Foglio di collegamento tra Gruppi Famiglia
GF75 - marzo 2012 - Milano 2012
La famiglia: il lavoro e la festa

Lettere alla rivista
1-LA DOMENICA È ANCORA UNA FESTA CRISTIANA?
Per vivere la festa serve investire sulle famiglie

Osservo che quando si propongono in parrocchia incontri la domenica pomeriggio ben pochi aderiscono. Allora mi chiedo: tutta la giornata della domenica è giorno del Signore o è sufficiente andare a messa?
Cinzia

Risponde don Giancarlo Grandis, vicario episcopale per la cultura della diocesi di Verona

La sua domanda, signora Cinzia, ha come suo sfondo il cambiamento della società, del modo di pensare e di agire della gente del nostro tempo. La domenica, con l'avvento della società dei consumi, ha perso a poco a poco la sua sacralità di giorno dedicato al Signore, come l'etimologia del termine "domenica" e si è trasformato, meglio sarebbe dire "secolarizzato", in giorno del tempo libero, di svago, di relax dalle tensioni accumulate durante la settimana.
I centri di attrazione non sono più le nostre belle Chiese, nelle quali ci si recava con il vestito della festa, ma i Grandi Centri Commerciali, queste Nuove Cattedrali di una società che ha imparato a vivere senza Dio, a caccia dei saldi e di prodotti al prezzo più basso.
Anche noi cristiani rischiamo di subire il fascino di questo nuovo modo di vivere la domenica, bombardati come siamo dagli spot televisivi, che ci fanno sentire in colpa se non ci convertiamo al consumo, se non diamo il nostro contributo a far girare il mercato.
Credo tuttavia che sia proprio questa nuova situazione culturale in cui noi cristiani ci troviamo a vivere una risorsa che dovrebbe stimolare la nostra "fede di tradizione" a diventare una "fede di convinzione".
Le tradizioni vengono spazzate via dai cambiamenti culturali, mentre le convinzioni si fortificano di fronte a forze che vorrebbero demolirle. Per le famiglie che vogliono vivere la loro fede in un mondo che cambia, la domenica potrebbe diventare il giorno dedicato alla partecipazione alla santa Messa, la Pasqua settimanale, e periodicamente (è sufficiente una domenica al mese) dedicata alla formazione come famiglia.
I nuclei familiari sono chiamati a partecipare alle attività che ormai le parrocchie cominciano ad offrire loro per un pomeriggio passato insieme in fraternità, con momenti di preghiera, di riflessione, di socializzazione.
Accanto alla proposta, però, bisogna anche trovare le giuste ragioni per invogliare le famiglie a credere in questo investimento domenicale per il bene della propria famiglia.
giancarlo.grandis@tin.it

 

Dialogo tra famiglie
2-PERCHÉ STUDIARE SE POI NON C’È LAVORO?
L’importante è credere nella propria vocazione

Mio figlio non ha voglia di studiare. Per quanto cerchi di spiegargli che senza un’istruzione di un certo tipo non si può combinare nulla di buono nella vita, lui mi risponde che, in ogni caso, sarà sempre e solo un precario.
Luciano

Se so chi sono e che ci faccio qui è perché a 16 anni ho trovato chi mi aiutasse a unire i pezzi ancora sconnessi del puzzle della mia vita e a percepirmi come compito da realizzare. A 16 anni ho deciso di diventare insegnante perché avevo un insegnante che amava non solo ciò che insegnava, ma amava la mia vita con la sua irripetibilità.
A 16 anni ho deciso che volevo dedicare la vita ai ragazzi perché il professore di religione della mia scuola, padre Puglisi, si lasciò ammazzare per provare a cambiare le cose.
A 16 anni i miei genitori mi hanno messo alla prova, e io che li mandavo a quel paese come ogni adolescente, in realtà toccavo la reale consistenza dei miei sogni. Loro mi hanno insegnato che non è il successo il criterio per essere se stessi, ma che essere se stessi è il successo.
Molti ragazzi rimangono paralizzati all’idea che non riusciranno a realizzare i loro sogni e questo è il veleno di una società che lavora per produrre, comprare e consumare, anziché lavorare per costruire un tempo buono e ampio per appartenersi e appartenere attraverso relazioni e amicizie vere.
Ciò che rende felici è realizzare la propria vocazione, indipendentemente dal riconoscimento ‘della folla’.
Si può avere successo come madre, come insegnante, come panettiere. Basta essere pienamente ciò a cui si è chiamati.
Alessandro D’Avenia, insegnante e scrittore di successo
Tratto da: La Stampa 4/12/2011, speciale: Ritratto dell’Italia che verrà

 

Milano, 30 maggio - 3 giugno 2012
3-VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
Un avvenimento irrinunciabile… vi aspettiamo!

Di Nicoletta e Corrado Demarchi
Ognuno di noi sa bene quanto sia importante condividere insieme con altre famiglie esperienze di vita comune. Gli incontri di collegamento ed i campi estivi rispondono bene a questa esigenza, ma la Giornata mondiale delle famiglie rappresenta veramente un'occasione unica per allargare il nostro orizzonte da Chiesa domestica e locale a Chiesa universale.
Gli incontri mondiali sono stati avviati per desiderio di Giovanni Paolo II, in occasione dell'Anno internazionale della Famiglia nel 1994. L'ultimo si è svolto a Città del Messico nel gennaio 2009.
L'incontro si articola in tre momenti: un Congresso teologico-pastorale della durata di tre giorni, una celebrazione prefestiva nel corso della quale sono offerte delle testimonianze alla presenza del Santo Padre e una solenne Concelebrazione eucaristica conclusiva presieduta dal Papa.
La vicinanza rende questo avvenimento irripetibile e davvero irrinunciabile. Sarà un'esperienza che ci permetterà di unirci a migliaia di famiglie provenienti da ogni parte del mondo, da tutti i continenti, per confrontarci sul tema "La famiglia: il lavoro e la festa".
Le catechesi, che trovate su questo numero, sono un cammino di preparazione ecclesiale e culturale all'evento, per comprenderne meglio la pienezza e la valenza, e sono articolate su: Famiglia - Lavoro - Festa.
Queste sono le tre parole chiave che formano un trinomio inscindibile, che parte dalla famiglia per aprirla al mondo. Il tema mette in rapporto la coppia con i suoi stili di vita: il modo di vivere le relazioni (la famiglia), di abitare il mondo (il lavoro) e di umanizzare il tempo (la festa).
Parlare di lavoro e di festa in un momento di così grave crisi economica e morale, vuol dire essere attenti alle difficoltà del mondo lavorativo, che ci pone di fronte a sfide di maggiore sobrietà ed essenzialità, nelle nostre scelte quotidiane di vita e vuol dire anche recuperare la dimensione importantissima della festa, che ci aiuta a cogliere il buono ed il bello di quanto stiamo vivendo, in una dimensione più ampia di gratitudine e di condivisione.
Saremo perciò chiamati ad interrogarci sulla nostra testimonianza cristiana nel contesto lavorativo e familiare, in una società poco attenta alle esigenze della famiglia come vincolo di amore e di unità relazionale.
Come comunità cristiana dobbiamo sentirci chiamati ad una maggiore presenza sociale e politica, per preservare e valorizzare principi irrinunciabili, etici, morali ed umani e per promuovere iniziative volte a difendere i diritti dei lavoratori più deboli, calpestati dalle leggi spietate del mercato ormai globalizzato.
Infine va ricordato maggiormente ed in più ambiti, che alla società civile la famiglia porta in dote il germe dell'amore gratuito che alimenta il frutto della solidarietà, della generosità al servizio, all'accoglienza ed alla comunione.
Allora, per poter meglio vivere questa esperienza e per cogliere il giusto spirito che la anima, abbiamo stretto un gemellaggio col decanato di Usmate, nella diocesi di Milano, che ospiterà gratuitamente le famiglie durante le giornate dal 30 maggio al 3 giugno 2012.Con la Comunità di Ronco Briantino ci unisce da parecchi anni, una collaborazione ed un'amicizia particolare. A tutti loro ed in particolare a Gianprimo ed Ernesta Brambilla insieme a Don Gianpaolo, va la nostra gratitudine per la loro disponibilità ed il loro calore.
Nella speranza di avervi un po' entusiasmato ed incuriosito, vi ricordiamo di prenotare al più presto e soprattutto… vi aspettiamo.
curra@email.it

 

4-LA FAMIGLIA VIVE LA PROVA
La fiducia in Dio non esonera dalla riflessione e dal discernimento, ma rende possibile vivere in tutte le situazioni, senza mai disperare o rassegnarsi

Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo".

Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode... (Mt 2, 13-14)

Un angelo apparve in sogno...
Prima o poi, in vari modi, la vita di famiglia viene messa alla prova.
Allora si richiede saggezza, discernimento e speranza, tanta speranza, talvolta oltre ogni umana evidenza.
Il brano evangelico di apertura descrive con toni drammatici il viaggio di una famiglia, quella di Gesù, apparentemente simile a molte altre: il piccolo è in pericolo, si deve subito, nottetempo, intraprendere il viaggio verso una terra straniera. La giovane famiglia si trova così costretta a incamminarsi per una strada imprevista, complicata, inquietante.
È quanto succede anche oggi a molte famiglie, ma in questo racconto ci rimanda a una vicenda più universale, che tocca tutte le famiglie: la necessità di intraprendere il viaggio che conduca i genitori verso la loro maturità e i figli all'età adulta, nella consapevolezza della loro vocazione. È il viaggio del fare famiglia, del generare ed educare i figli, cammino arduo, difficile, impegnativo in cui le tante difficoltà da cui nessuna famiglia è preservata, possono talvolta scoraggiare.
Nel racconto evangelico Gesù parte bambino e, una volta tornato, acquisisce il suo nome di adulto: "sarà chiamato Nazareno". Dal viaggio di ogni famiglia, in cui anche i genitori maturano, nascono figli adulti, in grado di assumere in prima persona la loro vocazione.
Di questo viaggio di famiglia, gli attori principali sono i genitori, specialmente il padre, chiamati a predisporre buone condizioni di vita per i figli.
La necessità di partire è riferita a Giuseppe con il linguaggio dei sogni. Di Giuseppe si conosce poco, ma una cosa è certa: "era giusto" (Mt 1,19).
La giustizia, virtù delle relazioni interpersonali, mette al primo posto la salvaguardia del prossimo; così Giuseppe, essendo giusto, aveva deciso di licenziare Maria in segreto anziché esporla al pubblico giudizio.
È fondamentale saper "ascoltare gli angeli", discernere spiritualmente gli eventi e i momenti della nostra vita familiare, perché siano sempre curate, favorite, guarite le relazioni.
La famiglia, infatti, vive di buone relazioni, di sguardi positivi gli uni per gli altri, di stima e di rassicurazione reciproche, di difesa e protezione: da questo clima derivano l'attento discernimento e la pronta decisione che mette in salvo la vita di un figlio.
Ciò vale per ogni famiglia, per quelle che vivono una concreta situazione di pericolo, ma anche per quelle che sono in situazioni apparentemente più sicure: i genitori devono rimanere rivolti alla vita buona dei figli, da sottrarre alle insidie e ai pericoli.
L'angelo invita a svegliarsi, prendere, accogliere, fuggire… e fidarsi, rimanendo in terra straniera finché lo dice Lui, il Signore.
La fiducia in Dio non esonera dalla riflessione, dal complesso percorso della decisione, piuttosto rende possibile vivere in tutte le situazioni, senza mai disperare o rassegnarsi.
Giuseppe è sveglio, in grado di far fronte agli eventi e di proteggere la vita della madre e del bambino; ma egli agisce anche nella piena consapevolezza di essere assistito dalla protezione efficace di Dio.

Il bambino e sua madre
Giuseppe ubbidisce, prende il bambino e sua madre e li porta lontano dalla situazione di pericolo.
Anche oggi, la famiglia vive a contatto con pericolose e subdole insidie: sofferenza, povertà, prepotenza, ma anche ritmi lavorativi eccessivi, consumismo, indifferenza, abbandono e solitudine… Il mondo intero può presentarsi come ostile, avversario della vita dei più piccoli in molte forme.
I genitori fanno quello che possono perché la vita per i loro figli sia bella, sia un dono, sia benedetta in nome di Dio. Ecco il significato del viaggio in Egitto: la ricerca di un luogo sicuro oltre la notte, che protegga dalle insidie, preservi dalla violenza, riammetta alla speranza, permetta di conservare una buona idea di Dio e della vita.
A questa opera sembra chiamato in primo luogo il padre: è lui che si sveglia e prende l'iniziativa. "Prendi il bambino e sua madre", dice l'angelo ben due volte.
Queste parole suonano come un incoraggiamento ai padri a superare le incertezze, a farsi avanti, a prendersi cura del bambino e della madre. Le scienze umane oggi stanno riscoprendo l'importanza decisiva della figura paterna per la crescita integrale dei figli.
Sappiamo bene come l'intesa dei genitori sia decisiva per proteggere, custodire, incoraggiare i figli; sappiamo anche come sia difficile per l'uomo custodire la donna dalle mille notti della solitudine, del silenzio e dell'incomunicabilità. Anche queste, a ben guardare, sono insidie che rendono la vita più "difficile" per i figli!

Si rifugiò in Egitto
Il viaggio di una famiglia: partire, andarsene da una terra ostile verso una più abitabile, l'Egitto, che a suo tempo era stato terra di schiavitù e sofferenza, ma anche luogo della rivelazione dell'amore del Signore per il suo popolo Israele.
L'angelo chiede a Giuseppe di mettere in salvo il bambino proprio là, quasi a dire che, rivisitato e abitato con speranza e fiducia, anche un luogo di morte può diventare una culla per la vita. Ma perché ciò avvenga è necessario il coraggio di tornarvi e la decisione di abitare in quel luogo difficile, sorretti dalla fiducia nel Dio della vita. La fede in Dio è in grado di fare nuove tutte le cose e di restituire vitalità alle famiglie.
Giuseppe parte "nella notte". Nella notte non si vede nulla, si è come ciechi; si può però, ascoltare e udire la voce che sostiene e incoraggia. Tante sono le "notti" che calano sulla vita di famiglia: quelle popolate di sogni, buoni e cattivi; quelle che vedono la coppia brancolare nel buio di una relazione divenuta difficile; quelle dei figli in crisi, che diventano muti, distanti, oppure accusatori e ribelli… quasi irriconoscibili.
Tutte queste notti - insegna il racconto della fuga in Egitto - si possono attraversare portando il figlio al sicuro quanto più si mantiene con fiducia l'orecchio attento alla Parola del Signore.
Ai genitori è chiesto di custodire i figli dalle molte notti della loro relazione, dei loro problemi, e dalle notti dei loro stessi figli, talvolta molto dolorose, per via delle loro scelte contrarie al bene. Specialmente in questi momenti, il padre si prende cura del figlio, conservando la certezza, anche agli occhi addolorati della madre, di trovare per lui un luogo di rifugio. Tale rifugio è, non raramente, lo stesso cuore del padre e della madre, dove l'immagine del figlio si conserva intatta e dove i genitori possano ritrovare la pazienza e la speranza per continuare ad amarlo.
Gesù morirà a Gerusalemme, in quella stessa terra da cui viene allontanato per essere protetto, per mano dello stesso potere al quale i suoi genitori lo hanno sottratto. Giunge un momento nella vita di famiglia in cui i genitori devono ritirarsi. Quando hanno compiuto il loro servizio, accompagnando il figlio a riconoscere la sua vocazione, è bene che si facciano da parte, lasciando che sia fatta la volontà di Dio.
I genitori danno prova della loro saggezza nella discrezione della loro presenza, nel farsi da parte che non è mai un abbandono, ma una forma di stima e di libertà che prepara il futuro del mondo.
Liberamente tratto da: Terza catechesi preparatoria per il VII Incontro mondiale delle Famiglie
Vedi anche il sussidio dei GF: La comunicazione. Strumento indispensabile per conoscere l'altro, gli altri, il mondo.

Sostenere la famiglia in difficoltà
…Altri momenti difficili, nei quali la famiglia ha bisogno dell'aiuto della comunità ecclesiale e dei suoi pastori, possono essere: l'adolescenza irrequieta contestatrice ed a volte tempestosa dei figli; il loro matrimonio, che li stacca dalla famiglia di origine; l'incomprensione o la mancanza di amore da parte delle persone più care; l'abbandono da parte del coniuge o la sua perdita, che apre la dolorosa esperienza della vedovanza, della morte di un familiare che mutila e trasforma in profondità il nucleo originario della famiglia.
Familiaris Consortio 18

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Quali sono le "prove" attuali della nostra famiglia? Come le viviamo?
• Che uomo sono per la madre dei miei figli? Che donna sono per il padre dei miei figli? Che padre e madre siamo per i nostri figli?
• Come può crescere la nostra coppia nella fiducia e nella speranza a fronte delle situazioni di fatica e sofferenza?
• Quali sono le principali minacce alle famiglie nella nostra società e cultura?
• Come possiamo rendere il mondo più vivibile per i nostri figli?
• Come aiutare la nostra comunità a rafforzare la speranza nel futuro?

 

5-TESTIMONIANZE

Nato prematuro
Nostro figlio Francesco, nato prematuro di 28 settimane, ha vissuto i primi cinquanta giorni della sua vita nel reparto di terapia intensiva alla patologia neonatale dell'ospedale di Monza.
Un istante prima sei in sala parto con tua moglie e tuo figlio che sta nascendo, l'istante dopo sei seduto in un corridoio grigio con un medico che ti chiede di firmare l'autorizzazione a trasfondere il sangue a tuo figlio in caso di necessità.
E tu lì stupito che non riesci a capire come possano chiederti se sei d'accordo a fare tutto il possibile per salvare tuo figlio, e lì intuisci che forse non tutti riescono ad accettare il dono che Dio ti sta dando, un dono difficile, duro, ma comunque un dono.
Nel giro di pochi minuti siamo passati dall'euforia del primo figlio alla paura di non riuscire ad arrivare al giorno dopo.
Dall'emozione della sala parto al ronzio delle incubatrici e delle pompe per l'ossigeno del reparto di patologia neonatale, dalle congratulazioni dell'ostetrica alla litania delle possibili complicanze descritte dal medico.
Cinquanta giorni di lotta, di speranza, di inadeguatezza.
E tu cosa fai?
Non capisci ma chiedi a Dio la forza di accettare la croce che ti ha donato. Chiedi a Dio la forza di alzarti la mattina per recarti in ospedale a far compagnia a tuo figlio senza poterlo toccare, sperando che in qualche modo riesca a capire che tu sei lì.
I primi giorni, i più difficili, devi riuscire ad elaborare quello che ti sta succedendo e sei costretto a farlo da solo, tu a casa e tua moglie in ospedale.
E dopo cinquanta giorni cosa succede?
Finalmente porti tuo figlio a casa, e da quel giorno inizi a ringraziare Dio perché il figlio che ti ha affidato sta finalmente con te ed è un bimbo bellissimo.
Elena e Sergio Magni

Potevo essere io
Mi sono detta subito che potevo essere io. Potevo essere io la mamma o il papà che ha dimenticato il figlio nel seggiolino dell'auto andando a lavorare.
Potevo essere io, che a volte ho lasciato un figlio in palestra fingendo poi un traffico pazzesco per nascondere malamente davanti all'allenatore la mia dimenticanza.
Potevo essere io che esco da casa la mattina con un'idea importante in testa e che mi basta varcare la soglia di casa per dimenticarla fino a sera.
Potevo essere io che cerco con affanno gli occhiali che ho sul naso.
Potevo essere io che a volte non riesco al primo tentativo a chiamare col nome giusto i miei (tre) figli.
Potevo essere io e se così non è stato è perché ho avuto tanta fortuna.
A dire la verità così non è stato perché la mia fortuna aveva un nome: nonni, amici, genitori di compagni di classe.
Persone che hanno supplito alle mie necessità di incastri orari con il proprio tempo; persone che hanno pensato che i miei e i loro figli erano comunque figli di tutti; persone su cui potevo contare come su un piccolo paracadute alla mia umana debolezza, alla mia stanchezza.
Per questo ora penso anche che possiamo essere noi a ricordarci a vicenda che nella vita le priorità devono quadrare con i nostri limiti.
Possiamo essere noi a testimoniare che il limite non è vergogna, è realtà.
Possiamo essere noi a dire che Cristo è venuto per le nostre famiglie, per quello che sono.
Possiamo essere noi a non aver portato sollievo a questi genitori che oggi non si danno pace per quello che è successo.
Maria Elisabetta Gandolfi
Tratto dal sito: www.vinonuovo.it

Su ali d’aquila
Il giorno del primo grande lutto arriva anche per la nostra famiglia: è il 12 agosto 2007.
"Il nonno è volato in cielo" Queste sono le parole che usiamo per parlare del fatto con A., la più piccola della banda. Ma lei non si vuole perdere un solo istante dei cerimoniali che si svolgono soprattutto in casa - abbiamo la grande fortuna che il nonno si spenga in casa sua, proprio sopra il nostro appartamento.
R. è tornata proprio due giorni fa dal campo scout .… il nonno l'ha aspettata, voleva ancora vederla, abbracciarla, coccolarla… Ha anche sperimentato la mozzarella in carrozza, che al campo R. aveva cucinato e che ha voluto fargli assaggiare…
Ho impresso nel cuore il suo sorriso affaticato e la sua voce stanca quando la sera precedente mi ha detto quella frase che da alcuni mesi pronunciava per farmi contenta, quando andavo a trovarlo per raccontargli della mia giornata e chiedergli, ancora, qualche consiglio: "Che piacere quando ti vedo… porti un raggio di sole con il tuo sorriso".
Erano passate solo poche ore da quando aveva accettato di incontrare il suo amico sacerdote e aveva voluto accanto a sé anche la nonna, che aveva partecipato alla piccola funzione in cui era stata loro impartita l'estrema unzione.
Mentre si sale verso il cimitero, anche mio marito, il razionale di casa, si commuove… me lo dice la nostra figlia maggiore, che è in auto con lui.
La cerimonia funebre è una festa… All'ingresso il coro intona "Su ali d'aquila": quando il nonno si è spento, era inginocchiato davanti al suo comodino, dove teneva il "suo" crocifisso. Ci piace immaginare che proprio lì, così, sia avvenuto il suo incontro con Gesù, venuto a sollevarlo.
"E ti rialzerà, ti solleverà, su ali d'aquila ti farà librar..." Alla fine il coro alpino intona "Signore delle cime".
Grande emozione per tutti, compresa A., che, forse ancora incapace di verbalizzare i suoi sentimenti, tornata a casa, si butta sui colori e sul primo foglio che trova: "Sto disegnando le montagne del Paradiso, mamma!".
Carla. Per il testo completo clicca qui!

 

6-LA FAMIGLIA ANIMA LA SOCIETÀ
Gli affetti, se vissuti solo entro il piccolo nucleo familiare, si logorano e soffocano il respiro della famiglia

Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,43-45a)

Avete inteso che fu detto…
Perché educare i nostri figli alla generosità, all'accoglienza, alla gratitudine, al servizio, alla solidarietà, alla pace, e a tutte quelle virtù sociali così importanti per la qualità umana del loro vivere? Quale vantaggio ne traggono?
Forse non c'è crescita di ricchezza, di prestigio, di sicurezza. Eppure è solo coltivando queste virtù che gli uomini hanno un futuro sulla terra. Esse crescono grazie alla perseveranza di coloro che, come i genitori, educano le nuove generazioni al bene.
Il messaggio cristiano ci incoraggia a qualche cosa di più grande, di più bello, di più rischioso e di più promettente: l'umanità della famiglia, grazie a quella scintilla divina in essa presente e che nemmeno il peccato ha tolto, può rinnovare la società secondo il disegno del suo Creatore.
L'amore divino ci sprona sulla via dell'amore del nemico, della dedizione per lo sconosciuto, della generosità oltre il dovuto. La famiglia partecipa della sovrabbondante generosità del nostro Dio: perciò può guardare più lontano e vivere una gioia più grande, una speranza più forte, un più grande coraggio nelle scelte.
L'annuncio del Regno da parte di Gesù nasce entro la sua diretta esperienza di famiglia e investe tutte le relazioni, partendo proprio da quelle familiari, illuminandole di nuova luce e dilatandole oltre i confini della legge antica.
Gesù invita a superare una visione egoistica dei legami familiari e sociali, ad allargare gli affetti oltre il ristretto cerchio della propria famiglia, affinché divengano lievito di giustizia per la vita sociale.
La famiglia è la prima scuola degli affetti, la culla della vita umana dove il male può essere affrontato e superato.
La famiglia è una risorsa preziosa di bene per la società. Può però accadere che i legami familiari impediscano di sviluppare il ruolo sociale degli affetti. Succede quando la famiglia sequestra per sé energie e risorse, chiudendosi nella logica del tornaconto familiare che non lascia alcuna eredità per il futuro della società.
Gesù vuole liberare la coppia e la famiglia dalla tentazione di rinchiudersi in se stessi: "Se amate quelli che vi amano… se date il saluto soltanto ai vostri fratelli, che cosa fate di straordinario?".
Con parole rivoluzionarie, Gesù ricorda ai suoi uditori l'antica" somiglianza con Dio, invitandoli a dedicarsi agli altri secondo lo stile divino, oltre i timori e le paure, oltre i calcoli e le garanzie di un proprio vantaggio.
Egli ci sottrae al torpore della rassegnazione e dell'egoismo e con forza ci dice che amare il nemico e pregare per chi ci perseguita è alla nostra portata, che possiamo sradicare la violenza dal nostro cuore perdonando le offese, che la nostra generosità può superare la logica economica del semplice scambio.

Siate figli del Padre vostro
Gesù chiede questo stile di vita singolare e rivela così che gli uomini sono destinati proprio a queste altezze.
In famiglia si educa a dire "grazie" e "per favore", a essere generosi e disponibili, a prestare le proprie cose, a dare attenzione ai bisogni e alle emozioni degli altri, a considerare le fatiche e le difficoltà di chi ci sta vicino.
Nelle piccole azioni della vita quotidiana il figlio impara a stabilire una buona relazione con gli altri e a vivere nella condivisione.
In famiglia s'insegna ai piccoli a prestare i loro giocattoli, ad aiutare i loro compagni a scuola, a chiedere con gentilezza, a non offendere chi è più debole, ad essere generosi nei favori. Per questo gli adulti si impegnano nel dare l'esempio.
Come la famiglia di Nazareth, così ogni famiglia consegna alla società, attraverso i propri figli, la ricchezza umana che ha vissuto, compresa la capacità di amare il nemico, di perdonare senza vendicarsi, di gioire dei successi altrui, di dare più di quanto richiesto… Anche in famiglia, infatti, avvengono divisioni e lacerazioni, anche in essa sorgono i nemici, e il nemico può essere il coniuge, il genitore, il figlio, il fratello o la sorella.
In famiglia, però, ci si ama, si desidera sinceramente il bene degli altri, si soffre quando qualcuno sta male, anche se si è comportato da "nemico", si prega per chi ci ha offeso, si è disposti a rinunciare alle cose proprie pur di fare felici gli altri, si comprende che la vita è bella quando è spesa per il loro bene.
La famiglia costituisce la "prima e vitale cellula della società" (FC 42), perché in essa si impara quanto importante sia il legame con gli altri. In famiglia si avverte che la forza degli affetti non può rimanere confinata "tra di noi", ma è destinata al più ampio orizzonte della vita sociale.

Il Padre tuo… vede nel segreto
La custodia dei legami e degli affetti familiari è meglio garantita quando si è buoni e generosi con le altre famiglie, attenti alle loro ferite, ai problemi dei loro figli per quanto diversi dai nostri.
Tra genitori e figli, tra marito e moglie, il bene aumenta nella misura in cui la famiglia si apre alla società, prestando attenzione e aiuto ai bisogni degli altri. In questo modo la famiglia acquisisce motivazioni importanti per svolgere la sua funzione sociale, divenendo fondamento e principale risorsa della società.
La capacità di amare acquisita supera spesso le necessità della propria famiglia. La coppia diventa disponibile per il servizio e l'educazione di altri ragazzi, oltre ai propri: anche in questo modo i genitori divengono padre e madri di molti.
"Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste": la perfezione che avvicina le famiglie al Padre che è nei cieli è quel "di più" di vita offerto al di là del proprio nucleo familiare, una traccia di quell'amore sovrabbondante che Dio riversa sulle sue creature.
Tante famiglie aprono la porta di casa all'accoglienza, bussano alla porta accanto per chiedere se c'è bisogno di aiuto, regalano qualche vestito ancora in buono stato, ospitano i compagni di scuola dei figli per fare i compiti…
O ancora, accolgono un bambino che non ha famiglia, si associano per sostenere altre famiglie nelle mille difficoltà odierne, insegnando ai figli il reciproco sostegno con chi è diverso per razza, lingua, cultura e religione. Non a caso il testo evangelico, dopo il richiamo alla perfezione, tratta dell'elemosina, che nei tempi antichi, in un'economia di sussistenza, era un modo per ridistribuire le risorse, una pratica di giustizia sociale.
Gesù esorta a non cercare il riconoscimento degli altri, usando il povero per guadagnare prestigio, ma ad agire nel segreto. Nel segreto del cuore l'incontro con Dio conferma la propria identità di figlio, tanto simile al Padre; una meta alta, apparentemente irraggiungibile, che la vita in famiglia rende però più vicina.
Liberamente tratto da: Quarta catechesi preparatoria per il VII Incontro mondiale delle Famiglie
Vedi anche il sussidio dei GF: Diversità e accoglienza

Il compito sociale della famiglia
Lungi dal rinchiudersi in se stessa, la famiglia si apre alle altre famiglie e alla società, assumendo il suo compito sociale. La stessa esperienza di comunione e di partecipazione, che deve caratterizzare la vita quotidiana della famiglia, rappresenta il suo primo e fondamentale contributo alla società.
Le relazioni tra i membri della comunità familiare sono ispirate e guidate dalla legge della "gratuità" che, rispettando e favorendo in tutti e in ciascuno la dignità personale come unico titolo di valore, diventa accoglienza cordiale, incontro e dialogo, disponibilità disinteressata, servizio generoso, solidarietà profonda.
Familiaris Consortio, 42

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Come aiutare la nostra comunità a rafforzare la speranza nel futuro?
• Quali valori imparano i nostri figli dal nostro modo di vivere?
• Quale attenzione la nostra famiglia presta alla vita sociale?
• Quale aiuto porgiamo ai poveri e ai bisognosi?
• Quali famiglie possiamo aiutare? Come?

 

7-CICLO DI VITA E WELFARE INGIUSTO
Le giovani generazioni prive di difesa

di Maurizio Ferrera
La riforma delle pensioni è stata presentata dal ministro Fornero come primo passo verso un cambiamento del "ciclo di vita" di tutti noi italiani.
Dietro questa espressione un po' oscura sta una proposta molto ambiziosa che potrebbe rivoluzionare - se tradotta in pratica - il modello economico e sociale del nostro Paese, rendendolo più equo e sostenibile.
La nostra esistenza è scandita, si sa, da una sequenza di fasi temporali in cui ciò che avviene "prima" (p.e. durante l'infanzia o l'adolescenza) tende a influenzare ciò che accade "dopo": a scuola, nel lavoro e così via fino al pensionamento. Per fortuna disponiamo di ampi margini di libertà (e dunque responsabilità) per le nostre scelte. Ma un ruolo importante è giocato da quelle politiche dello Stato che ci accompagnano "dalla culla alla tomba".
In Italia queste politiche funzionano malissimo. Invece di sostenere il ciclo di vita a partire dall'infanzia, con un occhio di riguardo per i più deboli, il welfare ha finora privilegiato la fase della vecchiaia, per giunta con eccessivo riguardo per i più forti.
I bambini che crescono in condizioni di povertà sono il 25% (19% in media Ue) e per loro lo Stato è pressoché assente. L'ingresso nel mercato del lavoro è un calvario, quasi privo di accompagnamenti che non siano quelli familiari e clientelari.
Quando si esce dalla casa dei genitori, quando arrivano i figli, quando si cerca di conciliare famiglia e lavoro bisogna fare salti mortali: i servizi non ci sono. Durante la fase adulta solo la metà dei lavoratori italiani gode di prestazioni paragonabili a quelle degli altri Paesi Ue, gli altri si devono arrangiare. Questa situazione penalizza in modo particolare le donne. Il deficit di occupati che ci distanzia da altri Paesi è in gran parte dovuto alla scarsa partecipazione lavorativa femminile.
dal Corriere della sera, 22/12/2011

 

8-TESTIMONIANZE

Casa Famiglia
Mi chiamo Bruno ed insieme a mia moglie Caterina a settembre del 2010 abbiamo aperto una casa famiglia a Pessione, una frazione di Chieri, dedita all'accoglienza di persone in difficoltà.
Il nostro cammino di avvicinamento alla Comunità Papa Giovanni XXIII inizia quasi per caso. Infatti, nel 1996 mia moglie comincia su indicazione della sua professoressa a stilare la sua tesi di laurea in psicologia sulle case famiglia della Papa Giovanni.
La nostra esperienza di affidamento inizia nel 2003 quando insieme ai nostri due figli naturali abbiamo accolto nell'alloggio dove abitavamo a Trofarello una ragazza di 17 anni che viveva in una comunità minori.
Negli anni che si sono succeduti abbiamo accolto altri bambini, da neonati a ragazzi adolescenti.
Uno degli affidamenti più complicati soprattutto dal punto di vista organizzativo è stato quello di una ragazzina di undici anni proveniente dal Kenya, malata di leucemia. Al suo arrivo in Italia le sue condizioni erano gravissime e noi ci siamo visti catapultati dall'oggi al domani nel reparto di oncologia dell'ospedale Regina Margherita di Torino. L'esperienza è proseguita per circa un anno e mezzo, con l'alternanza di ricoveri per effettuare le terapie durante i quali dovevamo garantire una presenza di 24 ore e la vita a casa.
Ad oggi non abita con noi, è riuscita con l'aiuto dei servizi sociali ad integrarsi sul territorio e cosa più importante è guarita. In questo momento in casa nostra siamo in nove, io, mia moglie, i nostri figli naturali, una bimba di diciassette mesi con una grave encefalopatia, un ragazzo di sedici anni affetto da autismo, una ragazza nigeriana con la sua bambina di quasi tre anni ed un nostro fratello di comunità che ha chiesto di fare un'esperienza di vita all'interno di una casa famiglia.
Bruno e Caterina, Ass. Papa Giovanni XXIII - Torino. Tratto da: Famiglia solidale, n.2.
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Oggi sposi!
Lunedì 6 dicembre ho partecipato a un bel matrimonio. Cadeva la neve a Rho, e la sposa sembrava lei stessa un fiocco di neve, però molto sorridente.
Venticinque anni lei, ventisei lui. Chiesa addobbata con semplicità. Niente fotografi e cameramen, ma tanti amici e un coro stupendo. Canti partecipati da tutti. Qualche lacrima negli occhi dei genitori.
I due ragazzi hanno lavori precari, ma non hanno rinunciato al loro sogno di metter su una famiglia. Che coraggio, hanno commentato tutti. Forse avrebbero dovuto dire: che fede!
Fede e fiducia in un Dio padre che non lascia soli i suoi figli, in una provvidenza che sostiene e aiuta coloro che sanno affidarsi. La sobrietà è stata la cifra della celebrazione e dei festeggiamenti. Sobrietà non vuol dire seriosità e musoneria. In Chiesa la liturgia è stata essenziale, non povera. E la festa è stata piena di allegria, non di sfarzo.
La casa dei due novelli sposi è piccola, ma loro l'hanno sistemata con amore. Si sono accontentati, dicono tutti. Io direi che hanno guardato più in alto. Nella casa, pur piccola, c'è già un angolino per un futuro bimbo. Perché i due sposini di bimbi ne vogliono. E, se il buon Dio li donerà, loro li accoglieranno. Che coraggio, ho sentito dire di nuovo. Oggi essere aperti alla vita non è normale.
Durante la festa qualcuno ha suonato la chitarra e la batteria, qualcuno ha cantato, molti hanno ballato. Ma non è stato uno sballo. Ci sono ancora giovani che sanno festeggiare senza sfigurarsi.
Confesso: io sono il padre della sposa. Ma siccome sono anche un cronista, su un matrimonio così ci avrei fatto un servizio. Queste sono le notizie!
Aldo Maria Valli
Dal sito: www.vinonuovo.it

Anniversari
Festeggiare 40 anni di matrimonio non è solo un momento di festa ma l’occasione per fare bilanci, per guardare indietro, non per avere rimpianti ma per renderci conto di quanta strada abbiamo fatto e come l'abbiamo fatta.
Se ci avessero detto quello che avremmo dovuto passare avremmo detto di no, che non era per noi, che sarebbe stato troppo difficile.
E invece siamo qui molto più forti e più sereni e quello che ci sembrava impossibile da superare, ora ci sembra una cosa normale che ognuno si troverà prima o poi nella sua strada.
Siamo vissuti in tempi in cui il modo di vivere si è trasformato in maniera vertiginosa. Siamo passati dalla stalla ai super telefonini, a Internet che con tanta fatica ci facciamo insegnare dai nostri figli. Abbiamo però qualcosa di molto importante da trasmettere loro e non c'è modernismo che lo possa scalfire.
Sono i nostri valori, è il nostro modo di vivere, di rapportarci con gli altri, di renderci conto che stiamo in un mondo sempre più grande ed eterogeneo, il nostro rapporto con l'ambiente, la nostra fede e soprattutto il nostro volerci bene, con tutti i difetti che hanno le persone normali e magari qualcuno in più.
Speriamo che i nostri figli capiscano che la vita che ci è stata donata è la cosa più bella e più preziosa e viverla in due è il massimo che si possa desiderare.
Cesare e Chiara. Per il testo completo clicca qui!

 

9-IL LAVORO RISORSA PER LA FAMIGLIA
È importante tra marito e moglie trovare un accordo condiviso nel pianificare il lavoro di entrambi

Una donna forte chi potrà trovarla? Ben superiore alle perle è il suo valore.
Si alza quando è ancora notte, distribuisce il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche.
Forza e decoro sono il suo vestito e fiduciosa va incontro all'avvenire.
Apre la bocca con saggezza e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà. (Pr 31, 10.15.25-26)
http://www.lachiesa.it/bibbia.php?ricerca=citazione&Citazione=Pro 31&Versione_CEI74=&Versione_CEI2008=3&Versione_TILC=&VersettoOn=1

Una donna forte chi potrà trovarla?
Nel ritratto del libro dei Proverbi, l'attività della donna assume un valore di primaria importanza nell'economia domestica e familiare. La donna, figura della sapienza umana e insieme divina, esprime attraverso il suo lavoro la genialità creativa di tutta l'umanità.
Le qualità attribuite alla donna, infatti, possono valere per tutte le persone chiamate al senso di responsabilità verso la famiglia e il lavoro.
Quello delineato è il quadro della donna ideale, che vive relazioni buone all'interno della famiglia.
Confidando nell'abilità organizzativa e nell'attività lavorativa della moglie, in Israele il marito poteva dedicarsi alla professione di giudice, ruolo che spettava agli uomini saggi, come probabilmente era l’autore del libro dei Proverbi.
Questa divisione dei compiti domestici e professionali illumina l'importanza del comune accordo tra marito e moglie nel pianificare il lavoro di entrambi: a ciascuno è chiesto di adoperarsi affinché l'altro possa meglio esprimere i suoi talenti.
A sua volta la società deve dare alla famiglia tutto il sostegno possibile, perché i coniugi siano messi in grado di fare liberamente e responsabilmente le loro scelte lavorative.
La famiglia esemplare vive nel timore di Dio e ripone in Lui la sua fiducia. La prosperità di cui gode, riconosciuta come dono divino, viene custodita e valorizzata nella laboriosità quotidiana.
I doni e le doti personali sono al contempo una responsabilità nei confronti di Dio e del prossimo.
Qui il pensiero corre alla parabola dei talenti, dati a ciascuno affinché siano moltiplicati (cf Mt 25,14-30).

Si alza quando è ancora notte
La levata nottetempo della donna e il suo lavoro notturno descrivono uno zelo che elimina ogni forma di pigrizia.
Ogni persona è chiamata a vigilare costantemente per non cedere alla tentazione della pigrizia, venendo meno alle proprie responsabilità e trascurando gli impegni.
Il ritratto della donna ideale, aliena da ogni forma di pigrizia, è l'icona di chi non teme fatica e sacrifici perché sa che il dispendio delle sue energie non è vano ma ha un senso.
Con il suo lavoro, infatti, provvede alle necessità della sua famiglia ed è anche in grado di soccorrere il povero e il mendicante.
Questo esempio, sempre attuale, interpella la vita familiare. Tra le responsabilità della famiglia vi è anche quella di aprirsi ai bisogni degli altri, vicini o lontani che siano. L'attenzione ai poveri è una delle più belle forme di amore del prossimo che una famiglia possa vivere.
Dare ciò che si possiede a chi non ha nulla, condividere con i poveri le proprie ricchezze significa riconoscere che tutto ciò che abbiamo ricevuto è grazia, e che all'origine della nostra prosperità vi è comunque un dono di Dio, che non può essere trattenuto per sé, ma deve essere partecipato ad altri. Con tale atteggiamento si promuove la giustizia sociale e si contribuisce al bene comune.

Apre la bocca con saggezza
Una qualità caratteristica della famiglia ideale è l'astenersi dal pettegolezzo. Di che cosa si parla in famiglia? Qual è il tenore dei discorsi?
Il fascino della donna ritratta nel libro dei Proverbi è alimentato anche dal fatto che "apre la bocca con saggezza e la sua lingua ha solo insegnamenti di bontà".
Compito dei genitori è di insegnare ai figli a compiere il bene ed evitare il male, apprezzando il comandamento dell'amore verso Dio e il prossimo.
La coerenza di vita dei genitori rafforza e rende vero il loro insegnamento, tanto più quando esso riguarda il bene da compiere e l'amore da vivere. Il modello di chi vive ciò che insegna resta perennemente valido e, oggi soprattutto, conserva tutta la sua ineguagliabile efficacia.
L'odierna comunicazione appare spesso distorta: si dicono parole e si lanciano messaggi con la leggerezza di chi non assume alcuna responsabilità per le conseguenze di ciò che afferma. La persona responsabile cerca la verità dei fatti e parla di ciò di cui è convinta.
La sapienza biblica invita a rifuggire la menzogna e ad evitare i discorsi vani. La famiglia cristiana, ascoltando la Parola di Dio, ha la grande responsabilità di testimoniarla fedelmente, evitando che sia soffocata da tante parole inutili.
In una società dove la comunicazione distorta e menzognera è all'origine di tante sofferenze e incomprensioni, la famiglia può divenire il contesto propizio per l'educazione alla sincerità e alla verità. Ammettere i propri errori, chiedendo perdono e assumendo coerentemente le proprie responsabilità, è uno stile di vita tutt'altro che spontaneo, al quale educare i figli sin dalla più tenera età.
Parlando con saggezza, la donna ideale "ha solo insegnamenti di bontà". La saggezza della parola consiste nel dar voce al bene, evitando quei discorsi di sola critica che rovinano il dialogo familiare. A tal fine, occorre lasciare che l'ascolto della Parola di Dio, illuminando e arricchendo la qualità della comunicazione, renda la vita familiare più evangelica.

Fiduciosa va incontro all'avvenire
La vita familiare, e della donna dentro la famiglia, non è così facile e a portata di mano, come appare nel ritratto ideale del libro dei Proverbi. Laddove, per esempio, la donna è costretta a un doppio lavoro, dentro e fuori casa.
Diviene, per esempio, di decisiva importanza, sia sotto il profilo pratico che affettivo, che i coniugi condividano i compiti educativi e collaborino nelle faccende domestiche.
Quanto mai preziosa risulta oggigiorno per molte famiglie la presenza dei nonni, il cui contributo rischia però di essere poco riconosciuto ed eccessivamente sfruttato.
Il fascino della donna che fiduciosa va incontro all'avvenire, richiamando così alla speranza per il futuro, è di grande attualità. Seppur nelle fatiche quotidiane, molte famiglie rappresentano un autentico segno di speranza per la nostra società.
La virtù della speranza ha origine nel fiducioso affidamento alla provvidenza divina.
Nei confronti di ogni moglie e madre è più che doverosa la gratitudine: "Siatele riconoscenti - osserva il libro dei Proverbi - per il frutto delle sue mani". Il lavoro domestico di cura della casa, di educazione dei bambini, di assistenza degli anziani e dei malati, ha un valore sociale assai più elevato di molte professioni lavorative, che peraltro sono ben retribuite.
L'insostituibile contributo della donna alla formazione della famiglia e allo sviluppo della società attende ancora il dovuto riconoscimento e l'adeguata valorizzazione.
La famiglia è contesto per la formazione a molte virtù, è anche scuola di riconoscenza per l'impegno profuso con gratuità e amore dai genitori.
Dono e responsabilità costituiscono il binomio dentro il quale si colloca il lavoro della famiglia e di ciascuno in essa.
Tutti sono chiamati a riconoscere i doni ricevuti da Dio, a mettere i propri a disposizione degli altri e a valorizzare quelli degli altri.
Ognuno è responsabile della vita degli altri: con il lavoro provvede al bene di tutti in famiglia e può anche contribuire a chi è nel bisogno. Così vivendo, gli affetti e i legami familiari si dilatano sino a riconoscere in ogni uomo e ogni donna un fratello e una sorella, tutti figli dello stesso Padre.
Liberamente tratto da: Sesta catechesi preparatoria per il VII Incontro mondiale delle Famiglie
Vedi anche il sussidio dei GF: Educarsi per educare alla socialità. Il lavoro e le sue implicazioni sulla vita di famiglia

Lavoro e famiglia
Il lavoro è il fondamento su cui si forma la vita familiare, la quale è un diritto naturale ed una vocazione dell’uomo. Questi due cerchi di valori - uno congiunto al lavoro, l’altro conseguente al carattere familiare della vita umana - devono unirsi tra sé correttamente, e correttamente permearsi. Il lavoro è, in un certo modo, la condizione per rendere possibile la fondazione di una famiglia, poiché questa esige i mezzi di sussistenza, che in via normale l’uomo acquista mediante il lavoro. Lavoro e laboriosità condizionano anche tutto il processo di educazione nella famiglia, proprio per la ragione che ognuno "diventa uomo", fra l’altro, mediante il lavoro, e quel diventare uomo esprime appunto lo scopo principale di tutto il processo educativo.
Laborem Exercens, 10

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Ringraziamo il Signore per il lavoro che ci consente di mantenere la nostra famiglia?
• Quale relazione intercorre fra il nostro essere lavoratori e la nostra vocazione di coniugi e genitori?
• I lavori domestici e la cura dei figli sono condivisi da entrambi?
• Quale ruolo educativo possono svolgere la famiglia, la scuola, la parrocchia nel formare i giovani al valore della laboriosità e della responsabilità sociale?
• Come recuperare oggi la solidarietà nel mondo del lavoro? Quale aiuto può fornire la Chiesa?

 

10-TESTIMONIANZE

Lavorare in fabbrica
Quando mamma e papà dovevano fare entrambi il turno dalle 6 fino alle 14, allora svegliavano me e mia sorella, ci vestivano, e poi mia sorella veniva sistemata nel seggiolino ancorato al manubrio della bicicletta della mamma, io invece mi sedevo su quello sistemato sopra la ruota posteriore: abbracciavo i fianchi della mamma e appoggiavo la guancia sulla sua schiena e così riuscivo a dormire ancora un pochino mentre la mamma pedalava fino alla casa di una delle nonne e lì stavamo fino a che non veniva a prenderci il papà a fine turno.
Quando io e mia sorella eravamo piccoli non c'erano le tate e le badanti, quindi i bambini quando i genitori andavano in fabbrica stavano con i nonni. Per cinque giorni della settimana io chiedevo sempre alla mamma perché ci si svegliava così presto, lei diceva "perché dobbiamo andare in fabbrica", "anch'io mamma ci devo andare?", "no, tu non andrai mai in fabbrica, tu devi andare in banca!", "adesso mamma ci devo andare in banca? Ma io ho sonno", "non adesso, andrai in banca quando sarai cresciuto!". Mi sono sempre chiesto se non sono cresciuto per paura di finire in banca, o perché mi svegliavo troppo presto al mattino.
Giacomo Poretti
Tratto da: Giacomo: il bambino che sognava la tuta blu, La Stampa, 22 gennaio 2012

Dirigente d'azienda
Lavorare 45 anni è un buon traguardo, soprattutto se, tutto sommato, ha lasciato un po' di soddisfazione, di stima di sé, il senso di aver dato un contributo, sia pure piccolo, alla società ed alla famiglia.
La mia generazione é stata fortunata; il posto di lavoro c'era già appena conseguita la laurea, e per molti anni si è respirato un clima di progresso e di speranza, di crescita , di collaborazione a trovare soluzioni ai problemi emergenti.
Il mio lavoro ci ha portato lontano, ciò ha dato a noi due e poi ai figli, una visione di sobrietà, di scegliere l'essenziale, la coscienza di essere dei "ricchi-privilegiati".
La nostra (modesta) ricchezza in un ambiente di povertà, a volte estrema, ci poneva chiaro un senso del limite ed una esigenza di condivisione. Questo stile di sobrietà é rimasto anche tornando in Italia ed é passato ai nostri figli una volta cresciuti.
Mia moglie ricorda spesso che abbiamo fatto otto traslochi; abbiamo vissuto in città, paesi così diversi. Già questo un po' elasticità mentale ce l'ha data.
Lo stipendio ha stabilito il livello di vita della famiglia, anche se con quattro ragazzi non ci sono mai stati grandi margini, ma senza doverci lamentare. È stato importante avere questa tranquillità quasi sempre, ma con un grosso aiuto dalla Provvidenza.
Il lavoro in sé costruisce, impegna, anche nelle situazioni più difficili permette di esprimere qualcosa di sé; è vita, non condanna.
In Argentina è stato forse il periodo in cui mi sono espresso di più: stabilimento da rinnovare, problemi tecnici impegnativi, capire le gente, preservare i posti di lavoro e l'impresa. Ma è stato anche il periodo in cui ci siamo più uniti come coppia, abbiamo acquistato stima reciproca, goduto dei figli piccoli, della natura attorno a noi.
Lì è nata la coscienza che non potevamo restare chiusi in noi stessi, dovevamo fare qualcosa per gli altri. Tornati in Italia, questo si é concretato nell'impegno per la famiglia in ambito ecclesiale, in tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto.
Guardando la mia vicenda lavorativa in tante occasioni ho scorto la mano della Provvidenza, non solo smorzando giovanili idee di carriera , ma nell'assicurare lavoro e pane al papà di una grossa famiglia.
Paolo Albert. Per il testo completo clicca qui!

Fare l'artigiano
Anni fa mio nonno mi diceva: "Io al Signore chiedo sempre tre cose: salute, lavoro e voglia di farlo...". Io non capivo (avevo 10 anni) ma ora sì, artigiano falegname nella terza generazione. Pensavo che l'ansia da lavoro consistesse in alcune difficoltà: acquisirlo, realizzarlo bene e a tempo, incassare il giusto denaro, e in tempo di abbondanza di lavoro riuscire a rispondere alle tante richieste con continui equilibrismi.
Siamo passati da ordini di lavoro fino a 6-8 mesi a "navigazione a vista" 15-30 giorni, tutto subito, poco, sempre più complesso. C'è in me un'ansia in più che non conoscevo, una fatica che si ripercuote sui tempi della mia famiglia, gli umori, stanchezza, nervosismo, silenzi preoccupati... Tutto cambia in fretta.
Si scopre che il ben-essere della famiglia è un tutt’uno con il lavoro che è risorsa non solo in termini economici, ma risorsa che investe ambiti come il tempo, la disponibilità al dialogo, all'ascolto, la possibilità di pensare e progettare un futuro diverso (soprattutto per i nostri figli), la capacità di trovare anche energia per il volontariato.
La speranza è d'obbligo, il lavoro non può e non deve mancare. È necessario come l'aria, è nel contempo fatica e benedizione. Mi accorgo che devo riscoprire una fede feriale per vivere il presente. Abbiamo tutti un "Socio" che lavora con noi e a cui affidare le preoccupazioni quando si fa buio.
Enzo

 

11-IL LAVORO SFIDA PER LA FAMIGLIA
Nell'attuale epoca del "tutto e subito", l'educazione a lavorare "sudando" risulta provvidenziale

Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato... Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen 2,8.15).
Con il sudore del tuo volto mangerai il pane, finché non ritornerai alla terra (Gen 3,19a).

Il Signore Dio piantò un giardino in Eden
Il giardino in Eden è un dono che viene dalle mani di Dio, un luogo splendido, ricco dell'acqua che irriga tutto il mondo.
Il primo compito che Dio affida all'uomo dopo averlo creato è di lavorare nel suo giardino, coltivandolo e custodendolo. L'alito di vita che Dio ha infuso nell'umanità, la arricchisce di creatività e di forza, di genialità e di vigore, affinché sia in grado di collaborare all'opera della sua creazione.
Dio non è geloso della sua opera, ma la mette a disposizione degli uomini, senza alcuna diffidenza e con grande generosità. Non solo Egli affida alla loro cura ogni altra sua creatura, ma fa dono agli uomini dello spirito affinché essi partecipino attivamente alla sua creazione, plasmandola secondo il suo disegno. Lo spirito è la risorsa che Dio ha posto nella creatura umana affinché si prenda cura, per Lui e con Lui, dell'intero creato.
Gli uomini non sono stati creati, come sostenevano alcune religioni dell'Antico Oriente, per sostituire il lavoro degli dèi o per essere i loro schiavi nei servizi più umili. L'umanità è stata voluta da Dio per prendersi cura della natura creata collaborando attivamente alla sua opera creativa.
Nella tradizione biblica il lavoro manuale gode di grande considerazione e nelle scuole rabbiniche è abbinato allo studio.
Oggi a fronte di un crescente disprezzo per alcuni tipi di professioni, specialmente artigianali, è quanto mai opportuno riscoprire la dignità del lavoro manuale.
La custodia e la coltivazione del giardino terrestre affidato da Dio all'umanità non riguarda solo la mente e il cuore, ma impiega anche le mani. Il lavoro agricolo e la produzione artigianale e industriale rimangono due capisaldi del lavoro attraverso cui gli uomini contribuiscono allo sviluppo di ciascuna persona e della società intera.

Il Signore Dio prese l'uomo e lo pose nel giardino di Eden
Il giardino terrestre è donato agli uomini affinché vivano in comunione tra di loro e, lavorando, si prendano reciprocamente cura della loro vita.
Il mondo attende che gli uomini si mettano al lavoro. Hanno la possibilità e la responsabilità di attuare nel mondo creato il disegno di Dio Creatore. In questa luce, il lavoro è una forma con cui l'uomo vive la sua relazione e la sua fedeltà a Dio.
Il lavoro non è quindi il fine della vita: esso conserva la sua giusta misura di mezzo. Il fine è la comunione e la corresponsabilità degli uomini con il loro Creatore.
Se il lavoro diventa un fine, l'idolatria del lavoro prenderebbe il posto della collaborazione richiesta da Dio agli uomini. Ad essi non è semplicemente chiesto di lavorare, ma di "lavorare custodendo e coltivando" la creazione divina. L'uomo non lavora in proprio, ma collabora all'opera di Dio.
La sua collaborazione, peraltro, è attiva e responsabile, cosicché egli, rifuggendo la pigrizia ed esercitando la laboriosità, "custodisce e coltiva" la terra "lavorando".

Perché lo coltivasse e lo custodisse
Il lavoro previsto per l'uomo nel giardino di Eden è quello del contadino, consistente principalmente nell'aver cura della terra affinché il seme in essa sparso sprigioni tutta la sua fertilità, dando frutto in abbondanza.
Il giusto sfruttamento delle risorse terrestri implica la salvaguardia del creato e la solidarietà con le future generazioni. Una massima indiana insegna che "non dovremmo mai pensare di aver ereditato la terra dei nostri padri ma di averla presa in prestito dai nostri figli".
Il compito di custodire la terra esige il rispetto della natura, nel riconoscimento dell'ordine voluto dal suo Creatore. In tal modo, il lavoro umano sfugge alla tentazione di dilapidare le ricchezze e deturpare la bellezza del pianeta terra, rendendolo invece, secondo il sogno di Dio, il giardino della convivenza e della convivialità della famiglia umana, benedetta dal Padre dei cieli.

Con il sudore del tuo volto mangerai il pane
Il rischio che il lavoro divenga un idolo vale anche per la famiglia.
Ciò accade quando l'attività lavorativa detiene il primato assoluto rispetto alle relazioni familiari, quando entrambi i coniugi vengono abbagliati dal profitto economico e ripongono la loro felicità nel solo benessere materiale.
Il rischio dei lavoratori, in ogni epoca, è di dimenticarsi di Dio, lasciandosi completamente assorbire dalle occupazioni mondane, nella convinzione che in esse si trovi l'appagamento di ogni desiderio.
Il giusto equilibrio lavorativo, capace di evitare queste derive, richiede il discernimento familiare circa le scelte domestiche e professionali.
A tal riguardo appare ingiusto il principio che delega solo alla donna il lavoro domestico e la cura della casa: tutta la famiglia deve essere coinvolta in tale impegno secondo un'equa distribuzione dei compiti.
Per quanto concerne, invece, l'attività professionale, è certo opportuno che i coniugi si accordino nell'evitare assenze troppo prolungate dalla famiglia. Purtroppo la necessità di provvedere al sostentamento della famiglia troppo spesso non lascia ai coniugi la possibilità di scegliere con saggezza ed armonia.
La trascuratezza della vita religiosa e familiare contravviene al comandamento dell'amore verso Dio e verso il prossimo, che Gesù ha indicato come il primo e il più grande (cf Mc 12,28-31). Riconoscere l'amore del Padre che è nei cieli e viverlo sulla terra è la vocazione propria di ogni famiglia.
La fatica è parte integrante del lavoro. Nell'attuale epoca del "tutto e subito", l'educazione a lavorare "sudando" risulta provvidenziale.
La fatica lavorativa trova, però, senso e sollievo quando viene assunta non per il proprio egoistico arricchimento, bensì per condividere le risorse di vita, dentro e fuori la famiglia, specialmente con i più poveri, nella logica della destinazione universale dei beni.
Talora i genitori eccedono nell'evitare ogni fatica ai figli. Essi non devono dimenticare che la famiglia è la prima scuola di lavoro, dove s'impara ad essere responsabili per sé e per gli altri dell'ambiente comune di vita.
La vita familiare, con le sue incombenze domestiche, insegna ad apprezzare la fatica e a irrobustire la volontà in vista del benessere comune e del bene reciproco.
Liberamente tratto da: Settima catechesi preparatoria per il VII Incontro mondiale delle Famiglie
Vedi anche il sussidio dei GF: Educarsi per educare alla socialità, Il lavoro e le sue implicazioni sulla vita di famiglia

Un bene per la dignità della persona
È possibile usare variamente il lavoro contro l’uomo, si può punire l’uomo col sistema del lavoro forzato nei lager, si può fare del lavoro un mezzo di oppressione dell’uomo, infine si può in vari modi sfruttare il lavoro umano, cioè l’uomo del lavoro.
Tutto ciò depone in favore dell’obbligo morale di unire la laboriosità come virtù con l’ordine sociale del lavoro, che permetterà all’uomo di "diventare più uomo" nel lavoro, e non già di degradarsi a causa del lavoro, logorando non solo le forze fisiche (il che, almeno fino a un certo grado, é inevitabile), ma soprattutto intaccando la dignità e la soggettività, che gli sono proprie.
Laborem Exercens, 9

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Sappiamo sostenerci nelle nostre rispettive fatiche professionali?
• I nostri figli comprendono la fatica del lavoro e il valore dei soldi guadagnati con l’impegno e la fatica?
• Sappiamo condividere i proventi del nostro lavoro anche con i poveri?
• Come la crisi economica incide sulla vita delle nostre famiglie?
• Nelle nostre comunità cristiane ci si preoccupa per quanti sono disoccupati, oppure svolgono un lavoro precario, poco retribuito o insalubre?

 

12-WORKING POOR, OVVERO LAVORATORI POVERI

di Katia Biondi
Percepiscono un salario inferiore ai due terzi di quello mediano e si concentrano soprattutto tra lavoratori temporanei, giovani e donne. È questo l'identikit dei "working poor", i lavoratori a basso salario sempre più presenti in un mercato occupazionale fortemente vulnerabile dal punto di vista economico e contrattuale.
In Italia sono tre milioni, circa il 15% sul totale occupati nel nostro Paese, una percentuale destinata ad aumentare, anche per colpa della recessione.
"Quando c'è una fase recessiva, come quella che viviamo, la riduzione del numero di occupati è conseguente", ha spiegato il prof. Claudio Lucifora "I primi a essere espulsi sono i meno protetti, quindi giovani e donne, e coloro che hanno un lavoro a tempo determinato, i cui contratti decadono e non sono rinnovati. Questi a loro volta vengono sostituiti da altri, secondo una logica di assestamento del mercato verso il basso".
Tuttavia, in altri Paesi, in cui la flessibilità è accompagnata da sostegni e garanzie (la cosiddetta "flexicurity"), la crisi assume una funzione di "distruzione creatrice": espelle lavoratori, chiude imprese, ma fa trovare anche le energie per riallocare le risorse in modo più efficiente.
Nei Paesi mediterranei, al contrario, la forte protezione dei lavoratori regolari a fronte della scarsità di tutele per i temporanei non solo inibisce il fenomeno della distruzione creatrice, ma produce anche un incremento del divario tra gli assunti a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato. Alla precarietà si somma dunque una penalizzazione salariale.
Per questa tipologia di lavoratori, soggetta a discriminazioni, servono urgentemente aggiustamenti e sostegni finanziari a loro favore.
Tratto dal sito dell'Università cattolica del Sacro Cuore

 

13-TESTIMONIANZE

Lavoro da schiavi
Sono le 23 di un sabato di dicembre. Ho appena salutato un giovane che chiamerò Silvio; ha 18 anni, vive con la mamma e due sorelline, il papa è in carcere. Stamani Silvio ha avuto un colloquio per un posto di lavoro in un supermercato.
Condizioni: 8 ore giornaliere da lunedì a sabato, quindi 48 ore settimanali. Salario: 400 euro mensili.
Silvio accetterà. Ma questo è schiavismo, sfruttamento al cospetto di Dio.
Io cristiano, io prete, non posso tacere, altrimenti sarei connivente...
don Sebastiano Giacchino, Torino
da: Avvenire, 19/12/2011, p. 37

Non è colpa tua!
Non è colpa tua! Questa è la frase che mi dice mia moglie quando si parla di lavoro.
Attualmente sono disoccupato. Dopo 27 anni in una azienda, allettato da una interessante opportunità, ho cambiato lavoro: tre anni di lavoro appagante, ma poi per mancanza di spirito imprenditoriale del mio datore di lavoro ho dovuto cercarmi un'altra occupazione.
Fortuna ha voluto che fossi appetibile, la mia competenza è stata richiesta da un'altra azienda, ma sfortuna ha voluto che il titolare appartenesse alla categoria dei furbi & farabutti… e siamo ai giorni nostri: disoccupato.
Scrivi il tuo curriculum, lo correggi, lo ricorreggi, lo spedisci a 100/1000 aziende, inizi a girare tutte le agenzie interinali, ti iscrivi alle liste di disoccupazione, telefoni a destra e a manca in cerca di un colloquio, fai i colloqui, chiedi agli amici se conoscono qualcuno... Ti rispondono (quando lo fanno e raramente) che c'è la crisi, sono tempi difficili, vedremo… forse il prossimo anno.
Le risposte più vere, però, sono queste: "Noi cerchiamo questa figura lavorativa, ma Lei ha troppe competenze… è un peccato sprecarle!" che tradotto significa "Ci costa troppo".
Oppure quando gli dici che sei disposto ad adattarti, sia economicamente che nella mansione, ti rispondono dubbiosi: "Ma strano che lei voglia buttarsi via così" e gli sorge il dubbio che il tuo curriculum sia sopravvalutato, quindi ti liquidano con "Noi cerchiamo una persona da inserire e formare".
Ma io voglio solo lavorare, in maniera dignitosa e rispettosa, voglio mantenere la mia famiglia e dare la possibilità ai miei tre figli di studiare e crescere!
Ho esperienza di vita (53 anni), esperienza e competenza nel lavoro, affidabilità e un titolo di studio superiore, cosa mi manca?!
Signori politici, economisti del lavoro, società: c'è da fare una seria riflessione. Abbiamo lottato per decenni, forse secoli, per dare dignità all'uomo e al suo lavoro, parità di diritti fra maschi e femmine, e adesso tutto viene buttato via.
Qualche decennio fa si diceva che il lavoro è un diritto, ma oggi in realtà il lavoratore è un oggetto, neppure di valore, da usare e spremere per poi all'occorrenza buttare.
Oggi l'uomo diventa un oggetto anche nei rapporti umani: "mors tua, vita mea". Sono spariti il rispetto, l'insegnamento e la voglia di imparare; il tempo non è più ritmo di vita, ma denaro.
E adesso che la crisi è arrivata siamo spaesati, non sappiamo dove andare e cosa siamo.
La crisi è una furbata finanziaria, non una mancanza di lavoro. Il lavoro è la dignità e l'orgoglio di produrre una cosa, dare corpo ad un'idea, offrire un servizio utile: solo il recupero di tutto questo ci ridarà la nostra umanità e la voglia di creare un mondo migliore.
Sì lo so che non è colpa mia, ma ogni tanto mi sento giù perché non considero giusto tutto questo… Per fortuna c'è sempre qualcuno che mi tira su.
Gigi. Per il testo completo clicca qui!

Povertà grigie
Come responsabile Caritas, la storia che più mi è rimasta impressa, quest'anno, riguarda un ingegnere idraulico. Un piccolo imprenditore che dall'oggi al domani si è ritrovato a passare dall'estrema agiatezza alla povertà.
Lui si occupava di lavori di idraulica domestica in forma di subappalto. Poi un bel giorno la ditta madre fallì e lui si ritrovò a non sapere come pagare i cinque stipendi dei suoi dipendenti.
Le provò tutte, partecipò a ogni bando possibile. E vinse pure due gare, alla fine.
Il destino però, evidentemente, gli aveva girato le spalle, perché anche questi due lavori andarono in fumo, per strane combinazioni burocratiche che sembravano un accanimento contro di lui.
Era disperato. Aveva una famiglia a carico, l'azienda inattiva sulle spalle, cinque stipendi da tirare fuori per i suoi operai e di lì a poco anche i suoi risparmi finirono. Si è presentato da me la prima volta per chiedere un lavoro: non si formalizzava, non importava la laurea, avrebbe accettato qualunque cosa.
Poi, mano a mano che passava il tempo, ha dovuto chiedere anche l'aiuto alimentare.
Ecco, in un anno, quest'uomo che se l'era sempre passata bene era finito sul lastrico. In altri tempi, non ci avrebbe impiegato così poco. Ci siamo mobilitati tutti per dargli una mano.
Pierluigi Dovis, Direttore Caritas di Torino
Testo raccolto da Emanuela Minucci, La Stampa, Cronaca di Torino, 9 gennaio 2012, p. 57, adattamento della redazione.

 

14-LA FESTA TEMPO PER LA FAMIGLIA
La domenica custodisce il tempo dell'uomo, il suo spazio di gratuità e relazione

Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto (Gen 2,2).
Ricordati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio (Es 20,8-10a).

Il settimo giorno della creazione
L'uomo moderno ha creato il tempo libero e ha perso il senso della festa.
Bisogna ricuperare il senso della festa, e in particolare della domenica, come "un tempo per l'uomo", anzi un "tempo per la famiglia". Ritrovare il cuore della festa è decisivo anche per umanizzare il lavoro, per dargli un significato che non lo riduca a essere una risposta al bisogno, ma lo apra alla relazione e alla condivisione: con la comunità, con il prossimo e con Dio.
Il settimo giorno è per i cristiani il "giorno del Signore", perché celebra il Risorto presente e vivo nella comunità cristiana, nella famiglia e nella vita personale. È la pasqua settimanale. La domenica non rompe la continuità con il sabato ebraico, bensì la porta a compimento.
Per capire la singolarità della domenica cristiana è necessario perciò riferirsi al senso del comandamento del sabato. Per santificare la festa, secondo il comandamento, il popolo di Dio deve dedicare un tempo riservato a Dio e all'uomo. Nell'Antico Testamento c'è un forte intreccio tra il settimo giorno della creazione e la legge di santificare il sabato. Il comandamento del sabato, che riserva un tempo per Dio, custodisce anche la sua intenzione di creare un tempo per l'uomo.
Dopo l'opera dei sei giorni, il riposo è il compimento dell'opera creatrice di Dio. Nel primo giorno Dio stabilisce la misura del tempo con l'alternanza di notte e giorno; nel quarto giorno Dio crea i luminari, il sole e la luna, perché "siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni" (Gen 1,14), nel settimo giorno Dio "porta a compimento il lavoro che ha fatto". Inizio, centro e termine della settimana della creazione sono segnate dal tempo, che ha il suo fine nel giorno di Dio.
Il settimo giorno è il momento del riposo e comunica la benedizione a tutta la creazione. Non solo interrompe l'attività umana, ma dona la fecondità connessa con il riposo di Dio.
Il culto e la festa danno così senso al tempo umano. Attraverso il culto, il tempo mette l'uomo in comunione con Dio e Dio entra nella storia dell'uomo. Il settimo giorno custodisce il tempo dell'uomo, il suo spazio di gratuità e relazione.
La festa come "tempo libero" è vissuta oggi nel quadro del "fine settimana" che tende a dilatarsi sempre più e assume tratti di dispersione e di evasione. Il tempo del week-end, particolarmente concitato, soffoca lo spazio della domenica.
Invece del riposo si privilegia il divertimento, la fuga dalle città, e ciò influisce sulla famiglia, soprattutto se ha figli adolescenti e giovani.
Essa fatica a trovare un momento domestico di serenità e di vicinanza.
La domenica perde la dimensione familiare: è vissuta più come un tempo "individuale" che come uno spazio "comune". Il tempo libero diventa sovente un giorno "mobile" e corre il rischio di non essere più un giorno "fisso" per adattarsi alle esigenze del lavoro e della sua organizzazione.
Non si riposa solo per ritornare al lavoro, ma per fare festa.
È quanto mai opportuno che le famiglie riscoprano la festa come luogo dell'incontro con Dio e della prossimità reciproca, creando l'atmosfera familiare soprattutto quando i figli sono piccoli. Il clima vissuto nei primi anni della casa natale rimane iscritto per sempre nella memoria dell'uomo. Anche i gesti della fede nel giorno di domenica e nelle festività annuali dovranno segnare la vita della famiglia, dentro casa e nella partecipazione alla vita della comunità. "Non è tanto Israele che ha custodito il sabato, - è stato detto - ma è il sabato che ha custodito Israele".
Così, anche la domenica cristiana custodisce la famiglia e la comunità cristiana che la celebra, perché apre all'incontro con il mistero santo di Dio e rinnova le relazioni familiari.

Il comandamento di santificare il sabato
Il terzo comando del decalogo ricorda la liberazione dall'Egitto, il dono della libertà che costituisce Israele come popolo. È un "segno perenne" dell'alleanza tra Dio e l'uomo, a cui partecipa ogni esistenza, persino la vita animale. Vi prende parte anche la terra (che ha il suo riposo nel settimo anno) e tutta la creazione (il giubileo, il sabato degli anni) (Lv 25,1-7 e 8-55).
Il sabato del decalogo ha perciò un significato sociale e liberante. Il comandamento non viene motivato solo con l'opera creatrice, ma anche con l'azione redentrice: "Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire… Il Signore tuo Dio ti ordina di 'fare' il giorno del sabato" (Dt 5,15).
Opera della creazione e memoriale della liberazione si tengono per mano. "Fare il sabato" significa compiere un "esodo" per la libertà dell'uomo, passando dalla "schiavitù" al "servizio". Per sei giorni l'uomo servirà faticando, ma il settimo cesserà il lavoro servile affinché possa servire nella gratitudine e nella lode. Il sabato dunque strappa dal servizio/schiavitù per introdurre nel servizio/libertà.
Nella Liturgia c'è una stupenda preghiera (Preghiera sulle offerte della XX Domenica) che ci può aiutare a ritrovare la festa come compimento del lavoro dell'uomo: "Accogli, Signore, i nostri doni, in questo misterioso incontro fra la nostra povertà e la tua grandezza: noi ti offriamo le cose che ci hai dato, e tu donaci in cambio te stesso". Il testo invoca il prodigioso incontro tra la nostra povertà e la grandezza di Dio. Questo scambio si realizza nell'incontro tra il lavoro e la festa, tra la dimensione "produttiva" e la dimensione "gratuita" della vita.
In casa e nella comunità cristiana, la famiglia sperimenta la gioia di trasformare la vita di tutti i giorni in liturgia vivente. Nella preghiera in casa, la coppia prepara e irradia la celebrazione liturgica festiva. Se i figli vedono i genitori pregare prima di loro e con loro, impareranno a pregare nella comunità ecclesiale.

Il cuore della festa
La preghiera delle offerte, sopra ricordata, così conclude: "Tu donaci in cambio Te stesso".
L'invocazione chiede a Dio non solo la salute, la serenità, la pace familiare, ma nientemeno che Lui stesso. Il senso della fatica feriale è di trasformare il nostro lavoro in offerta grata, in riconoscimento del dono che ci è stato fatto: la vita, il coniuge, i figli, la salute, il lavoro, le cadute e le riprese dell'esistenza.
La libertà cristiana consiste nella liberazione dell'uomo dal lavoro e nel lavoro, affinché sia libero per Dio e per gli altri. L'uomo e la donna, ma soprattutto la famiglia, devono iscrivere nel loro stile di vita il senso della festa, in modo da vivere non solo come soggetti nel bisogno, ma come comunità dell'incontro.
L'incontro con Dio e con l'altro è il cuore della festa.
La mensa della domenica, in casa e con la comunità, è diversa da quella di ogni giorno: quella di ciascun giorno serve per sopravvivere, quella della domenica per vivere la gioia dell'incontro.
La mensa festiva è tempo per Dio, spazio per l'ascolto e la comunione, disponibilità per il culto e la carità. La celebrazione e il servizio sono le due forme fondamentali della legge, con le quali si onora Dio e si accoglie il suo dono di amore: nel culto Dio ci comunica gratuitamente la sua carità; nel servizio il dono ricevuto diventa amore condiviso e vissuto con gli altri. Il dies Domini deve diventare anche un dies hominis! Se la famiglia si accosta in questo modo alla festa, potrà viverla come il giorno "del Signore".
Liberamente tratto da: Ottava catechesi preparatoria per il VII Incontro mondiale delle Famiglie
Vedi anche il sussidio dei GF: Educarsi per educare alla socialità. La famiglia vive il riposo e la festa

Ricordati del giorno di sabato
Il contenuto del precetto [del sabato] non è primariamente una qualunque interruzione del lavoro, ma la celebrazione delle meraviglie operate da Dio.
Nella misura in cui questo "ricordo", colmo di gratitudine e di lode verso Dio, è vivo, il riposo dell’uomo, nel giorno del Signore, assume il suo pieno significato. Con esso, l’uomo entra nella dimensione del "riposo" di Dio e ne partecipa profondamente, diventando così capace di provare un fremito di quella gioia che il Creatore stesso provò dopo la creazione, vedendo che tutto quello che aveva fatto "era cosa molto buona" (Gen 1, 31).
Dies Domini, 17

Per il lavoro di coppia e di gruppo
• Come viviamo lo stile della domenica nella nostra famiglia?
• La nostra domenica è un giorno di "riposo nel Signore"?
• L’incontro con Dio e con l’altro è il cuore della festa: la nostra domenica pone veramente al centro la celebrazione di Dio e il tempo per gli altri?
• Quali sono nella società attuale gli stili di vita della festa e del tempo libero?
• In che modo la celebrazione domenicale può divenire il "roveto ardente" che aiuta a ritrovare il senso di Dio?

 

15-TESTIMONIANZE

Aperto la domenica
Perché non rendere il fare la spesa un'occasione per trascorrere una giornata diversa e stimolante per scoprire cose nuove e rilassarsi con tutta la famiglia e gli amici, perfino la domenica?
Nel nostro Shop Center troverai sempre la soluzione che stai cercando non solo in tema di shopping ma anche di novità e servizi che ti permettono di passare il tuo tempo nel modo più rilassato e su misura per le esigenze di tutti, grandi e piccini...
Troverai anche due tipi di carrelli Playcart con automobilina sia per bambini dai 3 anni in su che per bambini sotto i tre anni.
Letto su Internet

Non negoziabile
Ci siamo pigramente assuefatti all'idea che la domenica qualcuno debba lavorare per noi. Che alla domenica si possa fare qualsiasi cosa. E che a ogni ora del giorno e della notte qualcuno sia a disposizione per soddisfare qualsiasi nostro capriccio. Il mio parroco qualche settimana fa mi ha raccontato una storia: mi spiegava le sue difficoltà con due fidanzati. No, niente dispute sui soliti temi da corso prematrimoniale. Il problema era molto più banale: per il tipo di lavoro che fanno non c'è un giorno e un orario in cui li possa incontrare insieme.
Questa è la realtà di alcune famiglie che nascono oggi. E non possiamo fare finta di non vedere che chi lavora in queste condizioni, il più delle volte, è chi non può dire di no, perché meno tutelato rispetto agli altri.
Secondo me si tratta di intenderci: su questo tema possiamo continuare a fare della bella teoria, stendere un documento allarmato, organizzare qualche bel convegno... Oppure si può provare a dire che questa è una sfida che tocca la coscienza di ciascuno. E invitare semplicemente ad agire di conseguenza.
Che cosa aspettiamo a lanciare una campagna "Io non compro la domenica" cominciando noi per primi a dare l'esempio? Perché è facile difendere la famiglia quando si tratta di stracciarsi le vesti sulle scelte di coppie conviventi o omosessuali. Perché non proviamo noi a rinunciare a qualcosa per dare anche ad altre famiglie la possibilità di vivere la domenica? E perché non proviamo a farlo in maniera pubblica, per affermare che la domenica dei consumi non è una scelta obbligata?
Giorgio Bernardelli
Trattodal sito: www.vinonuovo.it

Avviso sacro
Sul tema della domenica don Marco Scattolon, parroco di Rustega (PD) ha pensato a un gesto inequivocabile e ben visibile da mostrare ai parrocchiani e non solo.
Ha fatto stampare un grande volto di Gesù Cristo e l'ha affisso tra la chiesa e la canonica. Sotto l'immagine del volto, ha fatto scrivere a caratteri cubitali "Aperto anche la domenica" indicando che si trattava di un avviso sacro.
Questo è un tentativo, ha spiegato il parroco, di richiamare l'attenzione dei fedeli a prestare la giusta attenzione al valore della domenica, il giorno del Signore e non il giorno consacrato allo shopping. Nemmeno sotto Natale.
dal Corriere della sera, 21/12/2011

Colpa della crisi?
Ultima domenica di novembre: dopo aver trascorso un bel pomeriggio di festa, fatta di sorrisi, scambi di esperienze, preghiera, merenda, giochi coi bimbi… insieme a una dozzina di giovani famiglie con i figli piccolini (noi le chiamiamo le famiglie del "Post-Battesimo"), ci ricordiamo di aver dimenticato di acquistare "Avvenire" con l'inserto "Noi, Genitori & Figli". È un mensile di cui siamo affezionati lettori; così con un certo imbarazzo e vergogna - è contro i nostri principi - ci decidiamo a varcare la soglia del centro commerciale, dove si trova l'unica edicola ancora aperta.
Ci vengono incontro, senza vederci, numerose famiglie, per lo più con i bimbi parcheggiati nei carrelli della spesa, ognuna a rincorrere, per conto proprio, l'acquisto vantaggioso o la spesa settimanale.
L'impatto è brutale, la differenza con quanto vissuto poco prima, come qualità e numero di persone, ci colpisce come un pugno nello stomaco.
Che senso ha parlare di "Festa, tempo per la famiglia"? In effetti quando si usa il comune tempo di riposo per far la spesa, sembra un controsenso.
Eppure pensiamo di potere e dovere far qualcosa, tutti, per rivestire di verità questa espressione, ad esempio stando alla larga il più possibile, la domenica, dai luoghi del consumo, anche se può costare sacrificio, specie a chi lavora molto durante la settimana: e avere il coraggio di dirlo agli amici e magari anche nelle sedi in cui vengono decise le politiche commerciali…
Promuoviamo momenti di incontri veri per far stare insieme genitori e figli, usiamo la fantasia per creare occasioni e modi diversi, sani e gioiosi, di vivere la festa.
Possibile che una mamma sia costretta dal Comune a tenere aperto il suo negozio di giocattoli per diverse domeniche, già prima dell’Avvento, con notevoli disagi familiari?
È davvero solo colpa della crisi?
E dobbiamo davvero rinunciare e far rinunciare alla festa a causa della crisi?
Elda

Vivere la festa
Tempo fa sono stata in una parrocchia in cui il catechismo, per tutte le classi, è programmato la domenica mattina, dopo la messa, perché "è l'unico giorno in cui vengono…": tutti quei bambini che entravano in chiesa con le loro cartelle - anche di domenica! - mi hanno lasciato perplessa.
Anche nella parrocchia dove sono catechista i genitori e i bambini sono invitati a due "domeniche esemplari" in preparazione alla messa di prima Comunione, ma sono due in un anno, implicano il servizio di baby-sitter per i piccoli e comprendono non solo la catechesi ma anche un momento conviviale: si pranza tutti insieme, ognuno porta ciò che serve per la propria famiglia e condivide ciò che eventualmente avanza.
Dopo si torna a casa, ma le famiglie sono invitate a compiere un gesto di carità, andare a trovare un ammalato, far visita a qualche parente anziano che non vedono da tanto, o qualsiasi altro gesto che ritengano opportuno.
Per la sera offriamo la proposta concreta e praticabile di una piccolissima preghiera in famiglia: una candela, che è stata benedetta la mattina, viene accesa al centro del tavolo, un segno di croce insieme, per chi se la sente alcune formule che consegniamo e che possono essere lette in forma dialogale…
Tutto si può migliorare, ma questa finora si è dimostrata un'esperienza con più elementi positivi che negativi.
Assunta
Trattodal sito: www.vinonuovo.it

Il mercante
Nel celebre romanzo di Saint-Exupèry, il Piccolo Principe incontra, ad un certo punto del suo viaggio alla scoperta dell'uomo, un mercante di pillole che placano la sete: inghiottendone una alla settimana non si avverte più il bisogno di bere.
Allo sconcerto del fanciullo - "perché vendi questa roba?" - risponde sicuro l'adulto: "è una grossa economia di tempo. Gli esperti hanno calcolato che si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana"; "E cosa ne fai di questi cinquantatré minuti alla settimana?"; "Quello che si vuole" risponde il mercante. E il Piccolo Principe: "Io, se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei verso una fontana".
La pillola settimanale del mercante stolto è l'antitesi della domenica cristiana: estingue il bisogno, ma pure il desiderio e il piacere di camminare verso una fontana di acqua fresca.
Paolo Tomatis
Tratto dal sito: www.abbandoneraiaderirai.it

Il segno dei chiodi
A noi non è dato
toccare con le mani
il segno dei chiodi,
la tenda del corpo
ove arde il mistero del Verbo.
Solo ci è dato
sfiorare per grazia
nel pane spezzato
il lembo del mantello.
Angelo Casati
Tratto dal sito: www.abbandoneraiaderirai.it

Mio nonno
"Sei andato a Messa?" con questa domanda mi accoglieva ogni domenica mattina il nonno quando, trafelato per la corsa in bici, arrivavo a casa sua per una visitina. La mia risposta non si faceva attendere, perché era proprio dalla celebrazione eucaristica che stavo arrivando. E lui continuava: "Ricordati sempre: prima il Signore. Poi viene tutto il resto!".
Anche se avevo solo pochi anni, che qualcuno mi chiedesse conto di come avevo iniziato la domenica e mi desse una chiave interpretativa del valore delle cose, mi ha aiutato a chiarirmi le idee sul senso del tempo, e in particolare della festa, tempo per Dio.
Ricordo come da questo primo approccio con lui scaturisse di solito un dialogo, sincero, sereno sul valore delle cose: "Stai attento che non c'è festa senza l'incontro con il Signore nella Messa; perché prima di tutto è necessario che una persona si ricordi di Colui che fa il picciolo alle ciliegie (modo elegante, poetico e misterioso, insieme per indicare Dio)".
Mettere Signore al primo posto, anche temporalmente, significa riconoscergli una supremazia sulle cose, sulle azioni e anche sulle persone.
Trovare il tempo per Dio è trovare un senso per il tempo, che da lui viene vivificato.
Lo scorrere dei secondi, quelli che oggi più che mai inseguiamo è solo un incessante incalzare di presenti, senza soluzione di continuità, che non ha un senso e un valore se non incastonato all'interno di un tempo pieno di significato.
Come adulti corriamo da una parte all'altra cercando di far fronte a tutte le esigenze che la famiglia, i figli, i genitori ci richiedono.
Non siamo mai in tempo, non abbiamo mai abbastanza tempo. Anche i nostri figli sono continuamente in lotta contro il tempo.
La domenica come tempo per il Signore ci ricorda come sia giusto "rompere" questo tempo, porre una frattura che unifichi il tempo frantumato delle nostre giornate frenetiche; ci ammonisce affinché, con l'intenzione di dedicare un tempo per Dio, noi possiamo trovare un tempo per noi, uno spazio fisico e simbolico in cui ri-trovar-ci: con noi stessi e con gli altri.
Anche perché come tutti i regali che noi facciamo, li offriamo a chi amiamo.
Grazie nonno, ora che sei entrato nel tempo di Dio, nella sua festa: quelle poche parole che facevano seguito ad un comportamento coerente hanno posto in me, e non solo, il senso della domenica, tempo per Dio a noi donato.
Paolo Brugnera

 

16-UN SACERDOTE RACCONTA IL CAMPO DI BESSEN HAUT
La rimpatriata come occasione per ricordare l’esperienza fatta e i punti di forza del campo

di Mario Filippi*
Per me il campo di Bessen Haut è stata una scoperta, anche se non ero digiuno di esperienze con le famiglie.
Ho lavorato per più di 20 anni in due consultori dell'UCIPEM, a Torino e a Rivoli, dove mi sono trovato molto bene e dove ho fatto delle belle amicizie che durano ancora adesso.
Ma non ho avuto mai l'occasione di passare con loro una settimana come quella Bessen Haut: adulti e bambini insieme, in un campo autogestito… Con gli amici del Consultorio ci si radunava spesso non solo per studiare e confrontarci su casi di interesse comune, e anche per approfondire aspetti religiosi e formativi (giornate di ritiro, Lectio divina su libri della Bibbia). Ma si trattava, tutto sommato di incontri di studio… Ad ogni modo niente che assomigliasse al campo di Bessen Haut.

Un’educazione "ambientale"
L'esperienza di Bessen Haut mi ha fatto scoprire un modo diverso di stare insieme, dove la presenza e la compresenza di genitori e figli piccoli faceva emergere aspetti educativi molto importanti e per molti versi fondamentali, proprio perché i momenti educativi più pregnanti ed efficaci non sono quelli presentati attraverso una lezione, ma quelli vissuti come un'esperienza. La più efficace educazione è quella "ambientale" o atmosferica… Un'educazione che si respira nell'ambiente in cui sei immerso, una catechesi quasi "per contatto" che passa attraverso le cose che vedi e che tocchi. I bambini sono educati più dalle cose che ci vedono fare, che non da quelle che diciamo: il bambino magari non ascolta (o sembra non ascoltare) quello che diciamo, ma ci guarda sempre.

La distribuzione degli impegni
Un aspetto che mi è piaciuto molto è stata la disponibilità e la generosità di tutti e la distribuzione degli impegni, alcuni dei quali (come quelli dei super cuochi Claudia e Valter) pesanti ed impegnativi.
Altrettanto importante la presenza degli animatori (ricordo per tutti Alberto): creativi, pazienti, attenti ad accompagnare non solo gli aspetti ludici dei bambini, ma anche quelli educativi… Non si sono fermati al ruolo piuttosto povero di intrattenitori, ma hanno esercitato un vero ruolo educativo ed hanno introdotto i bambini anche al momento liturgico.
E poi la presenza illuminante, rasserenante e profonda di Elisa, relatrice del campo. Mi ha colpito non solo la sua grande competenza ed esperienza professionale e le sue doti comunicative, capaci di tradurre in linguaggio semplice e concreto anche i complessi percorsi della psicologia…, ma anche perché con immediatezza sapeva leggere, al di sotto dei processi psicologici, originali aperture all'intervento della Grazia di Dio, aiutandoci in questo modo a guardare alla persona umana non solo come ad un complicato groviglio di problemi, ma come un progetto di amore e di salvezza che la Parola di Dio aiuta a cogliere e a dipanare…

La "macchina" del campo
Naturalmente un ricordo e un grazie vivissimo va a Corrado con la sua regia e attenta alla puntualità e a far procedere con i giusti ritmi la macchina piuttosto complessa del Campo. Mi riferisco a quello che potevamo vedere nei diversi momenti della giornata, ma va anche ricordato il lavoro nascosto, ma essenziale e capillare, della preparazione del campo e della sua complessa organizzazione, con l'aiuto di Nicoletta, di Emanuela ed Elena.
Voglio sottolineare anche un altro aspetto e, cioè, il ruolo che ha giocato la casa della quale eravamo ospiti. Non un albergo a 5 stelle da sfaticati vacanzieri, ma una vera casa, quasi la casa di una famiglia un po' allargata. Per certi versi anche scomoda, segnata da un tono di essenzialità e di austerità; una casa che "faceva molto montagna", che invitava alle cose essenziali e che obbligava a tirarsi su le maniche e intervenire, come si fa nelle nostre case… E allo stesso tempo una casa che ci obbligava ad incontrarci continuamente.
Tutto questo è stato immortalato dalla macchina fotografica di Simona e Niccolò con una serie di immagini che rappresentano un po' il "diario" visualizzato della nostra settimana a Bessen Haut. Sarà bello lungo l'anno far scorrere le pagine colorate di questo diario per (ri)vivere con un po' di nostalgia delle cose vissute insieme e per anticipare con il desiderio il prossimo campo…
* salesiano, già direttore della casa editrice Elledici

 

17-CAMPI PER FAMIGLIE 2012
Il calendario provvisorio

20-29 luglio San Giacomo di Entraque (CN)
Tema e relatori da definire.
Org.: Diocesi di Cuneo.
Info: Angela e Tommy Reinero, 347 5319786, tommy.angela@libero.it

5-12 agosto Voltago Agordino (BL)
Tema e relatori da definire.
Org.: Collegamento Gruppi Famiglia.
Info: Valeria e Tony Piccin, 0423 748289, segninuovi-@alice.it
12-19 agosto Pragelato (TO)
Tema: Punti fermi in famiglia. Per una educazione concreta all’amore e alla fede.
Relatori: Ezio Aceti, Franc. Cravero e M.Grazia Ciravegna.
Sacerdoti: Don Mario Filippi, Don Orlando Aguilar Tobon.
Org.: Diocesi di Pinerolo.
Info: Nicoletta e Corrado Demarchi, 0121 77431 ufficiofamiglia@diocesipinerolo.it

12-19 agosto San Giovanni di Spello (PG)
Relatori vari di alcune comunità umbre.
Org.: Collegamento Gruppi Famiglia.
Info: Antonella e Renato Durante, 0423 670886, ren-anto@libero.it

19-26 agosto Casteltesino (TN)
Tema e relatori da definire.
Org.: Collegamento Gruppi Famiglia.
Info: Valeria e Tony Piccin, 0423 748289, segninuovi-@alice.it

Per visionare il calendario, aggiornato in tempo reale, clicca qui!

 

18-VII INCONTRO MONDIALE DELLE FAMIGLIE
Milano: 30 maggio - 3 giugno 2012

Il Collegamento nazionale tra Gruppi Famiglia ha deciso di partecipare a questo grande evento ecclesiale che, per la sua natura e localizzazione, risulta un'occasione unica per le famiglie.

La nostra proposta
Dopo aver valutato quanto proposto dagli organizzatori dell’evento (www.family2012.com) abbiamo scelto le modalità che sono risultate avere da un lato i costi più contenuti e dall’altro garantire una piena partecipazione agli eventi.
Ciò è stato possibile grazie anche alla disponibilità delle famiglie del decanato di Carnate-Usmate (MB).
In questo modo chi non abita a Milano avrà la possibilità di partecipare all'evento come membro dei Gruppi Famiglia.

I costi di partecipazione
Il costo dell'iscrizione (obbligatoria) che prevede la partecipazione ai tre giorni del congresso (compresi tre pranzi) è il seguente:
Adulti: 70 euro; ragazzi dai 14 ai 17 anni: 60 euro; ragazzi dai 7 ai 13 anni: 50 euro (sconti per chi ha più figli), bambini da 0 a 6 anni gratuito (modalità A3).
Per i due incontri con il Papa i costi sono:
Adulti: 30 euro; ragazzi dai 7 ai 13 anni: 15 euro, sconti per chi ha più figli; bambini da 0 a 6 anni gratuito (modalità B2).
Le quote vanno anticipate; in caso di rinuncia dopo il 30 marzo 2012 sarà trattenuta la quota di iscrizione di almeno 1 adulto per ogni famiglia iscritta. Per gli spostamenti si farà uso dei mezzi pubblici (compresi nelle iscrizioni).

La logistica e i trasporti
Le famiglie partecipanti saranno ospitate gratuitamente nelle strutture ecclesiali e presso le famiglie del decanato di Carnate-Usmate che garantiranno il pasto serale e il pernottamento.
Si utilizzerà il treno da Carnate-Usmate a Sesto San Giovanni, poi la linea 1 (rossa) della Metro da Sesto alla Fiera di Milano (Amendola Fiera).
Questa ospitalità si estende anche agl'incontri con il Papa di sabato e domenica, che si terranno presso il Parco Nord di Bresso. Si prevede che, in quei due giorni, saranno istituite apposite navette.

Le iscrizioni
Invitiamo tutte le famiglie interessate ad iscriversi entro il 15 marzo telefonando o inviando una mail a Ernesta e Gianprimo Brambilla, tel. 039 607 90 37 - cell. 340 53 66 428 (lui) - 347 88 10 722 (lei), mail: ernesta.gianprimo@virgilio.it e poi versando al più presto le quote previste.

Oppure...
Siete una parrocchia, una vicaria, una diocesi e volete partecipare all’evento come tali? Iscrivetevi entro il 30 marzo sul sito www.family2012.com
Le famiglie e le comunità parrocchiali della zona di Milano saranno liete di ospitarvi presso di loro.

Il programma del Convegno: da Avvenire 29 gennaio 2012
Consigli per l'accoglienza (valido anche per altre esperienze): da Avvenire 29 gennaio 2012

 

19-L’ANNUNCIO NEI GRUPPI FAMIGLIA
L’annuncio può essere tenuto da una persona esterna al gruppo o preparato dal gruppo stesso

A cura di Franco Rosada
Questo numero è costituito da una serie di catechesi scritte per il cammino di preparazione a Milano 2012.
La proposta prevede che ogni catechesi (annuncio) sia preceduta da una breve preghiera e dall’invocazione dello Spirito Santo.
Dopo la lettura dell’Annuncio inizia l’approfondimento di coppia e di gruppo partendo dalle domande proposte. Si conclude con la scelta di un impegno per la vita familiare e sociale, preghiere spontanee, un Padre Nostro. Questo schema, che condividiamo, può essere seguito e attuato da qualsiasi gruppo famiglia.
Vorrei ora approfondire meglio alcuni aspetti che possono caratterizzare l’annuncio nei Gruppi Famiglia.

Perché l’Annuncio
L’Annuncio è lo strumento che permette al Gruppo Famiglia di impostare il suo programma di formazione e consiste nel confrontarsi su un argomento di comune interesse.
L’Annuncio può essere tenuto da una persona esterna al gruppo, invitata a questo scopo, oppure, come proposto per Milano 2012, può essere preparato dal gruppo stesso1.

Tenere un Annuncio
Parecchi, di fronte alla prospettiva di tenere un annuncio, si ritirano. "Non mi sento preparato", "non so rispondere alle domande che mi possono fare".
Ma se aspettiamo di essere preparati probabilmente non saremo mai pronti a fare un annuncio!
Servono poche idee, ma devono essere profondamente radicate in noi, e serve la capacità di fidarsi dello Spirito Santo.
Il nostro obiettivo non è essere "bravi", "in gamba" ma testimoniare quello in cui crediamo.
Dopo un annuncio riuscito il nostro atteggiamento non deve essere di soddisfazione ma di "timore e tremore" perché‚ nonostante la nostra impurità, ci siamo accostati al sacro, nella la nostra indegnità abbiamo osato annunciare Gesù morto e risorto2.

Preparare un Annuncio
Se lo vogliamo invece ‘autogestire’ dobbiamo, per prima cosa, trovare un argomento di comune interesse, tratto da un libro o da una rivista (p.e. da questo numero), e confrontarsi su di esso.
È necessario leggere in precedenza l’argomento (personalmente e in coppia) e porsi, per ogni punto trattato, alcune domande:
• Condividiamo quanto è scritto? Se non lo condividiamo, perché?
• Se lo condividiamo, quali ostacoli ci impediscono di realizzarlo?
• Quali difficoltà incontriamo sul nostro cammino?
• Da che parte incominciamo per superare tali difficoltà?
• Quali conferme abbiamo trovato?
Durante l’incontro, dopo aver letto l’Annuncio e aver sostato un momento in silenzio, tutte queste riflessioni sono messe in comune perché "chi ha, dà"...
Si ascolta l’esperienza dell’altro come dono dello Spirito per fare chiarezza, discernimento, dentro di noi.
Ognuno, per essere più preciso nel comunicare la propria esperienza è bene metta per iscritto quel che ha pensato, meditato, sentito... anche per essere più semplice e conciso quando presenta (verbalizza) il proprio contributo.
Dopo il confronto sull’Annuncio, se c’è tempo, si può fare la Lectio Divina o la Revisione di Vita1.
1 Noris e Franco Rosada (da GF 36)
2 Guido Lazzarini (da GF 40)

 

20-L'ANNUNCIO IN QUEL DI VALLÀ (TV)
Un appuntamento a cadenza mensile che si sono dati alcuni gruppi famiglia appartenenti a diverse parrocchie della zona

Di Antonella e Renato Durante
- E gli animatori, quando vengono?
Inizia così l'attesa dell'incontro (detto Annuncio) dei nostri gruppi famiglia, una settimana prima, perché i nostri figli, da Tobia di 5 anni ad Anna di 15, aspettano l'arrivo degli animatori che si ritrovano a preparare le attività per la domenica successiva.
Sì, perché da tempo alcuni gruppi famiglia appartenenti a parrocchie diverse e a volte non proprio vicine, decidono di darsi un appuntamento comune con cadenza mensile per la stagione che va da ottobre ad aprile. Si trovano insieme per partecipare all'Annuncio. Quindi si parte tutti, grandi e piccini. Perché?
PRIMO: c'è qualcuno che aspetta ciascuno di noi, gli amici per i più piccoli, gli animatori coetanei per i ragazzi ormai cresciuti e gli amici da rivedere per gli adulti.
SECONDO: la festa inizia già nell'attesa, la voglia di rivederci e di scambiare qualche chiacchiera anima l'arrivo, tanto da richiedere un'accoglienza che chiede tempo. Finché non ci si saluta, non si comincia.
TERZO: il tema di oggi ci farà incontrare non solo chi ci viene a parlare, ma anche gli amici e i nostri ragazzi che alla fine condivideranno il nostro percorso, sullo stesso tema ovviamente a loro portata e con gli animatori.
QUARTO: se non capiamo molto, non importa perché ci sarà tempo di risentire o meglio rileggere le cose dette nel corso delle successive settimane, visto che il materiale viene trascritto e preparato perché ogni singolo gruppo, composto di 5 o 6 famiglie, possa poi ritrovarsi e calare nella sua realtà questo annuncio; con le modalità che preferisce.
QUINTO: non è una lezione ma un confronto e l'incontro con chi viene, se vissuto con umiltà, cambia entrambi. Tutti tornano a casa con qualcosa di più.
SESTO: non ci si può lasciare senza un momento conviviale, semplice e veloce, poco impegnativo e frutto della gratuità e della piccola generosità di chi partecipa.
SETTIMO: di domenica pomeriggio, con un po' di tranquillità, un paio di ore in un luogo accogliente e per tutti (ragazzi e genitori): pensare ad un luogo freddo e senza lo spazio per i ragazzi quanto ci indispone!
OTTAVO: non importa quanti si è; mai dimenticarsi i figli, se ci sarà spazio per loro, ci sarà spazio anche per i genitori. Sono loro quelli che non fanno mancare i genitori ad ogni incontro.
NONO: il vero segreto sono gli animatori, ai quali come sposi dobbiamo non solo la gratitudine perché stanno con i nostri figli, ma anche il tempo per accompagnarli nella scoperta della loro strada verso l'amore.
DECIMO: tutto si può fare se si prega e ringrazia per ciò che pian piano lo Spirito ci prepara. Ogni volta che ci si incontra.
Non c'è necessità di prepararsi o di essere " a posto", chiunque può venire.
Nessuno ci chiederà perché o chi siamo, l'importante che abbiamo deciso di esserci.
E grazie alle coppie che si impegnano a turno a preparare l'incontro, a contattare i relatori e a preparare i materiali.
Per saperne di più sulla Scuola per Famiglie di Vallà clicca qui!

 

21-PASQUA DEL SIGNORE 2012

No, credere a Pasqua
non è giusta fede:
troppo bello, sei a Pasqua!
Fede vera è al venerdì santo
quando Tu, Dio, non c'eri lassù!
Quando non un'eco risponde
al Suo alto grido
e a stento il Nulla dà forma
alla Tua assenza.
David Maria Turoldo

 

22-IN CONCLUSIONE

Cari amici, ci prepariamo al VII Incontro Mondiale delle Famiglie, che si terrà a Milano dal 30 maggio al 3 giugno del 2012.
Sarà per me e per noi tutti una grande gioia ritrovarsi insieme, pregare e fare festa con le famiglie venute da tutto il mondo, accompagnate dai loro Pastori.
Ringrazio la Chiesa Ambrosiana per il grande impegno profuso finora e per quello dei prossimi mesi. Invito le famiglie di Milano e della Lombardia ad aprire le porte delle loro case per accogliere i pellegrini che verranno da tutto il mondo. Nell’ospitalità sperimenteranno gioia ed entusiasmo: è bello fare conoscenza e amicizia, raccontarsi il vissuto di famiglia e l’esperienza di fede ad esso legata.
Nella mia lettera di convocazione all’Incontro di Milano chiedevo "un adeguato percorso di preparazione ecclesiale e culturale", perché l’evento riesca fruttuoso e coinvolga concretamente le comunità cristiane in tutto il mondo.
Ringrazio quanti hanno già realizzato iniziative in tal senso e invito chi non lo ha ancora fatto ad approfittare dei prossimi mesi.
Il vostro Dicastero ha provveduto a redigere un prezioso sussidio con catechesi sul tema "La famiglia: il lavoro e la festa"; ha inoltre formulato per le parrocchie, le associazioni e i movimenti una proposta di "settimana della famiglia", e sono auspicabili altre iniziative...
Benedetto XVI
Dal discorso del 1° dicembre 2011 alla XX Assemblea Plenaria del Pontificio Consiglio per la Famiglia

 

GF75 extra

A-SU ALI D'AQUILA
Sto disegnando le montagne del Paradiso, mamma!

Alcuni anni sono passati da quando il nonno non c’è più…
All’inizio del nuovo anno non possiamo fare a meno di rivolgere un pensiero e una preghiera al Signore per lui…
Lui che nella vita aveva tanto pregato per ognuno di noi: perché le sue figlie trovassero la strada giusta nella vita, perché le sue nipoti crescessero in bontà e intelligenza, perché i suoi generi si sentissero sempre parte della nostra grande famiglia,… perché sua moglie non si dovesse mai sentire lasciata sola dopo la sua dipartita…
Quando si pensava che, per legge di natura, lui sarebbe stato probabilmente il primo a lasciare questa terra, non si riusciva sempre ad accettare l’idea. Come si potrà sopravvivere alla sua mancanza? È così importante per noi, qualsiasi problema, più o meno pratico, posto a lui trova sempre una soluzione … È insostituibile!
Eppure il giorno del primo grande lutto arriva anche per noi: è il 12 agosto 2007, compleanno di papà M.. Oggi non ci sarà, per lui , la solita torta con le candeline. "Il nonno è volato in cielo" Queste sono le parole che usiamo per parlare del fatto con A., la più piccola della banda. Ma lei, con la sua curiosa intelligenza, non si vuole perdere un solo istante dei cerimoniali che si svolgono soprattutto in casa – abbiamo la grande fortuna che il nonno si spenga in casa sua, proprio sopra il nostro appartamento, dove viviamo dal giorno del nostro matrimonio. R. è tornata proprio due giorni fa dal campo scout .… il nonno l’ha aspettata, voleva ancora vederla, abbracciarla, coccolarla… Ha anche sperimentato la mozzarella in carrozza, che al campo R. aveva più volte cucinato e che ha voluto fargli assaggiare…
Ho impresso nel cuore il suo sorriso affaticato e la sua voce stanca quando la sera precedente mi ha detto quella frase che da alcuni mesi, da romanticone e sensibile qual era, pronunciava per farmi contenta, quando andavo a trovarlo per raccontargli della mia giornata e chiedergli, ancora, qualche consiglio: "Che piacere quando ti vedo… porti un raggio di sole con il tuo sorriso.." Erano passate solo poche ore da quando aveva accettato di incontrare il suo amico sacerdote e aveva voluto accanto a sé anche la nonna, che aveva partecipato alla piccola funzione in cui era stata loro impartita l’estrema unzione.
Mentre si sale verso il cimitero, anche M., il razionale di casa, si commuove… me lo dice la nostra figlia maggiore, che è in auto con lui …
La cerimonia funebre è una festa… All’ingresso il coro intona "Su ali d’aquila" : Quando il nonno si è spento, era inginocchiato davanti al suo comodino, dove teneva il "suo" crocifisso, con il capo reclinato, il suo bombolone d’ossigeno, ormai inutile, ancora in funzione.
Ci piace immaginare che proprio lì, così, sia avvenuto il suo incontro con Gesù, venuto a sollevarlo. "E ti rialzerà, ti solleverà, su ali d’aquila ti farà librar.." . Alla fine il coro alpino intona "Signore delle cime". Grande emozione per tutti, compresa A., che, forse ancora incapace di verbalizzare i suoi sentimenti, tornata a casa, si butta sui colori e sul primo foglio che trova: "Sto disegnando le montagne del Paradiso, mamma!".
Questa prima esperienza di lutto da noi vissuta come famiglia è stata da ciascuno affrontata a modo suo ma ci ha permesso di rafforzarci come nucleo di persone capaci di confortarci a vicenda, superando le divergenze che spesso caratterizzano la nostra vita quotidiana e dando più peso a ciò che veramente conta.
Carla Maloberti

 

B-CASA FAMIGLIA
Abbiamo aperto una casa famiglia dedita all'accoglienza di persone in difficoltà

Mi chiamo Bruno ed insieme a mia moglie Caterina a settembre del 2010 abbiamo aperto una casa famiglia a Pessione una frazione di Chieri, dedita all’accoglienza di persone in difficoltà.
Il nostro cammino di avvicinamento alla Comunità Papa Giovanni XXIII inizia quasi per caso, infatti nel 1996 mia moglie comincia su indicazione della sua professoressa a stilare la sua tesi di laurea in psicologia sulle case famiglia della Papa Giovanni. Negli anni che seguono aumenta sempre di più il nostro interesse per l’accoglienza e la condivisione, spinti dal desiderio di seguire l’insegnamento di Gesù che ci richiama ogni giorno ad incontrare ed amare il nostro prossimo. Iniziamo a partecipare a degli incontri propedeutici organizzati dall’Associazione ed entriamo a far parte di un gruppo gestito dalla Papa Giovanni denominato A.M.A. (auto mutuo aiuto) composto da famiglie affidatarie e famiglie interessate all’affidamento.
La nostra esperienza di affidamento inizia nel 2003 quando insieme ai nostri due figli naturali abbiamo accolto nell’alloggio dove abitavamo a Trofarello una ragazza di 17 anni che viveva in una comunità minori. Negli anni che si sono succeduti abbiamo accolto altri bambini, da neonati a ragazzi adolescenti.
Siamo entrati a far parte del servizio neonati del Comune di Torino, che ci ha affidato in tempi diversi, tre neonati. Questa è stata un’esperienza molto bella, infatti i bimbi siamo sempre andati a prenderli in ospedale e li abbiamo tenuti con noi per circa 8/10 mesi prima del rientro con la mamma naturale.
Per circa 6 mesi ha abitato con noi una bimba di 18 mesi, molto simpatica ed affettuosa, i cui genitori per loro problemi personali non riuscivano ad accudire.
Uno degli affidamenti più complicati soprattutto dal punto di vista organizzativo è stato quello di una ragazzina di undici anni proveniente dal Kenya, malata di leucemia. Al suo arrivo in Italia le sue condizioni erano gravissime e noi ci siamo visti catapultati dall’oggi al domani nel reparto di oncologia dell’ospedale Regina Margherita di Torino. L’esperienza è proseguita per circa un anno e mezzo, con l’alternanza di ricoveri per effettuare le terapie durante i quali dovevamo garantire una presenza di 24 ore e la vita a casa.
Ad oggi non abita con noi, è riuscita con l’aiuto dei servizi sociali ad integrarsi sul territorio e cosa più importante è guarita. In questo momento in casa nostra siamo in nove, io, mia moglie, i nostri figli naturali, una bimba di diciasette mesi con una grave encefalopatia, un ragazzo di sedici anni affetto da autismo, una ragazza nigeriana con la sua bambina di quasi tre anni ed un nostro fratello di comunità che ha chiesto di fare un’esperienza di vita all’interno di una casa famiglia della nostra associazione.
Sono convinto nel dire che in questi anni abbiamo avuto la fortuna di condividere "tanto" con le persone che sono passate e che attualmente abitano in casa con noi. Abbiamo dato molto, dal tempo all’amore ma abbiamo anche ricevuto molto e mettendo sulla bilancia pro e contro di questa esperienza non ho dubbi sul fatto di proseguire in questa direzione, alla ricerca del Signore. Infatti Don Oreste ci diceva sempre che, se volevamo incontrare Gesù dovevamo andare a cercarlo là dove lui si trova, vicino ai più poveri, agli emarginati a quelli che nessuno vuole.
Un elemento fondamentale che ci aiuta nel vivere il quotidiano è la preghiera, questa ci permette di capire se ci lasciamo usare, quanto siamo strumento nelle mani di Dio. Ogni giorno nella preghiera affidiamo al Signore le nostre azioni e Gli chiediamo di guidarci per il bene di tutti. E’ fondamentale sottolineare da parte nostra l’importanza di affidarci alle mani del Signore per poter vivere al meglio tutte le situazioni che si presentano giornalmente; tanto più noi ci avviciniamo alla condivisione e all’accoglienza degli altri, tanto più sentiamo la necessità di essere accolti dal Signore, perché da soli non potremmo affrontare un compito così complicato.
Bruno e Caterina, Associazione Papa Giovanni XXIII - Torino

 

C-ANNIVERSARI
Abbiamo qualcosa di molto importante da trasmettere ai figli e non c'è modernismo che lo possa scalfire

Oggi stiamo tutti festeggiando i nostri anniversari di matrimonio, dai 25 ai 60 e oltre. Si prega, si mangia, si beve, si ride e ci si racconta. È però anche un buon momento per fare i bilanci, per guardare indietro, non per avere rimpianti, ma per renderci conto di quanta strada abbiamo fatto e come l’abbiamo fatta.
Se ci avessero detto quello che avremmo dovuto passare avremmo detto di no, che non era per noi, che sarebbe stato troppo difficile. E invece siamo qui molto più forti e più sereni e quello che ci sembrava impossibile da superare, ora ci sembrano cose normali che ognuno si troverà prima o poi nella sua strada.
Siamo vissuti in tempi in cui il modo di vivere si è trasformato in maniera vertiginosa. Siamo passati dalla stalla ai super telefonini, a Internet che con tanta fatica ci facciamo insegnare dai nostri figli. Abbiamo però qualcosa di molto importante da trasmettere loro e non c’è modernismo che lo possa scalfire.
Sono i nostri valori, è il nostro modo di vivere, di rapportarci con gli altri, di renderci conto che stiamo in un mondo sempre più grande ed eterogeneo, il nostro rapporto con l’ambiente, la nostra fede e soprattutto il nostro volerci bene, con tutti i difetti che hanno le persone normali e magari qualcuno in più.
Speriamo che i nostri figli capiscano che la vita che ci è stata donata è la cosa più bella e più preziosa e viverla in due è il massimo che si possa desiderare. I figli arrivano, crescono, ci fanno gioire e soffrire e poi se ne vanno com’è giusto che sia. Ci riportano i nipotini da accudire e ci accorgiamo che la vita ci riserva ancora gioia perché quando ci chiamano nonni il cuore si scioglie.
Ci stiamo rendendo conto che la vita ci ha dato tanto più di quello che noi avevamo chiesto per essere felici, anche se in maniera diversa da come la immaginavamo nei desideri. Le sofferenze inevitabili ci aiutano a crescere, a diventare più forti e imparare a godere delle piccole cose e ringraziare Dio ogni giorno per quello che ci dà senza angustiarci per il domani.
"Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo e come vivessi ancora cent’anni": non mi ricordo chi l’ha detto ma è proprio una buona filosofia di vita.
Noi due siamo assieme da quarant’anni, con tanti acciacchi come quasi tutti quelli della nostra età. Ho trovato un quadretto poco tempo fa dove è scritto: "Giudica la tua età dagli amici non dagli anni".
Stiamo godendo un altro periodo della vita, abbiamo più tempo per noi. Siamo ancora in grado di camminare per ore ed ore, magari con calma, e salire le montagne e sulla cima darci un bacio e assieme contemplare il creato che visto da lassù è tutto un’altra cosa.
Siamo coscienti che non tutti sono così fortunati e perciò siamo oggi a ringraziare il Signore per la nostra vita che ci ha dato così tanto, per la nostra coppia e la famiglia, per gli amici e perché finche Lui vuole ci lasci andare per mano per tanto tempo ancora.
Ci sono tante montagne da salire, tanti libri da leggere e bambini da tenere in braccio e cantargli le vecchie canzoni di una volta e recitare le filastrocche dei nostri nonni e soprattutto raccontargli la nostra faticosa e meravigliosa vita.
Cesare e Chiara

 

D-DIRIGENTE D'AZIENDA
Il lavoro in sé costruisce, impegna, permette di esprimere qualcosa di sé; è vita, non condanna

45 anni di lavoro sono forse un buon traguardo, soprattutto se questo, tutto sommato, ha lasciato un po’ di soddisfazione, di stima di sé, il senso di aver dato sia pure un piccolo contributo alla società ed alla famiglia.
Non tutto è stato rose e fiori, ma alla fine, nel bilancio resta ciò che ha dato qualcosa a me ed alla mia famiglia.
La mia generazione é stata fortunata; il posto di lavoro c’era già appena conseguita la laurea, e per molti anni si è respirato un clima di progresso e di speranza, di crescita , di collaborazione a trovare soluzioni ai problemi emergenti.
Il mio lavoro ci ha portato lontano, ciò ha dato a noi due e poi ai figli, una visione di sobrietà, di scegliere l’essenziale, la coscienza di essere dei "ricchi-privilegiati".
La nostra (modesta) ricchezza in un ambiente di povertà, a volte estrema, ci poneva chiaro un senso del limite ed una esigenza di condivisione. Questo stile di sobrietà é rimasto anche tornando in Italia ed é passato ai nostri figli una volta cresciuti.
Mia moglie ricorda spesso che abbiamo fatto 8 traslochi; abbiamo vissuto in città, paesi così diversi. Già questo un po’ di maggiore elasticità mentale ce l’ha data.
Parliamo del lato economico? Lo stipendio, nel mio caso, ha stabilito il livello di vita della famiglia, anche se con 4 ragazzi non ci sono mai stati grandi margini, ma senza doverci lamentare. È stato importante avere questa tranquillità quasi sempre , ma con un grosso aiuto dalla Provvidenza.
Il lavoro in sé costruisce, impegna ,anche nelle situazioni più difficili permette di esprimere qualcosa di sé; è vita, non condanna.
In Argentina è stato forse il periodo in cui mi sono espresso di più: stabilimento da rinnovare, problemi tecnici impegnativi, capire le gente, preservare i posti di lavoro e l’impresa. Ma è stato anche il periodo in cui ci siamo più uniti come coppia, abbiamo acquistato stima reciproca, goduto dei figli piccoli, della natura attorno a noi.
Lì è nata la coscienza che non potevamo restare chiusi in noi stessi ,dovevamo fare qualcosa per gli altri. Tornati in Italia, questo si é concretato nell’impegno per la famiglia in ambito ecclesiale, in tutti i luoghi in cui abbiamo vissuto.
Non ho quasi mai parlato del mio lavoro in casa ed a mia moglie un po’ dispiaceva, ma così si era più sereni , distesi coi figli, eppure i due mondi lavoro e famiglia non restavano separati. Era come distillare una buona grappa dal vino del lavoro quotidiano.
Sentimenti , idee, scelte morali sul lavoro si distillavano un po’ per volta ed entravano in famiglia trovando eco, appoggio e talvolta conforto.
Guardando la mia vicenda lavorativa in tante occasioni ho scorto la mano della Provvidenza, non solo smorzando giovanili idee di carriera , ma nell’assicurare lavoro e pane al papà di una grossa famiglia.
Nelle nostre vicende personali e di famiglia è interessante la conseguenza del volontariato nel consultorio, gruppi famiglia, ed il lavoro. Nella preparazione e poi nell’esperienza del volontariato si é messa a fuoco la capacità di vero ascolto, di suggerire più che imporre, di considerare veramente le persone.
Paolo Albert.

 

E-NON È COLPA TUA!
Ho 53 anni, esperienza e competenza nel lavoro, affidabilità e un titolo di studio superiore, cosa mi manca?!

Non è colpa tua! Questa è la frase che mi dice mia moglie quando si parla di lavoro.
Attualmente sono disoccupato. Dopo 27 anni in una azienda, allettato da una interessante opportunità, ho cambiato lavoro : tre anni di lavoro appagante, ma poi per mancanza di spirito imprenditoriale del mio datore di lavoro ho dovuto cercarmi un’altra occupazione.
Fortuna ha voluto che fossi appetibile, la mia competenza è stata richiesta da un’altra azienda, ma sfortuna ha voluto che il titolare appartenesse alla categoria dei furbi & farabutti …e siamo ai giorni nostri: disoccupato.
Scrivi il tuo curriculum, lo correggi, lo ricorreggi, lo spedisci a 100/1000 aziende, inizi a girare tutte le agenzie interinali, ti iscrivi alle liste di disoccupazione, telefoni a destra e a manca in cerca di un colloquio, fai i colloqui, chiedi agli amici se conoscono qualcuno... Ti rispondono (quando lo fanno e raramente) che c’è la crisi, sono tempi difficili, vedremo… forse il prossimo anno.
Le risposte più vere, però, sono queste: "Noi cerchiamo questa figura lavorativa, ma Lei ha troppe competenze… è un peccato sprecarle!" che tradotto significa "Ci costa troppo".
Oppure quando gli dici che sei disposto ad adattarti, sia economicamente che nella mansione, ti rispondono dubbiosi: "Ma strano che lei voglia buttarsi via così" e gli sorge il dubbio che il tuo curriculum sia sopravvalutato, quindi ti liquidano con "Noi cerchiamo una persona da inserire e formare".
Ma io voglio solo lavorare, in maniera dignitosa e rispettosa, voglio mantenere la mia famiglia e dare la possibilità ai miei tre figli di studiare e crescere!
Ho esperienza di vita (53 anni), esperienza e competenza nel lavoro, affidabilità e un titolo di studio superiore, cosa mi manca?!
Signori politici, economisti del lavoro, società: c’è da fare una seria riflessione. Abbiamo lottato per decenni, forse secoli, per dare dignità all’uomo e al suo lavoro, parità di diritti fra maschi e femmine, e adesso tutto viene buttato via.
Qualche decennio fa si diceva che il lavoro è un diritto, ma oggi in realtà il lavoratore è un oggetto, neppure di valore, da usare e spremere per poi all’occorrenza buttare.
L’uomo diventa un oggetto anche nei rapporti umani : "mors tua, vita mea". Sono spariti il rispetto, l’insegnamento e la voglia di imparare; il tempo non è più ritmo di vita, ma denaro.
E adesso che la crisi è arrivata siamo spaesati, non sappiamo dove andare e cosa siamo. La crisi è una furbata finanziaria, non una mancanza di lavoro, il lavoro è, e sempre sarà, la dignità e l’orgoglio di produrre una cosa, dare corpo ad un’idea, offrire un servizio utile: solo il recupero di tutto questo ci ridarà la nostra umanità e la voglia di creare un mondo migliore.
Sì lo so che non è colpa mia, ma ogni tanto mi sento giù perché non considero giusto tutto questo… Per fortuna c’è sempre qualcuno che mi tira su.
Gigi.

 

F-LA FESTA E LA MEMORIA
la festa serve per ricordare

La festa è per creare una sosta nel nostro correre. Spesso correndo non si fa più memoria, non si riesce più a cogliere i segni perché si corre. Invece sostando si vince questa voracità delle cose. Indugi sulla vita. E allora un volto, una pietra , un fiore, diventano segno, diventano riconoscimento, riconoscenza, diventano gratitudine.
Il correre ha l’effetto di generare una società che consuma e getta, invece la memoria trattiene, accoglie e fa intravvedere dietro le cose i volti, qualcuno da ringraziare. Gesù, nel memoriale della sua cena, ce lo ricorda: lui vede oltre, si ferma e ringrazia: "Prese il pane, dopo aver reso grazie, lo spezzò".
Dopo aver reso grazie… Cosa ha visto in quel pane? Qualcosa per cui rendere grazie!
La gratitudine di chi fa memoria, la gratitudine di Gesù, la notiamo non solo nel banchetto dell’ultima cena, è una costante della sua vita, la cogliamo per esempio, quasi fosse un rito, nel banchetto per i cinquemila dove il Signore prima di spezzare il pane rese grazie.
Il suo non è stato un mangiare da ciechi. Ecco allora la festa, importante perché la nostra vita, non corra il rischio di diventare, privata della memoria, e così diventi un mangiare da ciechi, da non vedenti, da non vedenti il dono che abita le cose.
La festa che ci induce a ricordare, a riconoscere il dono che abita le cose, diventa un aiuto prezioso a contrastare e a vincere la cosiddetta civiltà, meglio diremmo "inciviltà", dei consumi, per la quale conta il prodotto che si consuma, mentre invece il dono ha qualcosa di inconsumabile. Tu un dono non lo butti via, perché dentro un dono c’è un volto, di una persona che tu ami. Ma per cogliere il dono i tuoi occhi devono essere sanati dalla cecità.
Bisognerebbe tornare ad incantarsi per le cose e questo potrebbe essere un dono della domenica, un tempo che ti è dato per riconoscere tante cose della tua vita che durante la settimana ti capita di non leggere in profondità, perché stai correndo e sfuggono.
L’incantamento viene da un indugio, dalla capacità di sostare, di indugiare sulla soglia delle cose; la fretta è nemica, radicalmente nemica, di tutto questo. La fretta che ci consuma è strettamente parente della voracità del predatore. L’incantamento ha bisogno della lentezza, altra parola dimenticata.
Pensate al nostro mondo, di cui sono segno inquietante i nostri ragazzi: hanno tantissime cose eppure non se ne accorgono, li vedi sempre ingrugniti. Poi vi capita di andare, che so io, in Brasile e trovate i ragazzini che hanno una sciocchezza, un nulla in mano e giocano con quella e hanno il volto splendente.
La festa nasce dal vedere il dono nelle cose. Come faceva Gesù! Ai suoi tempi tutti vedevano gli uccelli, ma lui si incantava perché vedeva il Padre che li nutriva. Tutti vedevano i gigli, ma lui si incantava perché vedeva la mano del Padre che li vestiva in un modo così luminoso, che Salomone se lo sogna un vestito come quello.
Don Angelo Casati, tratto dal sito www.abbandoneraiaderirai.it