedi disegno a fianco). Il primo di questi lo troviamo proprio in Gn 1,2-10. Si parte da una serie di elementi negativi: deserto, tenebra, abisso, che "sono vinte dalla parola divina creatrice". Permane un elemento negativo: "le acque" che vengono confinate da Dio sopra, intorno e sotto la terra e sono sotto il Suo dominio (Gb 38,8-11).
Dal mare emerge la terra ferma (Gn 1,10) che viene concepita, in senso mistico, come organizzata in cerchi concentrici: il mondo, Israele, Geru-salemme, il tempio.
La terra promessa caratterizza le promesse di Dio ai patriarchi (Gn 12,17, 13,15; 15,18; 17,8), in questa splende la città santa (Sir 24,8-12) e al centro di essa il tempio (Sal 84,2-4.11).
Come l'infinità di Dio può rendersi presente nel tempio? È una questione che il re "teologo" Salomone affronta il giorno della consacrazione dello stesso ( 1Re 8,27-29).
"Dio ascolta dal suo "spazio" infinito ma accetta di rendersi udibile e operante all'interno dell'area sacra del tempio, che non è la residenza terrena della divinità… ma solo segno di un incontro tra la libertà umana e quella divina".
Sintesi da: Ravasi G., Il racconto del cielo. Le storie, le idee, i personaggi dell'AT, Mondadori, Milano 1995, p. 11-32.

 

21-Contro la noia di certe omelie
Cosa Dio vuole dirmi con la sua Parola?

Sarà l'età, sarà l'abitudine, ma trovo le omelie domenicali del mio parroco molto ripetitive e poco significative per la mia vita di fede. Cambiare chiesa mi sembra un po' tradire la comunità parrocchiale ma non so che altro fare. Cosa mi suggerisce?
Giuseppe

Risponde don Gianfranco Grandis, vicario episcopale per la cultura della diocesi di Verona
L'omelia del sacerdote fa parte integrante dell'eucarestia. Essa quindi dove essere accolta come si accoglie la Parola di Dio, che continua a parlare agli uomini alla sua maniera, utilizzando mezzi semplici e talvolta anche inadeguati. Io, quando partecipo all'eucarestia, pur essendo sacerdote, ascolto il mio confratello sforzandomi di mettere da una parte l'atteggiamento critico, e domandandomi: che cosa Dio vuole dirmi attraverso queste parole che mi possono anche suonare noiose, scontate, lontane dalla mia vita?
È vero, però, che l'omelia in questo tempi è diventata il segno di una crisi che tocca la stessa Chiesa. Non sono io a dirlo. È lo stesso papa Benedetto XVI. Sentiamo che cosa ha detto in proposito: "Parlare della crisi della predicazione è ormai divenuto oggi un luogo comune: il suo contenuto, il suo metodo, la sua collocazione sono ugualmente divenuti discutibili; sorgono tentativi di riforma di diversissima natura, dalla fuga in un rigido biblicismo fino allo schietto dialogo nella comunità, nel quale i presenti si limitano a scambiare le loro opinioni e a cercare eventualmente delle massime per una condotta comune, sulla base di opinioni acquisite insieme. Dietro tutto ciò sta, come causa centrale, la crisi della coscienza della Chiesa".
Lo stesso recente Sinodo sulla Parola di Dio ha trattato della questione. Auspicando un Direttorio al riguardo, ha dato questi tre indicazione ai sacerdoti per preparare l'omelia. Devono porsi tre domande: - Che cosa dicono le letture proclamate? - Che cosa dicono a me personalmente?- Che cosa devo dire alla comunità, tenendo conto della sua situazione concreta?
Che cosa suggerire? Innanzitutto non essere passivi di fronte all'omelia, ma parteciparvi attivamente, leggendo preventivamente la Parola, traducendo l'ascolto nella propria vita, ascoltando poi anche tra le righe, eventualmente anche chiedere un colloquio con il sacerdote per affrontare la questione.
giancarlograndis@tin.it

22-È FINITA L’EPOCA DEL CONCILIO?

Nell'immediato post-Concilio si parlava tanto di apertura della Chiesa al mondo. Ma l'attuale contrapposizione tra Magistero e non credenti mi sembra compromettere il dialogo tra Chiesa e cultura contemporanea. Vorrei sentire il parere di un laico che ha vissuto l'epoca conciliare.
Alessandro

Chi ha vissuto l'epoca conciliare ha ormai, come me, i capelli bianchi: sono stati anni che ci hanno spalancato la mente e il cuore, è stata davvero una primavera della Chiesa. Ricordo gli incontri in cui i nostri vescovi ci interpellavano, come universitari della Fuci, su cosa ci aspettassimo dal Concilio: quanto è uscito ha enormemente superato le nostre attese. La prima sorpresa è stata la riforma liturgica: finalmente tutti potevano capire! La seconda la riscoperta della Bibbia: la Parola offerta al "popolo di Dio" e non riservata ai soli addetti ai lavori… e poi la Gaudium et Spes e tutti gli altri documenti.
Con gli anni molto è stato tradotto in pastorale, ma molto si è appannato e qualcosa è stato anche sepolto.
Un appannamento tangibile, che pare rifiutare il rispetto e la comprensione delle culture, è il permesso di celebrare l'Eucaristia in latino: che un circolo di latinisti lo desideri e possa trovare un prete disponibile va anche bene, ma che dei parroci lo impongano ai loro fedeli è un'altra cosa…
Il rischio è tornare a proporre "il Vangelo e la cravatta" come ci diceva un Padre conciliare congolese parlando dell'impatto di certe presenze missionarie, ma che, oggi, nessuno è più disposto ad accettare.
Un secondo, molto più articolato e difficile da analizzare, è certamente la difficoltà di dialogo Fede-cultura: nella Gaudium et Spes, pur rimanendo fermi sui principi, i Padri conciliari lasciavano trasparire una "cordialità", una "simpatia" che oggi non troviamo più…
Segno dei tempi? Segno che gli intellettuali credenti non sono più capaci di dare testimonianza di fede nei loro ambiti? Segno che, come Chiesa, ci si sta trincerando in difesa e, anziché essere sale che dà sapore, si sta tornando in cattedra?
Come vedi, rispondo con interrogativi al tuo interrogativo.
Anna Lazzarini

 

23-CARO PROF, TI SCRIVO...
Finalmente qualcuno che mi chiede: parlami di Dio
Una liceale scrive al suo vecchio professore di religione delle medie per chiedergli per aiutarla nella sua ricerca di fede. Giulia ha il coraggio di mettersi in gioco per confrontarsi sul serio con l'immenso tema della Presenza di Dio. E voi, a che punto siete nel vostro cammino di fede? Siete disposti a mettervi in gioco?

Carissima Giulia,
non ti nascondo lo stupore di ricevere una tua lettera dopo tanti anni. E non ti nascondo l'impressione positiva che mi ha pervaso durante la lettura del tuo scritto.
Mi sembrava di vederti parlare concitatamente mentre riconoscevo il tratto immutato della tua calligrafia!
Certo: il sottile ragionare non è più quello dell'estroversa alunna di terza media, ma l'incedere calibrato della liceale all'ultimo anno.
Ti rivolgi a me - scrivi - "in quanto prete, perché tutto sommato sei l'unico che mi viene in mente se voglio fare un po' di ordine quando ragiono di fede".
Ti ringrazio della fiducia! Ti ringrazio soprattutto perché confermi una delle cose in cui ho sempre creduto: che la fede passa attraverso il contatto, l'amicizia, la stima reciproca, il sorriso disponibile e aperto. E il sapere che un incosciente giovane prof di religione alle medie ha comunque rappresentato un punto di riferimento mi gasa un po' ... (lo so, lo so, con questa frase mi becco tre settimane di purgatorio in più ...).
In secondo luogo resto stupito dal fatto che ti rivolga a me come prete.
"Perché?", ti chiederai.
Semplice: nel contatto medio che ho con le persone sono (in ordine di frequenza): giovane (perché nessuno sa che i preti non nascono vecchi ...), funzionario della Chiesa (quando cerco disperatamente di accogliere chi viene da me per un certificato), facitore di Messe (nota la raffinata dicitura che ben si addice alla mentalità dell' "ascoltare la Messa", "prendere la Messa"), reazionario (rispetto ai molti post-moderni che catalogano la fede nell'ambito delle sciocchezze e, di conseguenza, la Chiesa Cattolica come l'incontrastata sovrana di questo ambito) e, infine, opinionista (alla sola idea che a questo termine si associa l'immagine di certi personaggi televisivi, mi deprimo).
Per fartela breve: quando succede che partecipo ad una cena, sta pur certa che dopo qualche portata, scioltosi l'ambiente, superate le formalità, arriva qualcuno che imbastisce una brillante conversazione al vetriolo su temi di attualità quali: la Chiesa è arretrata, l'uso degli anticoncezionali, il comportamento di quell'antipatico prete che..., è ingiusto che i preti non si sposino, e altre amenità di questo genere.
Mai uno che mi chieda: "prete, parlami di Dio".
Mai uno che abbia il coraggio di mettersi in gioco, su quel terreno comune che è l'umanità e la ragione, per confrontarsi sul serio con l'immenso tema della Presenza di Dio.
Credimi: ho nostalgia dei luoghi dove Gesù è sconosciuto, dove di Lui si può parlare francamente, senza pregiudizi, senza presunzioni, senza piccole nozioni acquisite al catechismo.
Per assurdo, il nostro tempo cristianizzato (perché bisogna riconoscere che un riferimento culturale alla fede cristiana esiste), ignora Cristo, o, peggio, lo relega in una delle proprie categorie interiori a metà strada tra sentimento religioso e ammirazione superficiale.
Ma, lo confesso, leggendo il tenore della tua lettera, mi sembra che tu non sia il tipo che voglia perdere e farmi perdere tempo. Mi parli della tua ricerca di fede in maniera forte, reale, coinvolgente e dei dubbi che ti gettano nello sconforto come qualcosa di insostenibile.
Che dirti, Giulia?
Ci sto, accetto la sfida. Come dice san Pietro nella sua seconda lettera, sono pronto a darti ragione della speranza che è in me.
Solo ti chiedo che ... No, scusa, sto già anticipando una riflessione che verrà più avanti.
Aspetto, dunque, la tua lettera, se vuoi, finché vuoi, per incominciare un itinerario comune. Ti accompagnerò, perché io non ti posso mostrare la fede, né convertirti. Posso solo accompagnarti dal sentiero della ragione fino ad arrivare alle soglie della fede, in un linguaggio semplice, che parta dalla vita. Per fare il prete come vuole il Signore Gesù, una volta tanto.
Ti abbraccio forte
Paolo Curtaz

Carissimi,
Se l’argomento v’intriga, se l’interlocutore vi sembra uno “furbo”, accendete il computer, andate in Internet e cliccate qui sotto: www.tiraccontolaparola.it/template_pagine/pg_18.asp?idct=79&idlv=30
Ci auguriamo che troviate quello che cercate. Buona navigazione!
La redazione

 

24-IL VECCHIO LIBRO
Dove si può trovare la vera felicità?

Un povero contadino di nome Giovanni viveva in uno sperduto paesino con la moglie Franca e il suo bambino Marco.
Giovanni si alzava all'alba, lavorava tutto il giorno e tornava a casa che ormai era notte.
Un giorno, mentre in un campo calzava le patate, urtò con la sua zappa un oggetto. Si trattava un portafoglio e dentro c'erano molti soldi. Giovanni era molto felice: decise di tornare subito da sua moglie per comunicarle questa bella notizia.
Quanti progetti fece lungo il cammino, contento come una pasqua. Pensava, gioiva e camminava, ma… quando arrivò a casa, si accorse che aveva perso il portafoglio appena trovato.
Era ormai sera, la strada era buia e, per quanto cercò, non riuscì più a trovare il portafoglio. Si sedette per terra, e iniziò a piangere.
Mentre era in quello stato, passò di lì un uomo. Era un Signore un po' strano e teneva in mano un grosso libro. Chiese a Giovanni: "Perché piangi?" e lui gli raccontò la sua triste disavventura. Il Signore restò in silenzio ad ascoltare, poi gli disse: "Io non ho denaro da darti, però ti posso regalare questo libro". Porse a Giovanni il suo grande e vecchio libro, e se ne andò. Giovanni rimase sbigottito: "Cosa me ne faccio di un libro, vecchio per giunta? Quell'uomo deve essere proprio un matto, oppure uno più povero di me!"
Giovanni rientrò a casa, triste e sconsolato. Non raccontò nulla del portafoglio a sua moglie, ma le disse che aveva incontrato un Signore molto strano che gli aveva regalato un Libro.
La moglie era molto curiosa, e subito dopo cena dopo aver messo a letto Marco, chiese di vedere il libro. Giovanni e Franca iniziarono a guardare quel Libro: era molto vecchio, ma, incuriositi, iniziarono a leggere. E più leggevano, più scoprivano che quel libro era prezioso: conteneva la ricetta per essere veramente felici.
Giovanni tenette quel libro tutta la vita, e in ogni momento di gioia o di tristezza, ne leggeva con la moglie qualche pagina. Anche Marco, quando imparò a leggere, iniziò a leggere il libro.
Una sera, molti anni dopo, Giovanni confidò a Franca cosa era successo in realtà quando il Signore gli aveva regalato il Libro, insomma, la storia del portafoglio.
La moglie fece finta di arrabbiarsi, ma poi scoppiò in una sonora risata, e disse all'ormai anziano marito: "Giovanni, questo Libro per noi è stato la più grande fortuna che ci potesse capitare! I soldi del portafoglio li avremmo spesi tutti e saremmo rimasti lo stesso poveri. Invece questo meraviglioso Libro ci ha colmato di ricchezze!".
I due anziani sposi si presero per mano e andarono felici, a dormire, promettendosi che avrebbero regalato il Libro a Marco - che ormai era diventato grande - affinché scoprisse anche Lui, tra le pagine del Vangelo, qual è la vera ricchezza.
A cura degli animatori dei GF

 

25-Benedetto XVI: Famiglia come comunità di generazioni

"Paolo, scrivendo a Timoteo, loda la sua fede sincera e gli ricorda: "fede che fu prima in tua nonna Loide, poi in tua madre Eunice e ora, ne sono certo, anche in te" (2 Tm 1,5). In questa attestazione biblica la famiglia comprende non solo genitori e figli, ma anche nonni e antenati. La famiglia si mostra così come una comunità di generazioni e garante di un patrimonio di tradizioni.
Nessun uomo si è dato l'essere a sé stesso né ha acquisito da solo le conoscenze elementari della vita. Tutti abbiamo ricevuto da altri la vita e le verità basilari di essa, e siamo chiamati a raggiungere la perfezione in relazione e comunione amorosa con gli altri.
La famiglia, fondata nel matrimonio indissolubile tra un uomo e una donna, esprime questa dimensione relazionale, filiale e comunitaria, ed è l'ambito dove l'uomo può nascere con dignità, crescere e svilupparsi in modo integrale.
Quando un bambino nasce, attraverso la relazione coi suoi genitori incomincia a fare parte di una tradizione familiare che ha radici ancora più antiche.
Col dono della vita riceve tutto un patrimonio di esperienza. In riferimento a questo, i genitori hanno il diritto e il dovere inalienabile di trasmetterlo ai figli: educarli alla scoperta della loro identità, introdurli alla vita sociale, all'esercizio responsabile della loro libertà morale e della loro capacità di amare attraverso l'esperienza di essere amati e, soprattutto, nell'incontro con Dio.
I figli crescono e maturano umanamente nella misura in cui accolgono con fiducia quel patrimonio e quell'educazione che continuano ad assumere progressivamente. In questo modo sono capaci di elaborare una sintesi personale tra ciò che hanno ricevuto e quello che imparano, e che ognuno e ogni generazione è chiamata a realizzare".
Benedetto XVI - dall'omelia in occasione del V incontro mondiale delle famiglie a Valencia (E);
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/homilies/2006/documents/hf_ben-xvi_hom_20060709_valencia_it.html