Foglio di collegamento tra Gruppi Famiglia

GF122 – marzo 2025

Non “balconear” la vita!

LA DOTTRINA SOCIALE DELLA CHIESA

 

 

Lettere alla rivista

1-CONVIVENZA O MATRIMONIO?

Un “per sempre” che fa la differenza

 

Ho una nipote che mi ha chiesto a bruciapelo: “Nonna, quanto hai convissuto prima di sposarti?”. Ci sono rimasta di sale e non sono riuscita a ribatterle come avrei voluto. Mi potete aiutare?

Celeste

 

Carissima,

tra le tante possibili risposte abbiamo scelto quella che, sul tema, ha dato a suo tempo Costanza Miriano sul suo Blog. Lasciamo a lei la parola.

“Personalmente sull’argomento avrei un miliardo di cose da dire, ne ho riempito un libro, un blog e me ne sono avanzate anche alcune.

Se il nostro amore è stile adolescenziale, tutto mal di pancia, farfalle nello stomaco, gratificazione di ego malsicuri, allora è prudente e ragionevole non sposarsi, vedere come va, lasciarsi comunque la possibilità di tirarsi fuori dalla situazione senza troppe complicazioni.

Ma se l’amore è darsi, come si può pensare di non dare tutto, almeno di non provarci? Il desiderio di assoluto che c’è in ognuno di noi esige dal nostro amato, e lui da noi, un impegno totale, esclusivo, definitivo.

Il matrimonio è questo, un salto, uno slancio di dono assoluto. E il matrimonio stesso, con la sua definitività, ci custodirà negli anni, nei momenti di fatica, di dubbio.

Tra matrimonio e convivenza la differenza non è affatto nella durata. Conosco convivenze decennali e matrimoni, purtroppo, durati mesi. La differenza è una vera e propria rivoluzione copernicana. Chi sta al centro.

Nella convivenza io, noi due nella migliore delle ipotesi, siamo il metro di noi stessi. Cerchiamo, spesso con impegno, serietà, onestà e lealtà di far andare le cose, ma se non vanno niente ci obbliga.

Il matrimonio è un trascendere sé stessi, è affidare a un vincolo la propria vita, decidendo di spenderla tutta senza calcolare, senza risparmiare.

In modo imprudente anche.

Infatti, ho appena scritto vincolo, ma avrei dovuto dire sacramento perché per come la vedo io senza la grazia di Dio sposarsi è davvero un grosso, grossissimo azzardo.

Il giogo può anche in certi casi diventare davvero pesante da trascinare fino alla fine dei propri giorni. Impensabile farcela senza l’aiuto di Dio.

Il matrimonio cristiano, per me, è l’unico che abbia un senso. A meno che non vogliamo credere che, quando ha detto “senza di me non potete far nulla”, Gesù stesse scherzando.

Io penso che parlasse sul serio, e che nulla voglia dire proprio nulla.

Senza l’aiuto di Dio non siamo capaci di un’impresa come imparare ad amare un’altra persona, diversa da noi, e per di più dell’altro sesso.

Amare davvero è difficilissimo: sostenersi, accogliersi, perdonarsi, capirsi e aiutarsi. E farlo nel modo in cui l’altro desidera, più o meno consapevolmente.

A volte bisogna capire dell’altro quello che nemmeno lui sa, e ci vuole tutta la nostra creatività, l’intuito, la dedizione. Neanche i figli a volte siamo capaci di amare senza egoismo, senza proiezioni, dando loro quello di cui hanno bisogno davvero.

In questo la grazia di Dio agisce abbondante, copiosa, fluisce come un fiume a chi la chiede, perché questa è la Sua specialità: amare. Come si possa fare un progetto di amore senza mettere Dio al centro, è incomprensibile.

Quanto alla convivenza, vorrei solo ricordare che attualmente le coppie di fatto dallo stato sono molto più tutelate delle famiglie, tanto che molte coppie si separano in modo fittizio.

Ma mi interessa di più l’aspetto spirituale, umano. Una volta di più mi rendo conto quanto la Chiesa sia nostra madre quando ci mette in guardia dal sesso fuori dal matrimonio.

Sono circondata da persone che vivono la loro sessualità con la massima libertà, e la massima infelicità.

Il sesso non è un modo per conoscersi ma la donazione totale e massima. Farlo al di fuori di questa prospettiva è una bugia, ingenera confusione, disordine. Soprattutto tanta solitudine, e soprattutto nelle donne, che hanno tradito la loro vocazione più alta, quella di accogliere la vita”.

Fonte: https://costanzamiriano.com/2011/06/11/convivenza-o-matrimonio/

Sintesi della Redazione.

 

In questo numero

2-IMMMISCHÌATI!

Bisogna smettere di ‘balconear’ sui problemi sociali e partecipare attivamente alla vita della comunità

 

di Franco Rosada

‘Balconear’ è un verbo dell’argentino parlato a Buenos Aires che significa ‘stare a guardare dalla finestra’ o dal balcone.

Questa parola deve la sua fama a papa Francesco, che lo ha usato in più occasioni.

“Come in italiano, descrive un atteggiamento di pura curiosità, dove non c’è partecipazione, come uno spettatore davanti al quale sta accadendo qualcosa che non lo riguarda, e quindi può permettersi di criticare sempre degli aspetti che non gli piacciono o su cui non è d’accordo; lui, comunque, non si coinvolge mai, si tiene da parte” scrive Jorge Milia (1). E continua: “Negli anni della nostra infanzia e adolescenza, quando il giovane insegnante Bergoglio era nostro professore, la scuola dell’Immacolata Concezione di Santa Fe partecipava alla processione del Corpus Christi assieme ai fedeli. Durante il lungo percorso che attraversava tutto il centro cittadino, era comune vedere molti ‘balconeros’: famiglie che con qualche immagine religiosa e un paio di candele sul balcone attiravano l’attenzione e si dedicavano a salutare i fedeli in processione e a fare dei commenti. A me stupiva un po’ perché i miei nonni materni, quelli che erano ancora vivi, anche se anziani e pieni di acciacchi camminavano con i membri della loro parrocchia e non avevano mai preso in considerazione l’idea di balconear”.

Possiamo balconare su tanti aspetti della vita ma in questo numero, dedicato alla dottrina sociale della Chiesa,

l’aspetto su cui vi invitiamo smettere di balconare riguarda la partecipazione alla vita politica in senso lato.

A questo proposito papa Francesco affermava: “A volte abbiamo sentito dire: un buon cattolico non si interessa di politica. Ma non è vero: un buon cattolico si immischia in politica offrendo il meglio di sé perché il governante possa governare (2)”.

Immischiarsi: ecco un’altra parola che caratterizza questo numero, soprattutto come forte invito: immischìati!

Immischìati è, infatti, il nome del “progetto ideato e realizzato dalla Fondazione per la natalità, che ha come obiettivo quello di portare un ‘primo annuncio’ sulla dottrina sociale della Chiesa ai cristiani e a tutti gli uomini e le donne di buona volontà che cercano, spesso invano, una chiave di lettura sulla realtà, che sia radicata nella tradizione della Chiesa, ma sempre nuova in quanto ci offre una capacità di visione e di senso sulle realtà abitate dall’uomo” (3).

Grazie alla disponibilità del presidente della Fondazione, Gigi Da Palo, che è stato per otto anni anche presidente nazionale del Forum della Associazioni Familiari, in questo numero vi proponiamo, sintetizzati, i contenuti della prima parte del corso on-line, dedicato ai cinque pilastri della dottrina sociale della Chiesa: Persona, Bene comune, Solidarietà, Sussidiarietà, Partecipazione.

Si tratta di un percorso che richiede un certo impegno, ma ne vale la pena.

Per utilizzarlo in gruppo, vi suggerisco di scegliere gli argomenti che più vi hanno colpito e riproporli utilizzando le video clip da cui il testo è stato tratto.

Ogni clip dura dai 15 ai 20 minuti permettendo poi un ampio spazio per la discussione di gruppo.

Ma l’offerta della Fondazione non finisce qui: dal 2022 sono state realizzate 32 video conferenze di approfondimento con importanti figure della cultura italiana.

formazionefamiglia@libero.it

1 Fonte: www.terredamerica.com

2 Fonte: www.vatican.va

3 Fonte: www.diocesidiroma.it

 

Per saperne di più:

www.immischiati.com

www.statigeneralidellanatalita.it

 

3-IMMISCHÌATI IN PARROCCHIA!

Di fronte a questo invito penso che la risposta sia scontata: ma non faccio già abbastanza?

Senz’altro. Ma il problema riguarda lo spirito con cui ci impegniamo, il modo con cui testimoniamo la storia più bella del mondo, la buona notizia del Vangelo, sovente mediocre, rassegnato.

Allora? Come ci ricorda Laura Verrani, nell’ultimo articolo di questo numero, siamo chiamati a vivere la presenza di Gesù, a coltivare la comunione tra noi e con gli altri ed essere “assidui e concordi nella preghiera” (At 1,14).

 

4-IMMISCHÌATI: un invito all’impegno

di Gigi De Palo

Ben trovato, ben trovata in questo percorso dedicato alla dottrina sociale della Chiesa.

I testi che seguono sono solamente una parte di un progetto formativo più ampio che abbiamo chiamato “immischiati”.

Immischiati, a seconda dell'accento, ha una duplice valenza. Immischìati è un invito ad immischiarsi, a mettersi in gioco; cambiando l'accento però diventa uno stile, cioè, immìschiati, ovvero gente di buona volontà, persone  che sono nel mondo ma non del mondo, che quotidianamente vivono la loro vita immischiati nella concretezza delle loro giornate, provano a dare silenziosamente il loro contributo per il bene comune; quindi, valgono tutte e due gli accenti.

Questo percorso è diviso in cinque macroaree che sono poi anche i cinque pilastri della dottrina sociale della chiesa: persona, bene comune, solidarietà, sussidiarietà e partecipazione.

Ognuno di questi pilastri, come vedrai, è composto da tre riflessioni.

La prima contestualizza il tema alla luce delle varie visioni ideologiche che ancora oggi condizionano la nostra lettura della realtà.

Segue l’attualizzazione di quello che dice la dottrina sociale della Chiesa relativamente a quel pilastro: che cosa ci dice oggi. L'ultima riflessione vuole essere una sorta di concretizzazione di quel pilastro oggi.

Il nostro obiettivo è quello di farti sentire il profumo della dottrina sociale della chiesa. Per troppo tempo abbiamo pensato che servisse una preparazione scolastica per avvicinare le persone alla Chiesa. Non è così. Non ci sposiamo in Chiesa per convincimento. Non lo facciamo perché qualcuno ci dice che è necessario, serve una molla, serve qualcosa che si fa scattare il desiderio.

Noi le cose le facciamo per attrazione, le facciamo perché ci piace farle.

Il magistero della Chiesa contiene tesori immensi. Il problema è come riusciamo a raccontare questi tesori con le nostre vite, come riusciamo a veicolarli alle giovani generazioni.

Perché non si tratta di una battaglia persa ma di una battaglia appena cominciata.

Per troppo tempo abbiamo pensato al magistero della Chiesa come qualcosa di pesante, noioso, vecchio.

Papa Francesco, in Amoris laetitia, lo esplicita bene: “per molto tempo abbiamo creduto che solamente insistendo su questioni dottrinali, bioetiche e morali senza motivare l'apertura alla Grazia avessimo consolidato il vincolo degli sposi, avessimo già dato risposte alle famiglie, avessimo già riempito di significato la loro vita insieme” (AL 37). Questo vale anche per la dottrina sociale della Chiesa. Non a caso poco prima, papa Francesco scrive: “dobbiamo essere umili e realisti per dirci che a volte il nostro modo di presentare le convinzioni cristiane e il modo di trattare le persone hanno aiutato a provocare ciò di cui oggi si lamentiamo”.

Provo a spiegare questo concetto con una metafora culinaria suggerita da mia moglie.

Se in un video presentassi una ciotolina con la giusta quantità di farina, la giusta quantità di lievito, la giusta quantità di olio, la giusta quantità di acqua, la giusta quantità di sale e vi dicessi: adesso sentite il profumo del pane, non mi prendereste sul serio.

Ma se vi presentassi una bella pagnotta di pane appena sfornata e facessi sentire il rumore della crosta che si rompe sicuramente sentireste le papille gustative desiderare quel pane.

Ecco, il magistero della Chiesa, la sua dottrina sociale funziona allo stesso modo: prima viene il profumo del pane e poi la richiesta degli ingredienti.

Prima viene il martirio quotidiano delle persone che si danno in pasto per il bene comune, che si spendono per gli altri, e dopo vengono le questioni dottrinali, bioetiche e morali, che sono importantissime. Infatti, il pane o lo fai con la farina o non è pane. Puoi usare al posto dell’acqua del vino, anche costosissimo, ma non è la stessa cosa.

Sono determinanti le questioni dottrinali, bioetiche e morali ma vengono dopo, vengono dopo il desiderio.

Sicuramente vi sarà capitato di ricevere degli ospiti a pranzo. Quanto è gratificante quando, a fine pasto, l'ospite viene a chiedervi gli ingredienti del piatto assaggiato per poterlo replicare a casa sua. Il fatto che gli sia piaciuto fa sì che poi sia disposto a seguire scrupolosamente la tua ricetta. Ecco, così è con la dottrina sociale della Chiesa. Gli ingredienti sono fondamentali, sono determinanti, ma prima è necessario far nascere il desiderio.

È quello che con questo percorso speriamo di riuscire a fare.

L'auspicio è quello che alla fine possiamo essere riusciti a farti venire il desiderio di approfondire ulteriormente, perché sappiamo benissimo che questi testi non sono esaustivi, ma vogliono far superare l’idea che la dottrina sociale della Chiesa sia qualcosa di grigio, di lontano, di noioso. Ecco: non è così e questi testi sono stati scritti per cercare di risvegliare questo desiderio.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/introduzione-gigi-de-palo/

Sintesi e adattamento della Redazione

 

5-PERSONA: uomo lupo o buon selvaggio?

di Simone Budini

Supponiamo di poter fare una sola domanda ad un uomo politico per capire, attraverso di essa, se è l’uomo giusto da votare e sostenere.

Non gli chiederemo di certo qual è il piatto di pasta preferito o la sua squadra del cuore. Una buona domanda potrebbe essere qual è il suo progetto politico, ma questo per mille ragioni nel corso del tempo e degli eventi può cambiare.

La domanda fondamentale per comprendere la politica che intende fare un politico è: che valore hanno le persone per te?

Perché in base alla risposta si possono capire molte cose.

 

Uomo lupo o buon selvaggio?

Bisogna sapere che da circa 500 anni questa è diventata la domanda fondamentale alla base della filosofia politica e delle conseguenti scelte politiche.

Cos’è l'essere umano nella sua intimità più profonda?

Fin dagli inizi nacquero due scuole di pensiero opposte: da un lato vi fu chi rispose che l’uomo allo stato di natura è un lupo: “homo hominis lupus”.

Se l’uomo nella sua intimità è una belva, pronta ad aggredire chiunque gli si ritrova accanto, per costruire una società ho bisogno di fare tante “gabbie”, in pratica definire molte regole vincolanti.

Di fronte a una visione antropologica pessimistica l'unica proposta politica coerente e sensata è quella di istituire un sistema che controlli tutti e trasformi in qualche modo questo uomo “lupo” in un cittadino. Di qui la necessita di una Costituzione, di leggi, regolamenti, ecc.

Contemporaneamente, sorse una seconda scuola di pensiero uguale e opposta che sosteneva che, allo stato di natura, l'essere umano è buono e creativo.

Questa visione si fonda sul mito del buon Selvaggio, un mito sorto con la scoperta delle Americhe e l’incontro con i nativi americani.

Gli europei li hanno visti nella loro condizione di abitanti di luoghi selvaggi; da qui la definizione di buon Selvaggio.

Quindi l'uomo allo stato di natura è buono, attivo, intelligente, dinamico, non cerca lo scontro con l'altro ma ricerca naturalmente l'armonia.

In questo caso la proposta politica è quella di una società con poche regole, che lascia molta autonomia ai cittadini; non a caso si parla di Stato “minimo”.

L’idea di uomo lupo fonda un’antropologia che possiamo definire societaria. In questo caso è la società a determinare il singolo; non esiste la persona in quanto tale ma in quanto appartenente ad una certa comunità. È la comunità che lo rende cittadino, è il gruppo che determina l'essenza del singolo.

Un esempio concreto è quello offerto dal comunismo.

L’essere umano sotto il comunismo era buono se membro di una classe: il proletario; al contrario il borghese era cattivo in quanto parte della classe dei borghesi e non poteva essere proletario. La classe determina totalmente l'essenza del soggetto.

Paradossalmente lo stesso si è verificato sotto il nazismo, dove la qualità della persona è stata determinata dalla razza.

Chi nasceva ariano moriva ariano ed era degno di valore in quanto parte del gruppo degli ariani; tutti gli altri avevano una posizione sociale più bassa via via discendendo fino alle razze da discriminare o addirittura da eliminare.

Lo stesso criterio si trova anche nel fascismo dove la discriminante è l’appartenenza allo Stato italiano, con la sua cultura, la sua identità.

Anche il mito del buon Selvaggio fonda un’antropologia che possiamo definire libertaria. Questo significa definire il singolo, in quanto essere buono, come un'entità totalmente scissa da tutti gli altri, senza storia, senza contesto, senza cultura, un'identità quasi chiusa in sé stessa.

Il filosofo Leibnitz definiva il singolo una monade, una sfera chiusa in sé stessa, che non ha bisogno di nessun altro.

Ognuno, in una logica di antropologia libertaria è autonomo e indipendente da chiunque altro e la legge se la dà da solo.

Anche in questo caso scompare la persona nella sua tridimensionalità e comprare invece l'individuo.

 

Stato contro mercato

Sono due modelli antropologici radicalmente differenti. Abbiamo da una parte il membro, l'essere in quanto parte di un gruppo - che sia la razza, la classe, lo Stato, la cultura – e dall'altra parte abbiamo invece l’individuo, un soggetto svincolato completamente da qualunque contesto.

Quanto il membro, quanto l’individuo hanno un proprio habitat naturale, un contesto in cui si trovano bene.

L'uomo societario trova il suo habitat naturale all'interno dello Stato

dove ognuno ha un suo ruolo, una sua posizione. È un po' come il mattone all'interno di una piramide oppure l'ingranaggio di un orologio.

L'uomo libertario trova il suo habitat naturale nel mercato dove ogni attore economico cerca il proprio interesse personale ed entra in una logica di concorrenza l'uno nei confronti dell'altro.

Così da una visione antropologica societaria o libertaria sorgono anche le grandi dialettiche successive: Stato contro mercato.

Concludiamo con un esempio che può servire per capire in concreto le due visioni.

Di fronte all'immigrazione la reazione di chi vive un’antropologia societaria è quella di fastidio perché l'altro che arriva è diverso da me, fa parte di un altro gruppo, ha un'altra storia, un'altra cultura, un'altra lingua, un'altra religione.

Come facciamo a metterci insieme? Lui deve stare a casa sua e io sto a casa mia; anche se gli posso volere tutto il bene del mondo ciascuno deve rimanere nel proprio gruppo.

Per chi vive un’antropologia libertaria chiunque può venire perché tanto è utile per il nostro sistema economico, anzi ne abbiamo bisogno.

Apparentemente è molto disposto all’accoglienza; questa però non è tanto legata alla dignità e al rispetto della persona da accogliere quanto all’interesse economico che ne può ricavare.

Non c'è una persona dietro a questa visione ma soltanto degli individui privi di identità, storia, cultura. Viene ignorato il potenziale scontro culturale, è solo una questione di matematica: all'interno del grande file Excel del mercato io ho bisogno di riempire tutte le celle, e ogni persona è soltanto un numero che serve a questo scopo.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/simone-budini-persona-1/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          A nostro avviso ci sono troppe leggi e norme da rispettate oppure ce ne sono troppo poche e non abbastanza severe?

•          In quali campi servirebbero norme più severe? In quali altri campi servirebbero meno leggi?

•          Pensando alle vostre risposte, ritenete di essere stati coerenti o di aver avuto uno sguardo strabico?

 

6-PERSONA: a immagine di Dio

di Matteo Fortelli

"Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire".

Chi pronuncia questa frase è un androide nel finale del film Blade Runner, un autentico capolavoro del cinema e della fantascienza.

Questi androidi, realizzati per risparmiare all’uomo i lavori più gravosi, hanno però un piccolo difetto di fabbrica: col tempo nasce in loro il desiderio di essere uomini. Vengono allora riprogrammati, limitandone la durata ma loro si ribellano: non vogliono essere disattivati. Inizia così la caccia agli androidi ribelli e l’ultimo di questi, anziché utilizzare gli ultimi istanti programmati della sua vita per uccidere l’uomo che gli ha dato la caccia per tutto il film e che ora è nelle sue mani, si produce in questo monologo particolarmente filosofico.

 

Chi ha titolo per essere chiamato uomo?

Questa frase ci permette di porci alcune domande: chi è l'uomo? Chi ha titolo per essere chiamato uomo e in ragione di cosa? Chi ha il potere di attribuire o di non attribuire il titolo di uomo ad altri?

Tutto ruota intorno alla concezione di uomo, che non può essere solamente quella proposta dall’ideologia libertaria o da quella societaria, altrimenti ci sarebbe da essere disperati.

Entrambe queste ideologie sono radicalmente insufficienti e ragionano, nonostante le apparenze, esattamente allo stesso modo. In entrambi i casi il valore all'uomo viene attribuito o fatto dipendere da un elemento esterno all'uomo stesso; in entrambi i casi viene tracciata una linea sotto la quale la persona non è più persona.

È chiaro allora che dobbiamo uscire radicalmente da questa logica e abbracciarne una completamente nuova.

Approdiamo così a quanto dice la dottrina sociale della Chiesa che afferma, come principio fondamentale, l'intangibile dignità della persona. Al posto di intangibile possiamo sostituire inviolabile, inalienabile, non negoziabile; ogni papa ha scelto un aggettivo diverso ma la sostanza non cambia.

Questi aggettivi stanno ad indicare che ciascuno di noi è una persona che vale in quanto tale, in quanto persona, a prescindere da ogni sua qualità, capacità, possibilità, abilità, successo, idea, orientamento.

Anche a prescindere dalle sue stesse azioni, da quello che ha fatto o da quello che farà.

Di primo acchito questa definizione potrebbe sembrarci scontata: nessuno di noi si sognerebbe di negare questa dignità alle persone che incontriamo ogni giorno, i nostri amici, i nostri colleghi, i nostri familiari.

Però, riflettendo un attimo, ci rendiamo conto che non siamo disposti ad attribuire valore pieno di persona al ladro pluricondannato, a chi truffa gli anziani, al violentatore, al pedofilo, all'assassino, al terrorista, ecc.

Allora non è più così scontato quanto afferma la dottrina sociale della Chiesa. Non esagera forse un po’?

Proviamo allora a dare tre motivazioni che giustifichino il rigore della Chiesa.

La prima prende le mosse da un ragionamento di carattere teologico.

 

Creato a immagine e somiglianza di Dio

La persona - ci dice la dottrina sociale partendo dalle Sacre Scritture - è creata immagine e somiglianza di Dio.

Per il cristianesimo c'è Dio come sintesi di tutto quello che c'è di buono, di bello e di bene ma, immediatamente dopo, c’è l'uomo creato sua somiglianza, che partecipa delle sue caratteristiche divine.

Quindi l'uomo è trascendente come Dio, sa andare al di fuori di sé per rivolgersi all'assoluto, agli altri.

Nel suo DNA intrinseco c’è la necessità di creare relazione con gli altri, si pone anche nell'ottica di rispondere ai bisogni e alle esigenze degli altri.

È libero, non solo perché può scegliere, ma perché imprime la sua originalità ad ogni azione che compie. Ma soprattutto è capace di Dio, cioè è rivolto al bene, ha una potenzialità di bene che non viene mai meno.

Non c'è situazione degradata che possa impedire all’'uomo a un certo punto di rivolgersi al bene.

Questa forza trascinante della natura umana emerge anche dal film Blade Runner. Agli androidi che sono robot basta comportarsi come umani per essere inevitabilmente attratti dalla forza trascendente della natura umana e desiderare di volere vivere da uomini. Questa è la forza della dignità della persona umana.

Allora noi come possiamo dichiarare non degna una vita che ha in sé questa forza e potenzialità?

Un secondo argomento è più legato alla ragione umana. Proviamo a ragionare al contrario, ammettiamo che in certi casi e a certe condizioni le dignità della persona possa subire delle attenuazioni.

Il problema è: chi decide quali sono le condizioni per cui questo si verifichi? Chi traccia la famosa linea: il potere politico, il governo, i media, il potere economico, la finanza, le lobby?

Ma in questo modo si apre una voragine. Infatti, è anche successo che al potere ci siano andati i nazisti che hanno deciso che la linea di demarcazione era data dall’appartenenza o meno alla razza ariana.

L'ultimo argomento è più di natura positiva. Ognuno di noi sa che ogni persona è unica e irripetibile. Nessuno di noi è uguale a un altro, ognuno di noi è un pezzo unico, un'opera d'arte inimitabile.

Ognuno di noi è portatore di un suo stile, di una sua originalità, di una sua capacità, di una sua personalità, di suoi talenti che nessuno è in grado di riprodurre.

Come fai tu il papà, come fai tu la mamma, come fai tu il nonno, come fai tu il tuo lavoro, nessuno lo fa.

Non perché un altro lo può fare meglio o peggio ma non lo può fare con le tue caratteristiche.

 

Siamo pezzi unici

Noi non siamo intercambiabili, siamo pezzi unici e per questo il nostro valore e la nostra dignità sono infiniti e incommensurabili. Qualcuno può dare un valore alla Pietà di Michelangelo o al Colosseo o alla Basilica di San Pietro? Se qualcuno li distruggesse sarebbero perduti per sempre.

Ognuno di noi è così, ognuno di noi ha un'impronta digitale unica, inimitabile.

Ecco perché questo monologo di Blade Runner è diventato così epico nella storia del cinema. L’androide rivendica drammaticamente questa realtà: “ho visto cose che voi non avete visto perché ne ho viste solo io, non sapete come io le ho percepite, le ho capite, le ho vissute. Nessun altro può averle vissute perché io sono unico e quindi anche le mie esperienze sono uniche”.

Con la morte, con la disattivazione, tutto viene perduto per sempre.

“La mia morte - dice l’androide - è un dramma, è un'ingiustizia perché ciò che io ho visto nessun altro potrà più vedere”.

L'ingiustizia che lui subisce è racchiusa in quella lacrima nella pioggia.

Una lacrima e una goccia di pioggia viste dall'esterno sembrano uguali ma internamente sono molto diverse: la lacrima è un prodotto dell'uomo, di come l'uomo ha vissuto, ha capito, interiorizzato un'esperienza, come l’ha portato a una riflessione trascendente e lo ha commosso fin nel profondo.

Questa è una lacrima, non è come le gocce di pioggia, una uguale all'altra, ma come qualcosa di irripetibile.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/matteo-fortelli-persona-2/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Ci è mai capitato di pensare che certe persone, a causa dei loro reati, meriterebbero la condanna a morte?

•          Perché le persone “diverse” per stile di vita, costumi, comportamenti, ci danno così fastidio?

•          Quando, a nostra volta, ci siamo sentiti esclusi, che cosa abbiamo provato?

•          La vita è sempre degna, sia nel suo inizio che nella sua fine. Condividiamo questa affermazione della Dottrina sociale della Chiesa?

 

7-PERSONA: la vita è sempre degna

di Gigi De Palo

Abbiamo senz’altro colto che il centro di tutta la dottrina sociale della Chiesa è la persona e che la dignità dell'essere umano è identica per tutti, dal concepimento fino alla morte naturale. E ancora, che questa dignità non dipende dalla salute, dall'etnia, dalla nazionalità, dalla cultura, dalla lingua, dall'orientamento sessuale, nemmeno dalla capacità di far valere i propri diritti o di far sentire la propria voce, ma dipende dal semplice fatto che c'è stata donata una vita, dipende dal fatto che siamo unici e irripetibili, come un’impronta digitale.

Oggi, purtroppo, si stanno scontrando due visioni antropologiche diverse che vanno oltre la destra e la sinistra, il conservatorismo e il progressismo; queste due categorie sono l'astrazione da una parte e la concretezza dall'altra, la realtà e l'ideologia, la vita delle persone e le tendenze su cui ci infiammiamo sui social network.

Giovanni Paolo II diceva una frase bellissima che mi ha sempre molto colpito. Diceva: vale la pena essere uomo perché tu, o Cristo, hai scelto di essere un uomo. Cioè, vale la pena essere uomini, perché Cristo ha scelto di vivere la stessa vita che noi stiamo vivendo. In più, Gesù ha scelto di dare la vita per ciascuno di noi. Se la Chiesa insiste tanto sul concetto di persona umana è perché ciascuno di noi vale il sangue di Cristo.

Se si capisce questo cambia tutto.

Ma quante volte nel mondo la vita, la dignità della persona umana viene calpestata? Basta vedere quello che accade in Africa, in Ucraina, a Gaza, basta vedere i femminicidi, la violenza, la pedofilia, il dolore, la sofferenza delle persone. Ecco perché la dottrina sociale della Chiesa non piace a tutti.

Se non vi è chiaro che cos’è la dignità della persona umana, che per i cattolici assume anche le caratteristiche della sacralità, vi propongo un esempio concreto.

Avete mai visto l’immagine ecografica del cuore di un feto che batte nel ventre della mamma, ne avete mai sentito il battito?

Questo scarabocchio, questo rumore fastidioso, è il centro di tutto. Questa cosa non ha voce, non ha un volto, non ha una storia, non può reclamare o pretendere diritti, non può convincerci della sua bellezza, non può fare niente, può solo fare quel rumore assordante.

Se entriamo nell'ottica che anche questa è una persona, allora riusciremo a tutelare la dignità della vita in tutte le sue forme, allora davvero cambieremo il mondo.

 

Il centro del mondo: un cuore che pulsa

Questo cuore che batte, che fa rumore, è il senza fissa dimora che rovista nel cassonetto sotto casa tua, è tua madre anziana a cui hai voluto tanto bene, è il tuo professore di latino che odiavi, è tuo fratello che ha gli occhi del tuo stesso colore. È il migrante, il rifugiato che vuole venire in Italia perché nel suo paese viene perseguitato per la sua fede, ma è anche è il tuo ragazzo/a, quello che hai aspettato per tanto tempo e di cui ti sei innamorata/o. Potrebbero essere tutte queste vite e molte, molte altre ancora.

Perché, se non elimineremo quello sgorbietto che pulsa, che non ha voce, che non può far valere o reclamare i suoi diritti, allora riusciremo a tutelare anche i poveri, gli emarginati, gli ultimi, tutte le persone.

Purtroppo, oggi su questo tema sembrano esserci due visioni opposte.

Per alcuni la vita è degna anche quando è nella pancia della mamma, per la quale vale dare la vita e fare di tutto di più, ma non lo è altrettanto quella dell'immigrato nella pancia del barcone.

Per altri la vita è degna nel migrante, nel rifugiato, nel povero, ma non in quello che loro considerano un gruppo di cellule dentro la pancia della mamma.

Ecco, la dottrina sociale della chiesa su questo è molto coerente e questa è la sua bellezza! la vita è sempre degna, anche quella del tuo peggior nemico, anche quella della persona che un giorno magari ti farà del male.

Solo dopo aver capito che il centro della dottrina della chiesa è quel battito, quel cuore che pulsa, possiamo parlare di bene comune, di solidarietà, di sussidiarietà e di partecipazione.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/gigi-de-palo-persona-3/

Sintesi della Redazione

 

8-BENE COMUNE: i compiti della politica

di Simone Budini

In generale, il giudizio della gente sulla politica è impietoso: Il politico si fa prima di tutto i suoi affari, sistema i suoi parenti, aiuta gli amici e gli amici degli amici, ecc.

Al di là delle battute - che a volte purtroppo non sono battute - a cosa serve realmente la politica? Quali sono i compiti della politica?

Possiamo in sintesi dire che la politica serve a gestire il territorio, a disciplinare e a gestire la cittadinanza, in una parola a governare.

In un certo modo possiamo dire che la politica è una forma di dominio ma non soltanto. La politica serve anche per tutelare i diritti, per proteggere più deboli, la politica è amministrazione; quindi, è anche una forma di servizio.

Riassumendo: la politica è dominio ma è anche servizio.

 

Liberalismo e socialismo

Ripartiamo dalle visioni antropologiche presentate parlando di persona.

Vi è una prima visione antropologica, libertaria, che ha una visione ottimistica sull’uomo. Se gli uomini sono buoni hanno bisogno di poche regole, devono essere lasciati liberi di potersi esprimere, di manifestare la propria creatività e il proprio dinamismo.

Poi c'è l'altra visione opposta, che abbiamo chiamato visione antropologica societaria, che ha una visione pessimistica sull’uomo. Se l'uomo è cattivo, lasciato libero provoca scontri, disuguaglianze, ingiustizie. Ci vogliono regole per mantenere ordinata la società.

Dall'antropologia libertaria da un lato e dall’antropologia societaria dall’altro, nascono le due più grandi famiglie politiche europee che sono il liberalismo da un lato e il socialismo dall'altro.

La parola chiave per comprendere la politica liberale è quella dello Stato Minimo, uno stato con poche regole dove i vari attori - gli individui - si possono muovere nella maniera più libera possibile. Proprio questo è lo scopo del liberalismo: lasciare le persone libere affinché ciascuno possa ricercare la propria soddisfazione.

Qual è invece, all'opposto, il modello dello Stato socialista? è quello di uno Stato Massimo, uno stato burocratizzato, che tenta di razionalizzare e ordinare tutto dall'alto per evitare ingiustizie, per evitare disuguaglianze, per evitare i conflitti.

Un esempio utile a spiegare la visione politica liberale e quella socialista può essere quella riprodotta in due giochi di società molto noti: il Monopoli da un lato e il Risiko dall'altro.

 

Monopoli e Risiko

Monopoli è l'immagine del liberalismo. È un gioco con poche regole chiare per tutti quanti, ogni giocatore agisce autonomamente e in concorrenza con gli altri e lo scopo è ricercare il proprio interesse, il proprio profitto, il proprio vantaggio.

I vari attori del gioco si arricchiscono il più possibile e poi chi è più bravo e anche più fortunato diventa il più ricco e vince. Chi è meno bravo e meno fortunato esce dal gioco.

All’opposto il Risiko è la quinta essenza dello Stato socialista, soprattutto nella sua rappresentazione, perché all'interno di Risiko tutti i piccoli carrarmati sono uguali, così come sono uguali tutti i soggetti in una logica societaria: è il gruppo che ne determina il valore.

Tutti i carrarmati hanno lo stesso valore, non è importante il valore del singolo, l'importante è l'obiettivo collettivo, meglio l'obiettivo collettivista.

Quando il giocatore, che impersona lo Stato, punta agli obiettivi che gli sono stati assegnati (p.e. conquistare Sud America, Europa e un terzo Continente a propria scelta) non bada a quanti carrarmati deve sacrificare. Il bene ultimo dello Stato va perseguito ad ogni costo, non è importante quanto vale ciascun carrarmato, conta raggiungere gli obiettivi, in altre parole conta la collettività nel suo complesso.

Con le dovute semplificazioni, Monopoli e Risiko rappresentano bene il funzionamento di liberalismo e socialismo.

A livello storico il modello fondamentale che possiamo utilizzare per rappresentare la politica liberale è chiaramente quello degli Stati Uniti d'America, dall'altra parte il modello più rappresentativo di una grande costruzione socialista è quella dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche.

 

Il bene comune

Ma esiste il bene comune per Il liberalismo e per il socialismo? Esiste, ma ha una connotazione particolare.

In una logica puramente liberale il bene comune non è nient'altro che la somma dei beni individuali.

Questa somma si chiama PIL, Prodotto interno Lordo, in cui vengono sommate le ricchezze dei poveri e quelle dei milionari, con il risultato che, se il PIL pro-capite è alto, risultiamo tutti benestanti, il che non è vero.

In una logica socialista, nel Comunismo, il bene comune corrisponde al bene dello Stato. Purtroppo, a volte nel socialismo il bene dello Stato può passare anche attraverso il sacrificio delle singole persone.

Nella storia italiana dopo l’unità, Il bene dello Stato poteva essere anche riconquistare l’Istria, la Dalmazia, poi sbarcare in Africa e diventare uno stato coloniale. Certo, lo Stato italiano crebbe, ma con quali costi?

 

Dominio e servizio

Confrontiamo infine liberalismo e socialismo in funzione delle due categorie fondamentali della politica, come abbiamo visto all’inizio: il dominio e il servizio.

Le differenze sono evidenti se guardiamo chi viene dominato e chi viene servito.

Nella posizione politica liberale il dominio esiste, ma è un dominio su sé stessi, è autocontrollo, autonomia, in una parola vuol dire libertà.

Questo dominio serve ai soggetti per perseguire i propri interessi personali individualistici, cioè, poter fare quello che si vuole.

Anche il socialismo ragiona in termini di dominio e di servizio.

Il suo obiettivo fondamentale è l'uguaglianza, il servizio del prossimo, è il bene di tutti quanti. Ma come si ripaga questo bene collettivo? Con il dominio su tutti quanti. Per far sì che tutti abbiano lo stesso e che siano tutti uguali, è necessario il controllo su tutti, in maniera molto capillare, dall'alto.

Il socialismo ragiona a partire dal servizio del prossimo ma approda al dominio del prossimo.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/simone-budini-bene-comune-1/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

Lasciando da parte le nostre opinioni – spesso negative - sulla politica proviamo a rispondete a due domande.

•          In quale modo la politica esercita la sua funzione di dominio e come invece la dovrebbe esercitare?

•          In quale modo la politica esercita la sua funzione di servizio e come invece la dovrebbe esercitare?

 

9-BENE COMUNE: condizioni e perfezione

di Matteo Fortelli

Che cos'è il bene comune? Molti in politica ne parlano, ci litigano, ma hanno idee diverse su questo concetto.

Per la Dottrina sociale della Chiesa il bene comune è “l'insieme delle condizioni della vita sociale che permettono alle singole persone e alle diverse collettività di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”.

È una definizione un po' densa, ma due cose ci dovrebbero colpire subito, due parole chiave: condizioni e perfezione, cioè l'insieme delle condizioni per giungere alla perfezione.

Se si parla di condizioni è perché servono a qualcuno, se si parla di perfezione questa si riferisce alla persona umana. Il protagonista della definizione di bene comune, paradossalmente, non è il bene comune ma la persona umana.

La persona è la base e il centro di tutta la dottrina sociale, per lei creiamo le condizioni ed è lei che, grazie a queste condizioni, può arrivare alla perfezione.

Non solo. Se il bene comune è un insieme di condizioni, non può essere un bene materiale, né immateriale, né giuridico, né economico.

Questo può stupire. Il pensiero liberale considera il bene comune come somma dei beni dei singoli, il pensiero societario confonde il bene comune con i beni comuni: acqua bene comune, casa bene comune, internet bene comune.

Su questo punto ci torneremo, perché c’è un po’ di confusione.

 

Insieme di condizioni

Cosa significa “insieme di condizioni”? Provo spiegarlo con un esempio.

Durante la pandemia di Covid, con tutta la famiglia bloccata a casa, abbiamo deciso di fare, nel nostro piccolo pezzo di terra adiacente alla casa, un orto.

Io mi sono fiondato al consorzio e sono tornato con un pacchettone di piante, piantine, sementi di ogni forma, colore e consistenza.

Tutto sbagliato, mi ha subito spiegato mia moglie, perché fare l'orto è cosa complicata. Non tutte le piante vanno piantate nello stesso periodo, necessitano della stessa insolazione, hanno densità di piantumazioni diverse.

E ancora, le piante vanno abbinate. Alcune piante, se messe vicine, si aiutano a crescere meglio, perché si scambiano proprietà nutritive del terreno, altre hanno un profumo che schiaccia i parassiti dell'altra.

Infine, non è sufficiente creare per ciascuna pianta le migliori condizioni possibili per la sua crescita, ma è necessario, visto il poco spazio disponibile, mettere tutto a sistema in modo che ciascuna abbia le sue condizioni di bene comune senza danneggiare le altre.

Qui non si sta più parlando di orto, ma di politica. Per costruire il bene comune bisogna anche individuare la perfezione in ogni situazione. Il bene comune passa - dice il compendio - da una ricerca di senso e di verità delle situazioni della vita sociale.

 

Tra bene e beni

Perché, nella quotidianità, troviamo pochi segni di questa ricerca di senso e di verità? È una questione di ideologia.

In quella libertaria vi è una scissione fra bene comune e bene del singolo. Ma la dottrina sociale della Chiesa ci ricorda che il bene comune o è per tutto l'uomo e per tutti gli uomini, oppure non è veramente bene comune.

Addirittura, chi persegue l’interesse individuale a discapito del bene comune non crea del bene neppure per sé stesso, perché il bene comune è unitario.

Un esempio di ciò lo possiamo constatare nelle lungaggini dei processi: io sono avvocato e qualche volta ne traggo vantaggi, ma in generale questo crea sfiducia nei cittadini, li allontana dalla giustizia, svalutando anche coloro che la praticano, come gli avvocati.

Dall'altra parte la visione societaria è orientata verso i beni comuni, invece del bene comune. Questa non è una sottigliezza.

Se parlando di beni comuni intendendo i beni materiali, sposto l’attenzione da come usare questi beni - le condizioni come usarle perché tutti ne fruiscano - a chi invece ne ha la titolarità. E qui le due ideologie confliggono: pubblico o privato, privato o pubblico, l’acqua è un bene pubblico o privato?

 

Pubblico o privato?

Questa dicotomia è falsa perché, a priori, non si può dire se è meglio il pubblico o il privato. Ogni situazione concreta è un caso a parte, in cui vanno trovate le condizioni per utilizzare un bene al meglio, garantendolo a tutti. Solo dopo si può valutare chi li deve gestisce.

A questo proposito, mi piace ricordare che ci sono dei beni che vengono chiamati adespoti, senza proprietario. Li troviamo in Val di Fassa nel Trentino, sull’Appennino emiliano, in tante parti del mondo.

Sono beni, come la legna, l'acqua, i pascoli, di cui usufruisce una comunità, con il solo obbligo di provvedere alla manutenzione dei luoghi, niente dicotomia tra pubblico o privato.

Ci sono studi che provano che il passaggio eventuale al privato porterebbe alla speculazione, ma anche il passaggio al pubblico creerebbe solo burocrazia, diminuendo l’efficienza del bene.

Quindi, i beni per loro natura possono anche essere di nessuno, ciò che conta sono le condizioni per cui possano essere utilizzati al meglio.

 

A chi tocca

Ultimissima domanda: chi deve realizzare il bene comune?

La dottrina sociale dice che questo compito è principalmente a carico dell'apparato pubblico. Questo dovrebbe essere il compito principale di uno Stato: domandarsi qual è la perfezione di singoli e collettività, creare le condizioni per ciascuno, poi integrando nel grande orto della vita sociale le esigenze di ciascuno.

La dottrina sociale però non si ferma qui e ci sorprende con un colpo di genio.

In uno dei punti più alti e più belli del compendio afferma che la realizzazione del bene comune è compito di ciascuno di noi.

Nel momento in cui ciascuno di noi, nelle condizioni che gli sono state create, compie il suo cammino di perfezione, sta anche creando le condizioni per gli altri perché possano raggiungere la loro perfezione.

Pensate a un insegnante: se fa bene il suo lavoro crea le condizioni per i suoi studenti affinché anche loro raggiungano la perfezione.

Come cambierebbe la realtà se tutti noi, nel fare bene il nostro lavoro - che già è un bell’obbiettivo – costantemente pensassimo che nel farlo stiamo creando le condizioni per altri.

Sarebbe davvero un andare oltre, sarebbe mettere testa e cuore e visione in ogni cosa che si fa, sarebbe una rivoluzione, la rivoluzione del bene comune.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/matteo-fortelli-bene-comune-2/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Quanto la definizione di bene comune proposta dalla Chiesa coincide con la nostra idea di bene comune?

•          A chi tocca la costruzione del bene comune: allo Stato o ai singoli? Noi cosa facciamo per costruire il bene comune?

•          Una domanda per metterci alla prova: l’acqua è un bene pubblico o privato?

 

10-BENE COMUNE: realtà non banale

di Gigi De Palo

Abbiamo la tendenza a lamentarci per le cose che non vanno, maledire le umiliazioni che abbiamo subito, trovare il colpevole per ogni cosa che non va come vorremmo.

 

Caccia al colpevole

È più facile, perché trovare il colpevole quando qualcosa non va bene ci rassicura; pensiamo all’epidemia di Covid: prima la colpa era dei pipistrelli cinesi, poi del governo, poi della Comunità Europea, poi dei virologi, poi dei vaccini, poi delle cure monoclonali, poi del Green pass, poi nella variante delta, poi dalla variante omicron, ecc.

In ogni situazione che non va noi cerchiamo il colpevole, il capro espiatorio su cui scaricare la nostra frustrazione; è qualcosa di molto umano ma anche di molto infantile. Perché cercare un colpevole ci allontana dal bene comune.

Infatti, il bene comune è consapevolezza, è mettersi in gioco, ma soprattutto è - secondo la dottrina sociale della Chiesa - andare oltre il proprio interesse particolare perché il bene comune non è mai la somma degli interessi particolari ma qualcosa in più.

 

Banalizzazione

Invece, di fronte alla complessità del tempo attuale - lo vediamo tantissimo nei media, nei social network – si tende alla banalità, alla semplificazione.

Non vale solo per la politica ma anche per la nostra vita quotidiana.

Faccio un esempio concreto. Davanti a scuola di mia figlia una signora è stata investita sulle strisce pedonali. I genitori hanno iniziato a raccogliere le firme, se la sono presa col Municipio, con l’assenza dei vigili davanti alla scuola, ecc.

Tutto questo potrebbe sembrare una partecipazione attiva.

Ma nessuno è riuscito a dire che, se la signora è stata investita, era anche colpa di quei genitori – tanti - che lasciavano le macchine in seconda fila riducendo la visibilità ai veicoli in movimento. Erano stati trovati tanti capri espiatori, ma in realtà erano tutti corresponsabili.

 

Tocca a noi

Il bene comune passa attraverso ciascuno di noi. Come? Informandosi, documentandosi, partecipando, vivendo il proprio quartiere, la propria città, in modo consapevole, accantonando la tipica italica rassegnazione, mettendo amore, passione, attenzione, consapevolezza, nelle cose che siamo chiamati a fare ogni singolo giorno.

Faccio alcuni semplici esempi. Sei un medico? A seconda di come tu ti rapporti ad un malato che deve fare la chemioterapia lo può trasformare in un eroe che farà di tutto per cercare di vincere la battaglia contro la malattia o in una persona rassegnata.

Sei un professore? A seconda di come tu spieghi L'infinito di Leopardi puoi generare noia o il desiderio di scrivere poesie.

Sei un genitore? A seconda di come stai ad ascoltare i tuoi figli, anche quando sei stanco e stressato, eserciti bene o male il tuo compito.

Sei un impiegato comunale? A seconda di come tu gestisci le pratiche, considerandole solo semplici pezzi di carta o documenti che contengono storie di persone, cambia tutto.

 

Ricchi e poveri

Ma chi siamo noi per riuscire a cambiare tutto?

Sentire cosa dice la dottrina sociale della Chiesa: coloro che contano di più disponendo di una più grande porzione di beni e di servizi comuni devono sentirsi responsabili dei più deboli e devono essere disposti a condividere quanto possiedono.

Se ci sentiamo gli ultimi, questa affermazione ci fa piacere.

Ma la dottrina sociale della chiesa continua: i più deboli - e noi ci riteniamo i più deboli - devono da parte loro, nella stessa linea di solidarietà, non adottare un atteggiamento puramente passivo o distruttivo ma, pur rivendicando i loro legittimi diritti, devono fare quanto spetta loro per il bene di tutti.

Questa affermazione è forse la più disattesa: gli ultimi - non i potenti, non gli amministratori delegati, non i politici, non chi ha i soldi – noi, la classe media della vita, siamo chiamati ad avere un atteggiamento non passivo, non distruttivo ma attivo.

Quanti di noi riescono, dinanzi al bene comune, ad avere un atteggiamento di questo tipo? Riescono a rinunciare a qualcosa per un bene più grande, ad un diritto acquisito per un bene che riguarda più persone?

Quanti di noi, di fronte a qualcosa che non va, si chiedono: ma forse dipende anche da me?

 

Complessità

Il bene comune poi ha un'altra caratteristica: è molto complesso.

Quando ero assessore al Comune di Roma - ormai parecchi anni fa - sono stati invitato a un evento che si teneva in un mercato al coperto. Si inaugurava un nuovo banco del mercato e questo banco era gestito da giovani ragazzi malati di mente che facevano parte di un'associazione bellissima.

Avevano organizzato una sorta di spettacolo per attirare l'attenzione sul loro punto vendita. Si trattava di flash mob con tamburi e percussioni.

Immaginatevi una ventina di ragazzi fragili, malati di mente, che comincia a battere con forza sui tamburi. C'era talmente tanto chiasso, tanto rumore, che le persone presenti al mercato il sabato mattina hanno convinto i commercianti ad andare dai vigili per chiedere che la smettessero.

Qual è il bene comune in questo caso? Dare la giusta attenzione a dei disabili che hanno come unica loro forma di espressione le percussioni, o il giusto riconoscimento dei commercianti che vedevano i loro clienti abbandonare per il rumore di mercato e quindi perdere le vendite del sabato mattina?

Chi ha ragione?

Il bene comune è la ricerca di un equilibrio, richiede il coinvolgimento di tutti, perché ciascuno di noi deve mediare tra le esigenze degli uni e degli altri.

Allora il bene comune è qualcosa di veramente importante. Se lo riusciamo a vivere pienamente, riusciremo anche a comprendere gli altri pilastri della dottrina sociale: la solidarietà, la sussidiarietà e la partecipazione.

 

https://www.immischiati.com/topics/gigi-de-palo-bene-comune-3/

Sintesi della Redazione

 

11-SOLIDARIETÀ: una società consumista

di Simone Budini

Oggi viviamo in una società che ha una logica strutturalmente individualista. Come diceva già mia nonna: ognuno per sé e Dio per tutti (per chi crede).

 

Individualismo

Faccio degli esempi. Il primo riguarda l’uso dell’aria condizionata in estate. Sappiamo perfettamente che, per le leggi della termodinamica, il calore prodotto all'esterno è superiore del fresco ottenuto all'interno. È come appiccare un incendio fuori casa per godere di un po' di frescura dentro casa.

Un secondo riguarda un modello di auto geniale, chiamata Smart, intelligente, un’auto perfetta per girare in città, più maneggevole, più facile da parcheggiare.

Ma questa vettura è la migliore esclusivamente per me.

Siamo in due, io e la persona che viene con me, ma non c’è lo spazio per poter accogliere qualcun altro.

Un terzo riguarda le dimensioni delle nostre abitazioni. Le case di una volta erano abbastanza ampie e, spesso, avevano una stanza in più che non veniva usata in famiglia: era la famosa stanza dell'ospite, uno spazio di accoglienza.

Oggi le nuove case, almeno nelle grandi città, hanno appartamenti di 45/50 metri quadrati con 45/50 metri quadrati di terrazzo, lo spazio per garantire il massimo godimento per due persone, non c'è spazio per altri.

Noi viviamo in un mondo liberista. L’89, con il crollo dell'URSS, ha segnato il trionfo del pensiero liberale.

Intendiamoci, non ché il socialismo o una visione societaria sia totalmente scomparsa dalla realtà ma ha perso voce, importanza.

 

Marx e Smith

Tra il pensiero di Marx e quello di Smith, ha vinto Adam Smith, che è il padre dell'illuminismo. La sua visione economica si muove partendo da una visione antropologica di assoluta bontà dell'uomo. Ogni uomo deve essere libero per poter perseguire il proprio interesse. Se siamo persone intelligenti, razionali, sappiamo qual è il bene per noi.

Quindi, se ciascuno persegue il proprio interesse, si giunge ad un equilibrio, perché le persone non sono solo intelligenti, ma sono anche buone, empatiche.

Per Smith l'equilibrio economico si raggiunge in maniera spontanea, automatica, grazie ad una mano invisibile, che farà sì che il guadagno privato si trasformi nel bene di tutti.

Marx, il grande sconfitto, partiva da una visione antropologica societaria: l'essere umano è tale in quanto parte di un gruppo.

Per Marx la storia è un conflitto di gruppi, è lotta di classe fin dall'antichità.

Presso gli antichi romani si scontravano patrizi e plebei, nell'età moderna c'è stato lo scontro tra i nobili e borghesi e, con la Rivoluzione francese, i borghesi hanno scalzato i nobili, hanno preso il potere.

A questo punto della storia è necessario che l'ultima classe degli sfruttati - i proletari - si organizzi, prenda coscienza del suo ruolo, faccia una rivoluzione, prenda il potere e crei una società diversa da tutte le precedenti, perché i proletari sono gli sfruttati nella storia.

Proprio perché sfruttati, non hanno mai potuto far male a nessuno ma non solo: sotto sotto sono i più buoni.

Quando saranno questi “buoni” a prendere il potere finalmente sarà possibile costruire una società buona, una società totalmente rinnovata, diversa.

Questo per Marx era il fine della storia.

La dittatura del proletariato sarebbe stata come la realizzazione di un paradiso in terra, dove gli ultimi avrebbero abolito la proprietà privata, origine di ogni ingiustizia, di ogni disuguaglianza.

 

In concreto

Come si sono sviluppate nella Storia queste due opzioni economiche così distanti?

Nel mondo liberal capitalista la società è diventata una sorta di tinozza di piranha, un mare dove il pesce grande mangia pesce piccolo e il mercato - che alla fine diventa l'insieme delle compagnie più grandi - è diventato il vero padrone del mondo.

L'alta finanza è arrivata al punto di essere incapace a creare ricchezza: è autoreferenziale e quindi cresce senza fine, senza creare ricchezza reale, limitandoci a spostare denaro da una parte all'altra, vivendo di speculazioni.

È anche vero che l'opzione apposta, il mondo comunista, collettivista, è rovinosamente crollato, mostrando la sua strutturale inconsistenza.

Il principio collettivista, il paternalismo statale tipico di una certa mentalità socialista, è però rimasto e ha preso, in parte dell’Occidente, la forma dell'assistenzialismo di Stato. Ciò ci ha pericolosamente distaccato dall'interesse nei confronti del bene comune.

 

Il materialismo pratico

Ma le idee marxiste sono davvero scomparse?

Il comunismo aveva due matrici: una era costituita dalla componente economica, l’altra dalla componente culturale.

Il marxismo è fondato sul materialismo: esiste solo ciò che è interesse tangibile, tutto il resto è sovrastruttura, da eliminare: arte, filosofia, politica, tutto ciò che consideriamo colto.

L'essenza della società è esclusivamente economia.

Con il crollo del muro di Berlino il comunismo, dal punto di vista economico, è tramontato ma il materialismo ha invaso come uno tsunami tutto l'occidente, portando ad un risultato paradossale e inaspettato: ha potenziato enormemente il capitalismo. Come?

Nella sua logica originale, il capitalismo si fondava su un’antropologia ottimistica, che comportava una certa dose di moralismo.

La logica borghese ottocentesca e novecentesca prevedeva un’ampia libertà dal punto di vista nel mercato, ma è molto conservatrice per quanto riguardava i costumi e le usanze. Questo stile conservatore rappresentava un freno alla spinta del capitalismo.

Ora il marxismo, spostatosi a Occidente con ‘68, è stato uno tsunami non tanto per il capitalismo, quanto per il freno del capitalismo.

Tolto il freno, si sono l'abbattuti tutti i valori tradizionali e il capitalismo, non trovando più nessun limite, si è trasformato in consumismo, che è quello che noi oggi viviamo.

Il trionfo del consumismo è la sintesi ultima della dialettica tra socialismo e capitalismo.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/simone-budini-solidarieta-1/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

Pensando alla nostra famiglia, alla nostra coppia, chiediamoci:

•          Quanto facciamo posto all’altro nelle nostre relazioni e quanto siamo individualisti?

•          Quanto ci attendiamo che lo Stato risponda ai nostri bisogni e non facciamo la nostra parte?

•          Quanto abbiamo perso la capacità di attendere e siamo presi dal bisogno di consumare (vita compresa)?

 

12-SOLIDARIETÀ: L’amicizia contro le strutture di peccato

di Matteo Fortelli

Il nostro tempo, grazie ai social, ci offre molte occasioni per esprimere la nostra solidarietà. Di fronte a persone a cui è successo qualcosa di male, a situazioni negative, presi dall’emozione, sentiamo il bisogno di denunciare, di esprimere la nostra solidarietà, e solennemente con un dito mettiamo un like. Ora che abbiamo espresso la nostra approvazione, possiamo tornare alle nostre faccende. Come sul bene comune, così anche per la solidarietà facciamo un po' di confusione; si tratta di un concetto un po' magmatico che non capiamo mai bene cosa sia.

 

Solidarietà: cosa non è

Allora, che cosa non è la solidarietà? Ce lo spiega la dottrina sociale della Chiesa: non è un sentimento di vaga compassione o di superficiale intenerimento per i mali di tante persone vicine e lontane.

È facile oggi, con i social, sentirsi interconnessi con persone e situazioni anche lontanissime, sentirsi emozionalmente vicini a loro, ma questo non è solidarietà.

Non sono neanche solidarietà certi singoli gesti, come fare l'elemosina, aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, ma anche andare in Africa un mese come volontario.

Perché il termine solidarietà, nel suo senso profondo, ha una doppia valenza: principio sociale e bene morale. Allora proviamo ad affrontarli distintamente.

 

Solidarietà come principio sociale

Per comprendere la solidarietà come principio sociale bisogna partire da un dato di fatto: siamo tutti collegati, siamo tutti interconnessi.

Questo dato non è positivo né negativo, ha una valenza neutra.

Prendiamo il caso dei con-debitori solidali.

Se tutti noi abbiamo un debito solidale verso lo stesso creditore, quel creditore può chiedere tutto a ciascuno di noi, non è obbligato a chiedere a ciascuno la sua parte. Se io pago, libero dal debito anche tutti gli altri. Poi fra di noi sistemeremo i conti, si tratta del diritto di regresso.

Le strutture di peccato

Questa connessione tra noi non è neutra. Può avere una valenza positiva – è il caso di Gesù – ma anche negativa, come nel caso dei mafiosi.

Cos'è il reato di mafia? Non è costituito tanto dai singoli reati commessi, ma dal fatto che questi reati assumono una gravità particolare in ragione - dice la legge - della forza intimidatrice del vincolo che lega chi li commette e chi ci sta dietro.

La connessione fra più persone, in questo caso, è negativa perché aumenta la gravità degli atti compiuti.

Ma, senza arrivare a questi estremi, un discorso simile vale anche per la nostra vita quotidiana, vale anche per i nostri peccati, gli atteggiamenti contrari alla verità, a Dio, al bene comune.

La dottrina sociale ci dice che il peccato del singolo è sempre in qualche modo sociale, proprio perché siamo tutti interconnessi.

Tutto quello che facciamo, in un modo o nell'altro, si riverbera su tutti gli altri, che lo vogliamo oppure no.

Addirittura, dice la dottrina sociale, il mio peccato personale, che evidentemente appartiene a me, può diffondersi nella società, legarsi al peccato degli altri, diventare un peccato sociale.

Diventano, usando le parole di Giovanni Paolo II, una struttura di peccato.

Una struttura di peccato è un elemento che si consolida nella società, a cui a poco a poco ci assuefacciamo, diventando difficile da rimuovere.

Cosa fanno queste strutture di peccato? Spingono le persone e le società in due direzioni: da una parte verso la brama del profitto ad ogni costo, e dall'altra verso la sete del potere inteso come sopraffazione, come volontà di imporre agli altri il proprio volere ad ogni costo.

Le conseguenze

A questo punto possono essere utili degli esempi. Paolo VI nella Populorum progressio (1967), denunciò l’ingiusta distribuzione della ricchezza tra società sviluppate e terzo mondo.

Circa 20 anni dopo, Giovanni Paolo II nella Sollicitudo rei socialis, e poi nel 2000 Benedetto XVI con la Caritas in veritade, hanno sottolineato come questo allarme non sia stato raccolto.

Qualcosa era stato fatto nei confronti del terzo mondo ma questi squilibri sono arrivati a colpire le stesse società avanzate.

Tollerando una struttura di peccato, come quella della diseguaglianza, questa si è diffusa a macchia d'olio.

L'illusione egoistica di poter ignorare i problemi finché non ci riguardano è una illusione, perché il male comune, come il bene comune o è per tutti o non è.

Un altro esempio riguarda le legislazioni anti-vita: a favore dell’aborto, dell'eutanasia, o contrarie all’anziano, al migrante, al bisognoso.

Giovanni Paolo II nella Evangelium vitae, le definisce una guerra dei potenti contro i deboli. Le situazioni in cui la vita richiederebbe più cura, a causa della diffusione di strutture di peccato, vengono progressivamente sentite come un peso, considerate insopportabili perché disturbano il mio benessere.

Chi con la sua malattia, con il suo handicap, con il suo bisogno, o molto semplicemente con la sua stessa presenza, mette in discussione le mie abitudini di vita, si trasforma in un rompiscatole, in un nemico da cui difendermi e alla fine da eliminare.

La solidarietà sociale

Di fronte a tutto ciò, la solidarietà come principio sociale assume una grande rilevanza, perché significa affrontare le strutture di peccato e modificarne in strutture di solidarietà.

Si tratta di modificare le leggi, le regole di mercato, gli ordinamenti.

Non è certo cosa da poco, bisogna studiare, acquisire competenze, fare fatica, lavorare, scambiarci idee, un grande impegno richiesto non solo ai cristiani ma a tutti gli uomini di buona volontà. Tutti chiamati a costruire strutture di solidarietà, stabili e consolidate, Per garantire a tutti le condizioni di bene comune.

 

Solidarietà come bene morale

Passiamo ora al secondo significato: la solidarietà come bene morale, cioè “la determinazione ferma e perseverante” di ognuno “di impegnarsi per il bene comune”.

In altre parole, se abbiamo coscienza di essere tutti collegati, di avere dei legami stabili gli uni con gli altri, la determinazione ferma e perseverante è la sistematica volontà di colorare questi legami di bene.

Provo a spiegarlo con un esempio. Frequentavo un bar gestito da una giovane coppia, con una bimba piccolina, della stessa età del mio terzo figlio.

Grazie ai figli si è creato un legame tra noi, quando andavamo al bar c’era sempre qualcosa in più per loro, poi siamo passati a regalarci pannolini, a scambiarci vestitini, fino a quando sono venuti a cena a casa nostra.

Il legame, che inizialmente era puramente professionale, da barista a cliente, grazie alle attenzioni di questa coppia, si è trasformato in un legame di amicizia.

Questo esempio ci aiuta a capire alcune cose, come il rapporto che intercorre tra bene comune e solidarietà.

La solidarietà ci fa capire che, essendo tutti interconnessi, creare bene comune gli uni per gli altri risponde al nostro essere più profondo, è un bene anche per noi perché i legami comunque ci sono.

Creare legami e volgerli al positivo è un bene per tutti, come succede nell’amicizia.

Ancora, la solidarietà ci fa anche riflettere non solo sul bene comune in uscita, quello che io creo per gli altri, le mie relazioni colorate di bene, ma anche sulle tante persone che creano bene comune per me.

Ci piaccia o meno, siamo tutti debitori gli uni verso gli altri, verso la società, semplicemente, spesso non ce ne accorgiamo.

Se ne siamo consapevoli, questo genera in noi un senso di gratitudine e di debito, un senso di debito che non è senso di colpa – che è tutta un’altra cosa – ma è volontà di cambiare, di essere bene comune per gli altri.

Non è forse l'amicizia l'esempio più profondo di come si possono colorare di bene i rapporti sociali?

L'amicizia non è richiudibile nel diritto. Il diritto si occupa solo di ciò che è suscettibile di valutazione economico. L'amicizia non è neanche pienamente rinchiudibile nell'economia che si è dovuta inventare, per parlarne, la categoria dei beni relazionali.

L’amicizia va al di là del diritto e dell’economia, al punto che spesso ci sentiamo più vincolati dall'amicizia che da un contratto, dalla convenienza economica.

Quante cose, anche economiche, facciamo per amicizia e senza contraccambio!

Concludo con una “chicca”. Solidarietà è un termine contemporaneo, usato nei documenti attuali della dottrina sociale. Ma nel primo documento della dottrina sociale della Chiesa, la Rerum novarum di Leone XIII, il termine usato era amicizia sociale.

Il termine più bello l’ha però coniato Paolo VI: civiltà dell’amore.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/matteo-fortelli-solidarieta-2/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          In quali occasioni ci siamo resi conto che il nostro peccato pesa non solo su di noi ma anche sugli altri?

•          È esagerato pensare che la diseguaglianza è frutto di una struttura di peccato?

•          Abbiamo mai pensato una società solidale crea bene comune per tutti, in modo circolare?

•          Quanto contano gli amici per noi? Cosa siamo disposti a fare per loro?

 

13-SOLIDARIETÀ: siamo tutti debitori

di Beatrice Fazi

Per parlare di solidarietà vorrei iniziare con un esempio pratico: il gesto di donare il sangue.

È un gesto alla portata di tutti, semplice, e per di più disinteressato, perché non sai a chi servirà. È anche un gesto che richiede responsabilità: il donatore deve mantenere uno stile di vita sano, e poi evitare i tatuaggi, piercing, che possono essere belli per qualcuno, ma precludono la possibilità di poter fare questo tipo di bene.

 

Non è buonismo

La solidarietà è una scelta matura e consapevole, ma soprattutto è qualcosa che genera bellezza, è qualcosa di contagioso, qualcosa di bello, e cosa c'è di più bello che dare un po’ della nostra vita a qualcun altro, per qualcuno a cui, con il nostro dono, vai a migliorare la vita? Da qui sgorga un’ulteriore consapevolezza: siamo tutti parte di un'unica famiglia umana.

Mai come oggi, con i social media, abbiamo la consapevolezza del legame di interdipendenza tra gli uomini e i popoli.

Il problema è capire se a questa vicinanza corrisponda anche solidarietà.

A Natale ci arrivano, puntuali, molte lettere, e-mail e altro, chiedendoci un aiuto economico per una pluralità di necessità e bisogni. È una cosa buona, ma è solidarietà vera?

Qui la dottrina sociale della Chiesa ci viene in aiuto con una chiarezza cristallina, affermando che la solidarietà non è un sentimento di vaga compassione, ma una determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune non è il buonismo da quattro soldi, ma un atteggiamento concreto, una disposizione interiore.

E molte volte è semplicemente esserci, stare sotto una croce, accompagnare le persone mentre vivono una croce, è consapevolezza di fare parte della stessa famiglia umana.

 

Siamo tutti debitori

Nella dottrina sociale della Chiesa c'è un concetto molto disatteso al giorno d'oggi: la solidarietà tra le generazioni.

La solidarietà tra le generazioni richiede che nella pianificazione globale si agisca secondo il principio dell'universale destinazione dei beni, che rende illecito moralmente, e controproducente economicamente, scaricare i costi attuali sulle future generazioni.

Faccio degli esempi concreti. Se non fai la raccolta differenziata è come lasciare un debito per il futuro, è come scegliere tra un’auto inquinante e una ecologica.

Ma l’esempio classico è quello delle pensioni. Oggi gli anziani hanno una pensione che è monetizzata dalle generazioni successive, che pagheranno i privilegi pensionistici dei nonni ma di cui loro non potranno godere.

Ancora qui ci viene incontro la dottrina sociale della Chiesa che ci ricorda che la solidarietà non si può comprendere se non ci concepiamo tutti debitori.

Per quanto riguarda la vita siamo tutti debitori con i nostri nonni che hanno fatto la guerra, che ci hanno dato la possibilità di vivere in un paese pacificato e democratico.

Se poi guardiamo a Gesù, comprendiamo ancora meglio cos'è il concetto di solidarietà, perché in lui tutto diventa dono di sé: dare il proprio corpo e il proprio sangue, dedicare la propria vita agli altri, spingersi fino alla morte di Croce.

 

Come una mamma

In definitiva possiamo paragonare metaforicamente la solidarietà ad una mamma. Come una madre ha una capacità di far sentire tutti in famiglia, così la solidarietà ci ricorda il legame stretto tra la le generazioni. Come una madre sa vigilare, vegliare, custodire ogni suo figlio, così la solidarietà sa ricordarci tenacemente di accogliere e proteggere ogni individuo. Come una madre ci fa dono della vita e ci ricorda di metterla a frutto, così la solidarietà, facendo memoria del dono ricevuto, ci impegna ad aprirci alle generazioni future. Come l'amore di una madre si spinge fino all'estremo, così la solidarietà nei nostri confronti ci fa sentire amati da qualcuno che dona la vita per noi.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/beatrice-fazi-solidarieta-3/

Sintesi della Redazione

 

14-SUSSIDIARIETÀ: la fraternità attuata

di Beatrice Fazi

Libertà, uguaglianza, fraternità sono i tre valori fondanti della Rivoluzione francese. Come abbiamo già detto più volte, la libertà è alla base dell’opzione politica liberale, mentre l'uguaglianza lo è dell’opzione socialista.

Ma dove trova spazio la fraternità? Soprattutto che cos'è la fraternità?

 

Quantità e qualità

Questi tre grandi valori della Rivoluzione francese e della società occidentale sono molto differenti tra loro.

Iniziamo col dire che si tratta di valori e non di principi, cioè, sono negoziabili come qualunque cosa che ha un valore.

Ma per poterli negoziare devono vanno misurati, indicizzati. Non a caso esistono vari indici che misurano la libertà e l’uguaglianza, ma non esistono indici per la fraternità. Infatti, la fraternità non è misurabile, perché descrive la qualità delle relazioni, e non la quantità.

Possiamo misurare la libertà contando i diritti e l'uguaglianza misurando la ricchezza, ma come poter misurare la fraternità?

Notando il carattere quantitativo di libertà e uguaglianza e qualitativo di fraternità iniziamo a segnalare alcune particolarità. Anzitutto libertà e uguaglianza sono valori opposti: all'aumentare di una necessariamente notiamo il diminuire dell'altra.

Ma questo non accade per la fraternità che invece può crescere senza compromettere gli altri due.

Poi salta agli occhi un'altra particolarità: libertà e uguaglianza sono valori esclusivamente ideali - chi d'altronde potrebbe definirsi libero, totalmente autonomo, totalmente indipendente?

Invece la fraternità è diversa, concreta e tangibile, sappiamo benissimo che cosa significhi avere un fratello, una sorella.

Qui esplode il paradosso: libertà e uguaglianza sono stati definiti i due valori pilastri dell'Occidente, e lo sono, ma quando parliamo di fraternità facciamo sorridere: chi ha mai visto una politica basata sulla fraternità?

 

Modelli politici

Vediamo allora quale società può nascere da ciascuno di questi tre valori.

La libertà dà origine ad una società individualizzata, dove ognuno persegue solo i propri fini, non alza lo sguardo verso l'altro, con la conseguenza di ingiustizie nei confronti dei deboli e facile slittamento verso il razzismo.

All'opposto l'uguaglianza da origine ad una società massificata, dove tutti hanno diritto ad avere lo stesso, senza merito, per il solo fatto di esserci, con la conseguenza di imporre grandi ingiustizie perché l'uguaglianza, in quanto tale, è il rifiuto delle naturali differenze.

La fraternità invece fonderebbe una società del dono, in cui ci si aiuta e supporta a vicenda. Sarebbe una società con rapporti sani, solidi, duraturi, consapevole del fatto che la fraternità si può solo insegnare, proporre, non imporre, perché punta al miglioramento di ciascuno nel rispetto di tutti.

 

Un esempio pratico

Pensiamo ad esempio alla scuola. In una società libertaria ideale vi è concorrenza fra gli istituti scolastici che cercano - in un mercato in cui tendono a presentarsi come i migliori - di attirare sempre più studenti. Saranno quindi reclutati i migliori insegnanti e privilegiati i migliori studenti – economicamente benestanti - per raggiungere picchi di qualità, ma escludendo la maggioranza degli altri.

In una società egualitaria la scuola è uniforme, con programmi uguali per tutti, dappertutto. Gli studenti saranno forzatamente portati ad avere tutti lo stesso passo, mortificando ogni spunto fuori dalla norma.

Secondo la fraternità la scuola sarà anzitutto fondata sulla collaborazione tra insegnanti, famiglie e studenti, sarà adeguata alle particolarità di ciascuno e soprattutto lascerà che ciascuno realizzi quanto è nelle sue possibilità.

 

La sussidiarietà

Attraverso questo esempio siamo giunti al principio di sussidiarietà.

La sussidiarietà è come un padre con un figlio. Da una parte lo lascia crescere, ritirandosi perché il figlio abbia la possibilità di sperimentarsi ed esprimersi anche sbagliando, ma non lo abbandona, continuando a sostenerlo con fiducia, sempre pronto ad intervenire quando fosse necessario il suo aiuto.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/beatrice-fazi-sussidiarieta-1/

Sintesi della Redazione

 

15-SUSSIDIARIETÀ: la società civile

di Matteo Fortelli

Ci sono delle frasi che diciamo ai nostri figli, o a chi ci chiede consiglio, che rivelano il nostro modo di vedere il mondo.

 

Visioni del mondo

La prima suona così: “non permettere a nessuno di dirti cosa fare”.

Questa affermazione è frutto, magari inconscio, di una ideologia libertaria. Io sono autonomo, decido da solo cosa fare, secondo il mio interesse. Nessuno, né lo Stato, né la società, né la comunità, né la collettività, deve permettersi di dirmi che cosa devo fare.

La seconda è questa: “non permettere a nessuno di dirti che devi fare qualcosa in più”.

Questa affermazione è invece frutto di una ideologia societaria.

Se io mi sento come un ingranaggio in un meccanismo più grande di me, io valgo se faccio funzionare questo meccanismo. Ma una volta fatto il mio dovere io sono a posto, se ci sono altri problemi questi non mi riguardano, ci pensi il sistema di riferimento.

In concreto, di fronte ai problemi grandi e piccoli della società, ci trinceriamo dietro ad una frase molto semplice: “Io pago le tasse”, quindi a tutto il resto ci devono pensare le istituzioni, la scuola, lo Stato.

Cosa succede se noi ragioniamo così?

Ce lo ha spiegato Benedetto XVI nella Deus caritas est. Con questo tipo di ragionamento, scrive il papa, nella nostra vita togliamo sempre più spazio all'amore, al dono. Ma non solo. Se il nostro contributo alla società sono solo le tasse che paghiamo, contribuiamo al bene comune solo sul piano quantitativo - chi guadagna di più pagherà di più, chi guadagna di meno pagherà di meno – senza alcun apporto sul piano qualitativo, non condividiamo nulla di nostro.

 

Spazio per il sogno

C’è però un’altra frase che possiamo dire ai nostri figli: “non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa”.

Ognuno di noi ha delle aspirazioni, delle capacità, delle originalità; il fare le cose è un valore, ci realizza. Se permetto ad altri di realizzare quel qualcosa, io vengo sconfitto perché perdo la mia identità, la mia originalità, la mia occasione per raggiungere la perfezione, il mio sogno.

Allora, non dobbiamo mai demoralizzare i nostri figli. Se non siamo riusciti a raggiungere determinati traguardi, non significa che la stessa sorte capiterà ai nostri figli. Se nostro figlio ha un sogno, incoraggiamolo nel realizzarlo.

Infatti, ciascuno di noi ha bisogno che le persone che gli sono accanto ci consentano di fare le cose che servono per esprimere la nostra originalità, esprimere quello che siamo, perché, se non lo facciamo noi, nessuno lo potrà fare come lo facciamo noi (l'abbiamo visto già parlando di persona). Ma abbiamo anche bisogno che gli altri ci sostengano, abbiano fiducia in noi.

 

La sussidiarietà

Attraverso le frasi che abbiamo analizzato, possiamo comprendere la sussidiarietà.

La sussidiarietà nasce dalla fraternità. Come persone abbiamo bisogno gli uni degli altri, siamo tutti interconnessi: in una parola siamo tutti “fratelli”.

Quindi anche la nostra perfezione, quella da raggiungere attraverso il bene comune, la viviamo camminando insieme con gli altri.

E, ancora, essendo intrinsecamente sociali, tendiamo naturalmente ad associarsi con gli altri, in aggregazioni grandi o piccole, per raggiungere i nostri obiettivi e quelli delle collettività.

Le collettività, le aggregazioni sociali sono la famiglia, l'azienda, la chiesa, il partito, ma anche la società sportiva, il club degli scacchi, tutte quelle realtà nelle quali l'uomo si aggrega spontaneamente per accrescere la perfezione propria e collettiva.

Queste collettività sono di tipo economico, sociale, culturale, sportivo, ricreativo, professionale, politico. Il loro nome tecnico è: corpi intermedi o anche società civile.

Nella vita sociale siamo portati a ragionare in modo binario: c’è l'individuo e c'è lo Stato, c’è lo Stato e c'è l'individuo, ignorando tutto quello che ci può essere “in mezzo”. Invece, la dottrina sociale della Chiesa ci dice che ciò che c’è “in mezzo” è fondamentale: i corpi intermedi sono una rete sociale spontanea, creativa, veramente comunitaria.

 

I corpi intermedi

La dottrina sociale afferma che i corpi intermedi innervano il tessuto sociale. È una definizione molto bella: come i nervi danno sensibilità al corpo, così i corpi intermedi danno libertà, sensibilità, forza attiva, iniziativa, intraprendenza alla comunità; impediscono che lo Stato sia pervasivo, che appiattisca ogni cosa aumentando solo l’inefficienza, le spese e la burocrazia. D'altro lato, rispetto all’ideologia libertaria, impediscono la disgregazione sociale che nasce dall'individualismo.

Con quale criterio i corpi intermedi devono interagire tra loro, con lo Stato e con gli individui, per produrre bene comune, per portare a perfezione?

Questo criterio è la sussidiarietà e lo troviamo per la prima volta esplicitato da papa Pio XI nella Quadragesimo anno (1931). Come italiani lo abbiamo piuttosto ignorato ed è ritornato nel discorso comune negli anni 90 grazie alla Comunità Europea.

Secondo Pio XI, il principio di sussidiarietà si basa su due elementi: uno positivo e uno negativo. Il criterio negativo suona così: è ingiusto togliere agli individui ciò che possono compiere con la forza e l'industria propria per darlo alla comunità, e allo stesso modo è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che possono fare le comunità minori e inferiori.

In altre parole, lo Stato, o il soggetto superiore, deve astenersi, fare un passo indietro nei confronti del soggetto inferiore per evitare il cosiddetto paternalismo sociale; cioè, togliere al soggetto inferiore la responsabilità per i compiti che gli sono affidati e delle scelte, anche difficili, che questi compiti richiedono ma che il soggetto è in grado di fare.

Ne possiamo trovare la sintesi in una delle domande prima presentate: “non permettere a nessuno di dirti che non sai fare qualcosa”.

Il criterio positivo afferma invece che le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto, di sostegno, di promozione, di sviluppo rispetto alle società minori.

Ciascuna società intermedia deve fornire alle società ad esso inferiori aiuto economico, istituzionale, legislativo, cioè in ultima analisi essere creatrice di bene comune per le più piccole, creatrice delle condizioni che servono per il loro sviluppo.

Questo vale dalle grandi organizzazioni internazionali fino alla più piccola delle famiglie perché, ci dice la dottrina sociale della Chiesa, ogni persona, famiglia o corpo intermedio, ha qualcosa di originale da offrire alla comunità.

Questo è il compito di ogni padre: incoraggiare il figlio a coltivare il suo sogno, non da solo ma insieme ad altri, in una squadra, in modo da raggiungere la propria perfezione.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/matteo-fortelli-sussidiarieta-2/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

Applichiamo la sussidiarietà in famiglia.

•          Quanto siamo disponibili ad aiutare i nostri figli quando sono in difficoltà?

•          Quanto esageriamo nell’aiutarli, quanti vizi diamo loro?

•          Quali, tra i lavori di casa, facciamo fare ai nostri figli?

•          Quanto li lasciamo liberi di fare, anche se noi faremmo prima e meglio?

 

16-GLI AUTORI DI QUESTO NUMERO

 

Gigi De Palo

Figura di spicco nel mondo del sociale, dell'associazionismo familiare e della formazione in Italia, noto per essere stato Assessore a Roma, Presidente Nazionale del Forum delle Famiglie e fondatore della Fondazione per la Natalità, con una carriera che unisce impegno tecnico, giornalismo e scrittura, focalizzata su famiglia, giovani, educazione e leadership etica.

 

Simone Budini

Solida formazione accademica in Filosofia e Scienze Politiche (La Sapienza, Tor Vergata), una carriera come docente di Filosofia Politica alla Pontificia Università Salesiana e in ambito ESG alla Luiss Business School, e un focus sulla ricerca in etica, pensiero sociale cristiano, leadership, con esperienze pregresse come animatore e fondatore associativo.

 

Matteo Fortelli

Avvocato, operante in ambito civile e commerciale, ma anche in campo amministrativo. Vicepresidente dell'Unione Giuristi Cattolici di Reggio Emilia.

Studioso e divulgatore della Dottrina sociale della Chiesa attraverso l'Associazione "OL3 né indignati né rassegnati", in collaborazione con l'Ufficio di Pastorale Sociale e del Lavoro della sua Diocesi.

 

Beatrice Fazi

Attrice di teatro, cinema e televisione, è nota soprattutto per aver partecipato a quattro edizioni della fiction Un medico in famiglia.

Ha scritto un libro autobiografico, Un cuore nuovo, in cui racconta la sua conversione. Edito da Piemme Mondadori nel 2015.

Conduce il programma Beati voi, in onda sul canale nazionale TV2000.

 

Laura Verrani

Catechista biblica con oltre vent'anni di servizio nella Diocesi di Torino e altre realtà ecclesiali, docente di Formazione e Approfondimento Biblico presso l'Istituto Diocesano di Musica e Liturgia dal 2002, e autrice di pubblicazioni legate al tema biblico, come "Il Cantico delle formiche". Ha conseguito il baccalaureato in Teologia.

 

17-SUSSIDIARIETÀ: chiamati ad immischiarci

di Gigi De Palo

A volte lo Stato ci sembra avverso: abbiamo un progetto, abbiamo un'idea, vogliamo fare un’iniziativa e ci troviamo un sistema che ci blocca, ci pone ostacoli, sembra creare sempre nuovi problemi anziché essere al servizio delle persone.

 

Problemi…

Faccio un esempio concreto. Quando ero assessore alla famiglia e alla scuola al Comune di Roma un gruppo di genitori venne da me per segnalarmi lo stato di degrado delle aule scolastiche in cui studiavano i loro figli. Il Comune non aveva soldi ma loro erano disponibili a ridipingerle. Convoco una riunione con il dirigente competente e i genitori ma, nonostante le buone intenzioni, l’operazione non va in porto. Perché? Fino ad un metro e mezzo dal suolo va usata una vernice, dal lì in su un’altra, se si usa una scala serve un’assicurazione, e poi il sabato e la domenica, i giorni in cui si può fare il lavoro, la scuola è chiusa e per tenerla aperta bisogna pagare il custode, ecc.

L’amministrazione statale, a tutti i livelli, tende a mettere limiti, a disincentivare.

Il desiderio di fare qualcosa di buono e di bello al servizio della tua città, del tuo territorio, si scontra contro il muro della burocrazia.

Lo Stato, come in un passo del Vangelo, ci mette sovente sulle spalle dei fardelli pesanti e difficili da portare, senza darci nulla in cambio, tante tasse senza darci la possibilità di trarne dei vantaggi.

Questo non vuol dire, a scanso di equivoci, che bisogna essere contro lo Stato ma che lo Stato e i suoi apparati vanno aiutati per avere un atteggiamento più sussidiario nei confronti delle persone.

 

…e soluzioni

Quando ero presidente del Forum Famiglie del Lazio c'era un gruppo di famiglie che conoscevo, gente intraprendente, che aveva un grosso problema: nella coppia lavoravano entrambi, avevano dei bambini piccoli e non trovavano un posto negli asili nido di Roma.

Mi sono rivolto al loro Municipio: niente da fare, liste di attesa lunghissime; sono andato al Comune per trovare una soluzione, come quella di fare una convenzione ed aprire un nido privato: niente da fare, le convenzioni sono bloccate perché non ci sono i fondi. Uguale risposte dalla Provincia. La Regione ha apprezzato l’idea ma, per attuarla, sarebbe stato necessario cambiare una legge regionale.

Allora queste famiglie si sono messe in rete, hanno formato una cooperativa, hanno trovato degli spazi all’interno di una parrocchia, hanno assunto delle baby-sitter e hanno risolto il loro problema.

Ecco a cosa servono i corpi intermedi!

 

Immischiarsi

Un altro appunto. La sussidiarietà non è proposta solo dalla dottrina sociale della Chiesa, anche se questo è il nostro angolo di lettura, ma anche dalla Costituzione. Infatti, l'articolo 118 della Costituzione della Repubblica italiana afferma che la sussidiarietà è fondamentale e che lo Stato ha il compito di aiutare le persone e non di sostituirsi ad esse.

Allora io credo che sia fondamentale rendersi conto che abbiamo un ruolo determinante nella società, che siamo chiamati ad immischiarci, a partecipare, per vivere la vita da protagonisti, perché l'avvenire delle persone, di tutte le persone nel nostro paese, ma anche le altre, si concretizza attraverso l'agire di ciascuno di noi.

È troppo impegnativo? Non lo sentiamo nostro?

Mi spiego con un esempio. Ciascuno di noi sul lavoro, se il suo superiore gli toglie tutte le mansioni che ha, prova un forte senso di umiliazione e di mortificazione. Perché allora, se sul lavoro situazione non ci piace, ci dà fastidio, non accade lo stesso nella vita pubblica?

Ricordiamoci che la sussidiarietà è democratica perché coinvolge tutti, è una grande opportunità per andare oltre l'indignazione.

La sussidiarietà è un principio fondamentale che dobbiamo riscoprire.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/gigi-de-palo-sussidiarieta-3/

Sintesi della Redazione

 

18-PARTECIPAZIONE: politica e partiti

 

C'è solo la strada su cui puoi contare

La strada è l'unica salvezza

C'è solo la voglia e il bisogno di uscire

Di esporsi nella strada e nella piazza

Perché il giudizio universale

Non passa per le case

Le case dove noi ci nascondiamo

Bisogna ritornare nella strada

Nella strada per conoscere chi siamo.

 

di Simone Budini

Questo è il ritornello di una canzone di Giorgio Gaber, La strada, forse la sua canzone più bella.

“Bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo” cantava Gaber ed è vero perché, come diceva Aristotele, l’uomo è un animale politico che trova nella città il suo habitat naturale, la sua missione, la sua vocazione. Vivere la città significa scoprire il senso della partecipazione politica.

Partecipazione vuol dire diventare parte di un qualcosa che ci trascende, che ci supera, che ci limita anche, ma ci dona opportunità, senso, passione.

Ma anche la partecipazione politica, i modelli di partito, hanno espressioni e stili differenti a seconda delle visioni antropologiche adottate.

 

Visioni politiche

È tipico della visione liberal democratica l’idea che il governo sia affidato ad una élite molto competente e che riunisca in sé il potere politico, economico mediatico e via dicendo. E questa élite è difficile da spodestare.

Lo scopo di questo piccolo gruppo è quello di evitare gli eccessi della massa, soltanto i migliori ne possono far parte.

Si tratta di un criterio meritocratico che rientra perfettamente nella logica liberale in cui ognuno deve svolgere quell'attività nella quale è più portato, seguendo i propri interessi.

All’opposto, nella visione socialdemocratica, il governo è affidato a tutti, o quantomeno deve sembrare che sia così; tutti possono decidere su tutto: sulla politica, sull’economia, sulla società. Il popolo sovrano deve esercitare collettivamente il proprio potere e questo garantisce la giustizia.

Da questo punto di vista, se il modello liberale ha una tendenza all’oligarchia, il modello socialista tende alla democrazia diretta, che oggi tende ad avere la forma inedita della cyber democracy, della democrazia partecipativa, tramite gli strumenti digitali che permettono a tutti di essere virtualmente presenti in una grande agorà telematica.

A questi due modelli, anzitutto filosofici, corrispondono anche modelli diversi di partito.

 

Visioni partitiche

Il partito, dal punto di vista liberale, è una sorta di club esclusivo, caratterizzato dalla presenza di un leader evidente, indiscusso, e a volte anche indiscutibile.

Il leader rappresenta la mente, il cuore del partito nonché lo strumento di dialogo con gli elettori e della loro fidelizzazione.

I comizi del leader sono dei giuramenti di fedeltà da parte del popolo che diventa un popolo delegante.

Questo comporta il fatto che, quando il leader viene meno, il partito collassi perché il consenso è personalizzato.

Dall'altra parte, nel modello socialista, il partito invece ha una struttura molto ampia, ha tanti organi, con una segreteria fortemente stabile, che tiene in mano tutta la realtà partitica.

Il partito ha sezioni territoriali ovunque, il cui scopo è spingere l'elettore alla partecipazione diretta, i cittadini vengono chiamati ad esprimere la loro opinione, tramite le primarie, votazioni online, impegni diretti sul territorio.

L'opinione degli iscritti conta indipendentemente dalla materia trattata ma, soprattutto, indipendentemente dalle competenze delle persone.

In entrambi i casi il partito finisce per mancare di identità politica, si riduce a un gruppo di potere, da una parte il club e dall'altra una segreteria inamovibile.

Chi comanda si trova a inseguire l'opinione pubblica usando, nel caso del modello liberale, i sondaggi - perché il piccolo club non conosce l'opinione dei propri elettori – o, nel caso del modello socialista usando la presenza capillare sul territorio per sondare l’opinione dei propri iscritti e simpatizzanti.

In entrambi i casi, il vertice, più che dettare una linea politica, la ricava dal popolo elettore.

Come conseguenza, nei vari partiti sono presenti le più disparate dottrine politiche, anche conflittuali fra di loro, così troviamo insieme liberali e socialisti oppure popolari e radicali, rendendo i partiti meri gruppi di potere.

 

Centro e periferie

Da alcuni anni, però, le strutture dei partiti e i modelli di partecipazione stanno cambiando. Più che parlare di liberali e socialisti, di destra e sinistra, è possibile usare altre metafore. Una metafora potrebbe essere quella, tanto cara a Papa Francesco, del centro e delle periferie: c'è un centro che rappresenta l’élite, l’establishment, e poi ci stanno le periferie, dove vive il popolo, distante dal centro e poco ascoltato.

Un’altra metafora che possiamo usare è quella dell'alto e del basso, un alto che è il luogo dove vivono le élite e un basso che è il luogo dove vive il popolo.

In entrambi i casi si creano contrapposizioni, anziché ricercare il dialogo si cerca lo scontro con l'altro per riaffermare la propria posizione.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/simone-budini-partecipazione-1/

Sintesi della Redazione

 

19-PARTECIPAZIONE: da massa a popolo

di Beatrice Fazi

Siamo partiti ragionando sulla visione liberale e su quella socialista, siamo passati all’organizzazione partitica di queste due visioni ed ora proviamo a ragionare ponendoci dalla parte dell’elettore.

Tenendo conto che viviamo in uno stato democratico che rappresenta, anche secondo la dottrina sociale della Chiesa, uno dei modi più pieni ed intensi di realizzare la partecipazione, cosa scegliamo: massa o élite, quantità o qualità?

 

Massa o élite?

Nello stato democratico la partecipazione avviene per delega: il delegante - l'elettore - delega il delegato - il politico - ad occuparsi del bene comune in propria rappresentanza, quindi diventa importante capire come si configura questa delega.

Più spostiamo il peso della delega verso i deleganti - la massa - più ci avviciniamo alla democrazia diretta o, qualcuno direbbe, plebiscitaria.

Più lo spostiamo verso i delegati, maggiore sarà la possibilità di sfociare in forme elitarie di governo.

Secondo la dottrina sociale della Chiesa, entrambe le scelte presentano rischi.

Affidarsi alla massa? Ma la massa sovente è passiva, non si muove per iniziativa propria ma aspetta sempre un impulso dall'esterno, agisce sulla base delle proprie fatue ed emotive impressioni. Inoltre, la massa può intendere la libertà come la possibilità di dare libero sfogo ai propri istinti e appetiti, ed intendere l'uguaglianza come uniformità, dove nessuna differenza è ammessa.

Anche rivolgersi all' élite determina alcuni problemi. Il rischio di fondo dell’élite è la sua tendenza a giustificare l'autorità che gli è affidata solo ed esclusivamente in ragione della propria competenza, della propria qualità.

Ciò porta a sentirsi al di sopra del bene e del male, di ragionare in modo esclusivamente tecnico ed economico e a ignorare i valori morali che stanno sempre al sopra ad ogni potere, cioè la ricerca del bene comune, per tutto l'uomo, per tutti gli uomini, nella loro dignità intrinseca, per raggiungere una vera ed oggettiva perfezione della persona.

 

Il ruolo dell’etica

Papa Francesco ci ha ricordato, invece, che l'economia deve avere una chiara fondazione etica, amica della persona, che assicuri al benessere quella qualità umana delle relazioni che i meccanismi economici da soli non sono in grado di produrre.

La tecnica, anche se super raffinata, da sola non basta, anzi subito si deteriora e deteriora i rapporti umani.

Può essere utile un esempio legato alla legittimità della guerra. Fino alle due grandi guerre mondiali del Novecento prevaleva l'idea diplomatica, e forse anche filosofica, che è la guerra poteva essere tollerata perché forgiava i popoli, rilanciava l'economia, consentiva di risolvere le questioni su cui la diplomazia aveva fallito.

Solo i papi, a cominciare da Benedetto XV, dicevano che era un’inutile strage.

Furono derisi. Fate i preti, lasciate le questioni diplomatiche alla diplomazia!

Uscendo dalla Seconda guerra mondiale si comprese che forse i Pontefici avevano visto lungo.

Fu proprio dal Magistero, nato a cavallo delle guerre mondiali, nacque quella disposizione della nostra Costituzione in cui si ripudia la guerra non solo come strumento di offesa ma anche come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.

L'etica, ben lungi dall'essere vuoto idealismo, prevale sulla tecnica perché è più realistica, più conforme all'uomo e capace di creare bene comune.

 

Da massa a popolo

Tra massa e élite, quale scegliere? La conclusione ce la fornisce la dottrina sociale della Chiesa, e scompagina le carte in tavola.

Massa ed élite sono una contrapposizione fasulla perché, in fondo, le due ideologie che le sostengono ragionano allo stesso modo.

Quale miglior ambiente di prosperità per una élite se non là dove c'è una massa.

Il problema risiede solo nell'abilità di saper sollecitare i punti giusti per portare la massa dove vuole chi comanda, anche al di là del bene e del male.

Ma, al tempo stesso, anche per la massa è molto comoda l’élite. Megli restare passivi e lasciar fare ai competenti. Che rapporto abbiamo con i nostri politici? Siamo attenti a come viene eseguita la nostra delega o ci aspettiamo che risolvano tutti i nostri problemi senza disturbarci troppo, salvo poi maledirli ed inveire se non l'hanno fatto?

L'unico modo di uscirne è smettere di essere massa e, ci dice la dottrina sociale della Chiesa, diventare popolo.

Quali sono le caratteristiche che distinguono un popolo dalla massa?

Il primo è la responsabilità. Il popolo si muove non per stimolo esterno ma per vocazione interiore, ogni uomo che lo compone è una persona consapevole delle proprie responsabilità e della propria appartenenza.

Il popolo è fatto di una storia, intesa come dono ricevuto dalle precedenti generazioni, ha una identità che nasce dal passato ed è sempre da rinnovare verso il futuro.

Il popolo ha, infatti, un destino comune. Sentirsi parte di questo destino, di una comunità a prescindere, essere consapevoli del legame, è coltivare la solidarietà, perché ogni membro del popolo costruisce bene comune, colora di bene i legami verso gli altri, si assume le cose da fare.

 

Partecipare

La partecipazione è il naturale seguito della sussidiarietà.

Quante volte sentiamo dire: voglio andarmene dall'Italia, ecc. ma questo pensiero è frutto dell'individualismo, del dominio del denaro sui popoli, delle ideologie tecnocratiche ed ereditarie, della cultura dello scarto, come ci ha ricordato dice Papa Francesco.

Il secondo elemento è la fiducia.

Nel popolo ognuno si sente comunità, Indipendentemente dalle diversità tra i suoi partecipanti, che, se non dipendono da ingiustizia sono accettate, non creano problema.

Vogliamo poter contare gli uni sugli altri, sapere e credere che ognuno farà la sua parte, che insieme costruiamo il bene comune.

E dunque che cos'è la partecipazione? È prendere atto che siamo tutti interconnessi, parte di una comunità, e che costruendo il bene comune in questa comunità lo creiamo anche per noi, potendo contare gli uni sugli altri e che questo è il naturale modo di essere della persona.

L'alternativa è innaturale, è chiudersi in una solitudine priva di legami.

A volte la partecipazione non è capita, o se costruisce qualcosa di buono rischia di essere fatta propria da altri. Ma non c'è delusione alla partecipazione che possa impedire, a quanto di buono abbiamo fatto, di produrre il suo frutto.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/beatrice-fazi-partecipazione-2/

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Vi vengono in mente esempi in cui la politica ha operato, in tutto o in parte, per il bene comune?

•          Ci sentiamo trattati dai politici come massa o come popolo?

•          Cosa facciamo noi per sentirci popolo?

•          Siamo consapevoli che il nostro fare - o non fare - ha ripercussioni sugli altri?

•          Ci fidiamo degli altri o siamo diffidenti per partito preso?

 

20-PARTECIPAZIONE: nella Chiesa e nella società

di Gigi De Palo

Spesso possiamo avere la sensazione, guardando al nostro paese, che non sia possibile cambiare nulla, che la vita sia una sorta di gioco truccato, che ci prendano in giro. È la sensazione che è inutile impegnarsi, perché alla fine non cambia niente.

 

Accidia religiosa

Quando sono stato presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, ho girato con mia moglie tutta l'Italia parlando di politiche familiari. Quando andavamo nelle diocesi, nelle parrocchie, nelle associazioni dove siamo stati invitati, sovente abbiamo trovato un certo tipo di persone che Papa Francesco definirebbe i cristiani dalla faccia scura, sempre arrabbiati, col musone.

Sono dei credenti che sono rassegnati, sono demotivati, hanno perso la speranza: ti invitano ad un evento, non tanto per cercare di aprire scenari nuovi, per riflettere su situazioni innovative, ma per provare a salvare lo status quo.

E quando ricordo loro che il tempo che stiamo vivendo vede un crollo spaventoso delle nascite, il dimezzamento del numero dei matrimoni, sempre più coppie che si separano e che divorziano, sempre meno gente che va in parrocchia, sempre più giovani che fuggono dopo la cresima, e, ancora, sempre meno vocazioni sacerdotali, sempre meno vocazioni religiose, sempre meno vocazioni familiari, sempre meno cattolici in politica, io vedo nei loro occhi la disperazione e la tentazione di arroccarsi ancora di più, di trasformare la chiesa in un monastero, radunando solo le persone che la pensano tutte allo stesso modo.

E quando domando loro il perché di questo atteggiamento danno la colpa alla politica, ai massimi sistemi, alle lobby, ai social network, ai giovani di oggi.

Allora propongo loro un ragionamento: quanto è presente la Chiesa in Italia? Quante sono le occasioni concrete di incontrare la gente, dai più giovani ai più anziani? Tante.

Vi faccio un solo esempio: la percentuale di giovani che si avvalgono dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole statali è del 86%, cioè la quasi totalità (dato della Conferenza Episcopale Italiana), poi ci sono le scuole paritarie, le associazioni, i movimenti, i centri di formazione professionale, gli oratori.

Non c’è in Italia una realtà così presente sul territorio come la Chiesa Cattolica: incontra bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani, famiglie, ecc.

E allora, qual è il problema? Forse non siamo più capaci a raccontare la storia più bella del mondo, la storia di Gesù Cristo nato, morto, risorto, dando la vita, e di incarnarla e testimoniarla nella nostra vita, come mariti, come mogli, come padri, come madri, come preti, come suore, come religiosi.

Il vero problema è la sciatteria, la mediocrità con cui testimoniamo la storia più bella del mondo.

È l'accidia e la rassegnazione che ci hanno trasformato in pessimisti, in gente priva di speranza.

 

Accidia sociale

Dopo questo cammino di approfondimento sulla dottrina sociale della chiesa che cosa hai intenzione di fare? Lasciare che le cose continuino come prima o senti che anche tu puoi dare il tuo contributo? Un pezzettino di bene comune dipende anche da te.

In questi anni che hai fatto? Hai partecipato, hai preso parte oppure ti sei messo in disparte, ti sei preso cura degli altri oppure ti sei semplicemente indignato?

Oppure sei stato uno di quelli che è convinto che una delle grandi battaglie per la partecipazione possono essere le petizioni on-line, il finanziare la causa di turno che attira la tua attenzione?

Purtroppo, le firme non spostano di una virgola il problema, ma permettono, a chi le raccoglie, di crearsi un cospicuo database di mail a cui mandare periodicamente una newsletter dove chiedere un contributo economico, spiegandoti che loro partecipano per te a sostenere quella determinata causa.

Questo è l'esatto contrario di quello che dice la dottrina sociale della Chiesa.

La partecipazione, infatti, è un dovere da esercitare consapevolmente e non una delega in bianco ad esperti di fundraising.

Il vero problema è che ci siamo tutti disaffezionati alla politica, ci sembra qualcosa di sporco, di losco, mentre invece è, o dovrebbe essere, la forma più alta della carità.

La politica non solo è necessaria, ma può essere anche molto bella, a condizione che tu sia non rassegnato, aperto alla partecipazione.

 

Come partecipare

Cosa vuol dire partecipare? Vuol dire non perdere la speranza, vuol dire seminare anche se non saremo noi a vedere i frutti, vuol dire accettare la fatica e le possibili delusioni. Non occorre puntare in alto, non occorre candidarsi alla poltrona di sindaco della propria città.

Ci sono tantissimi ambiti di partecipazione, tantissimi luoghi da cui provare a migliorare la vita delle persone.

Per esempio, ci si può candidare ad essere rappresentante di classe o d'istituto nelle scuole dei propri figli. Non si tratta di raccogliere firme per il progetto che non mi piace ma giocarsi in prima persona negli organi democratici e collegiali scolastici.

Si può aderire al comitato di quartiere. Spesso e volentieri le buche, l'immondizia lasciata per troppo tempo dentro i cassonetti, l'erba alta nel parco giochi dei nostri figli, vengono sistemate attraverso le attività di liberi comitati che sono un pungolo per le amministrazioni, sono persone di buona volontà che lavorano per il bene comune, che di fronte a questi problemi spiccioli chiamano il dirigente, il funzionario segnalando ciò che non va.

Si può aderire al sindacato. Pensiamo alle giovani generazioni, ai contratti atipici, ai grandi cambiamenti del mondo del lavoro, quanto c’è da fare perché trovino piena tutela all'interno del sindacato!

 

Dare la vita

C'è tanto da fare nelle nostre città, c'è tanto da fare nel nostro territorio, però per fare questo servono dei martiri - così li chiamava Papa Francesco – persone che scelgono liberamente di “dare la vita” partecipando alla costruzione di un paese, di una città, di un quartiere, di una scuola più giusti.

Infatti, non servono tanto politici cattolici quanto cattolici in politica. Apparentemente, potrebbe sembrare la stessa cosa ma sono due concetti molto diversi. Nel primo la parola cattolico è un aggettivo qualificativo. Politico cattolico è quello che va a messa, inginocchiato, si cosparge il capo di cenere, però quello che lo sostanzia è l’essere un politico, che è una professione, non uno stile, un modo di stare al mondo.

Nel secondo caso la parola cattolico non è un aggettivo ma un sostantivo.

Il cattolico in politica è uno che vuole “dare la vita”, è uno che vuole spendersi per gli altri a prescindere, che ha fatto del Vangelo - nonostante la sua umanità - il senso della sua vita e la politica è solo uno degli ambiti in cui esercita la sua essenza di cattolico.

Adesso tocca a te. Noi abbiamo cercato di farti sentire il profumo della torta, ma mangiare la torta dipende da te, dipende solo e soltanto da te.

Una cosa però te la voglio dire proprio chiaramente: se tu ci sei o non ci sei, se tu ti metti in gioco o non ti metti in gioco, se tu partecipi o decidi di non partecipare, devi sapere che non è la stessa cosa. Il mio auspicio è che tu decida di partecipare.

 

Fonte: https://www.immischiati.com/topics/gigi-de-palo-partecipazione-3/

Sintesi della redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          La nostra testimonianza fa vedere agli altri il volto di Cristo, oppure lo nasconde?

•          Siamo credenti rassegnati o portatori di luce?

•          Partecipiamo alla vita “politica” del nostro quartiere, della nostra città? In che modo?

•          Conosciamo dei cattolici impegnati in politica che non siano solo dei politici cattolici?

 

21-UNA CHIESA BELLA: La Chiesa degli Atti

di Laura Verrani

Qual è la caratteristica della prima Chiesa, quella che prende forma a partire dal Cenacolo?

Ce la descrive Luca nei primi capitoli degli Atti degli apostoli. È una Chiesa che incomincia ad assumere una forma che sa di Vangelo, una Chiesa bella.

È così bella che Luca sente il bisogno di fermare il suo racconto per fare delle “foto”. Queste foto sono quelle che gli esperti, gli addetti ai lavori, chiamano i sommari degli Atti.

I sommari sono alcuni versetti in cui non si racconta più quello che succede ma si racconta uno stile di vita.

Troviamo questi sommari al capitolo 2, al capitolo 4, al capitolo 5.

“Erano perseveranti nell'insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere” (At 2,42).

“La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola… tutti godevano di grande favore, nessuno, infatti, tra loro era bisognoso” (At 4,32.34).

“Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli...  Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne (At 5,12.14).

Da cosa si vede questa chiesa è bella? Si vede dal fatto che è molto attraente e, infatti, passando da una foto all’altra, si vede che queste sono sempre più affollate.

Io tendo a riconoscere la presenza di un sommario anche nel capitolo 1 dove si dice che dopo l'ascensione i discepoli tornano a Gerusalemme e salgono nella stanza al piano superiore dove si riunivano. Luca elenca tutti gli apostoli e poi annota che “erano perseveranti, concordi nella preghiera insieme ad alcune donne, a Maria la madre di Gesù e ai fratelli di lui” (At 1,13-14).

Ma, se nella prima foto vengono citati tutti i presenti, nella seconda non è più così: subito prima del sommario si parla di tremila persone che si aggiungono al gruppo.

Queste foto sempre più affollate ci dicono che quel gruppo ha messo in pratica quello che il Gesù aveva insegnato loro nell’ultima cena: essere una chiesa giovane.

 

Una Chiesa in comunione

Questa Chiesa è senz’altro capace di servizio (diakonia) ma è soprattutto esperta di comunione (koinonia).

Infatti, a volte posso fare molto bene un servizio ma solo perché soddisfa un mio bisogno. E si sgomita per quel servizio, non lo si cede ad altri: questa è la logica del potere.

Mi ricordo di una persona della parrocchia, che per 25 anni ha letto la seconda lettura alla messa delle undici. Voleva e doveva fare quella lettura, non quella della messa del sabato sera delle sei, dove mancavano sempre i lettori.

Sono atteggiamenti che ci fanno ridere ma c’è gente che “da fuori” ci guarda e capisce subito se nella nostra parrocchia c'è la comunione o si sgomita per avere i primi posti.

Quelli che stanno sulla soglia possono essere i genitori dei bambini che sono iscritti al catechismo, che non vengono in chiesa, ma si affacciano e non restano, perché vedono che aria tira, che è la stessa che vivono tutti i giorni in ufficio.

 

Essere in comunione

Cosa vuol dire essere in comunione? Ve lo spiego con un esempio.

Quando avevo vent'anni, ho iniziato un cammino di fede approdando ad una realtà ecclesiale molto bella ma che non era vicino a dove abitavo.

Io ero senza patente e quindi c'era sempre qualcuno che mi riaccompagnava a casa. Una sera eravamo in pizzeria e una mia carissima amica, senza che io le avessi chiesto niente, mi disse: “non ti preoccupare ti porto a casa io. Quando poi tu avrai la patente e la macchina…”.

Mentre lei stava dicendo questa frase, io dentro di me l'avevo già conclusa: “…quando poi avrai la patente mi porti tu”. Invece lei ha detto: “quando poi avrai la patente e la macchina, lo farai per qualcun'altro che ne ha bisogno”.

La comunione è così: tutti mettiamo qualcosa e alla fine nessuno ha bisogno.

 

La relazione con Gesù

Vorrei ora tornare a quello che io ho definito sommario nel capitolo 1 di Atti.

In quei versetti, secondo me, si trovano gli ingredienti che hanno permesso ai discepoli di diventare una forma bella di Chiesa, in cui si sta bene, una Chiesa in comunione.

Innanzitutto, guardate com'è variegata questa Chiesa appena nata.

Ci sono gli apostoli, ci sono le donne, le discepole, ci sono i parenti di Gesù, la madre e i fratelli di lui. Ci sono categorie diverse di persone, però che hanno un minimo comune denominatore, cioè, hanno tutti qualcosa in comune.

Tutti hanno avuto una relazione con Gesù, questo è il primo elemento imprescindibile.

Sembra la scoperta dell’“acqua calda” ma non è così. Non è detto che tutti quelli che bazzicano in parrocchia abbiano una relazione con Lui.

Ci sono parrocchie che girano alla perfezione, tutti d'accordo, tanti animatori, tanto servizio, tutto funziona, poi cambia il parroco. E allora non va più bene niente.

Si andava così d'accordo col prete precedente e invece con questo…

A volte il disaccordo diventa conflitto e c'è gente che se ne va. Dove vanno? In un'altra parrocchia? Alcune volte sì, ma la maggior parte delle volte vanno alla Proloco (o quello che preferite voi).

Cosa si fa nella Proloco? Le stesse cose che si facevano in parrocchia e che il nuovo parroco non lascia fa più fare: la corsa cittadina, la castagnata, ecc.

Cosa li teneva in parrocchia? La castagnata, la corsa, non di certo la relazione con Gesù.

 

L’esperienza della Pasqua

Un secondo aspetto che emerge da questo sommario è il luogo in cui si riuniscono, al piano superiore, nel Cenacolo. Lì dove si è consumato l'ultima cena, dove Gesù ha lavato i piedi dei discepoli. È il luogo dove è iniziata la Pasqua.

Nella Settimana Santa la Pasqua inizia il Giovedì Santo con la Messa in Cena domini. Il piano superiore non è il piano della strada, è il piano della Pasqua. Questo vuol dire immergersi nell'esperienza della Pasqua.

La Pasqua è quel momento in cui la morte non fa più paura perché non ha più l'ultima parola.

Questo vuol dire accettare di lasciare un incarico, rinunciare a ciò che si è fatto per anni, accettare un nuovo parroco, ecc. Ogni cambiamento è una “piccola” morte perché certe cose ormai le sentiamo nostre, e invece dobbiamo rinunciarci.

Solo se saliamo al piano superiore, solo se entriamo nella dinamica della Pasqua possiamo toglierci di dosso la paura della morte, che non è solo quella che ci attende alla fine della vita, ma quella che contrassegna tutti i piccoli e grandi cambiamenti in cui in fondo un po' moriamo.

 

La perseveranza nella preghiera

L’ultimo aspetto che emerge è la perseveranza e la concordia nella preghiera. Tutti sono d'accordo sul fatto che si preghi ma nelle nostre parrocchie non è qualcosa che riscuote molto successo.

Prendiamo la festa della parrocchia. Cosa facciamo per la festa della parrocchia?

Facciamo la lotteria. Facciamo quello spettacolo, invitiamo tizio, caio, organizziamo una bella conferenza. E facciamo anche una serata di preghiera. La polentata è frequentatissima, idem la lotteria.

Alla serata di preghiera ci troviamo in venti.

Invece nel Cenacolo tutti sono concordi nella preghiera. Sapete perché perseveravano nella preghiera? Perché avevano appena salutato Gesù.

Lui se n'è appena andato e già manca loro. E pregando lo ritrovano, si reimmergono nella sua presenza.

Questa è la preghiera: Lui che si mette in ginocchio davanti a noi e prende i nostri piedi nelle sue mani, ha cura di noi.

Questa è una Chiesa che in quel momento non sta facendo niente, non è nemmeno ancora scesa in strada.

Poi arriverà la strada. Arriverà il servizio, arriveranno gli storpi, arriveranno i malati, arriveranno quelli che vorranno essere battezzati. Ma una chiesa che è stata capace di fare tutto questo è innanzitutto una chiesa ha incominciato con fare niente. Niente.

Sono stati nel Cenacolo a fare esperienza del Signore che ha cura di noi.

Diceva padre Gasparino; la preghiera non è tutto, ma tutto parte dalla preghiera.

 

Villa Lascaris, Pianezza (TO), 26 ottobre 2025

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

Alcune domande sul nostro essere cristiani.

•          Frequentiamo la parrocchia perché ci troviamo bene o perché lì incontriamo Gesù?

•          La nostra partecipazione alla vita parrocchiale è condizionata dalla figura del parroco, da come ci lascia fare?

•          Coltiviamo la preghiera, personale, di coppia, di gruppo, o pensiamo che il fare sia un ottimo modo di pregare?

 

22-PROMUOVERE L’AFFIDO E L’ADOZIONE

 

Il Forum nazionale delle associazioni familiari, a cui aderiamo, sta avviando un progetto per promuovere una vera cultura dell’accoglienza, volto a rafforzare l’affido e l’adozione in tutta Italia.

Oggi oltre 30.000 bambini vivono fuori dalla propria famiglia, e molti vengono accolti in strutture: per questo servono più sostegno, più famiglie disponibili e comunità più consapevoli.

Il progetto opera su tre fronti:

•          Sensibilizzazione per diffondere il valore dell’accoglienza;

•          Formazione per operatori, famiglie e comunità;

•          Supporto diretto ai percorsi di affido e adozione.

L’obiettivo è quello di creare reti solide, aumentare le famiglie accoglienti e garantire più benessere ai bambini e ai ragazzi che ne hanno bisogno.

Insieme possiamo dare “casa” alla vita.

Per maggiori informazioni potete consultare il sito:

https://www.forumfamiglie.org/2025/12/16/progetto-casa-comunita-alleanze-solidarieta-accoglienza/

 

Vi ricordiamo che sul tema è anche disponibile un nostro sussidio. Lo trovare a questo indirizzo:

https://www.gruppifamiglia.it/Sussidi/Adozione_e_affidamento_ADA.pdf

 

23-NOTIZIE DAL COLLEGAMENTO

a cura della Redazione

Il Collegamento, nonostante tutte le “fatiche” del momento, è ancora vivo e continua il suo cammino.

 

Le attività dei gruppi

In Veneto è ripartito il 19 ottobre scorso il ciclo di incontri per famiglie che ormai ogni anno, da oltre quaranta, viene proposto in oratorio, a Vallà di Riese Pio X. Si tratta di momenti di riflessione e confronto per i genitori, spazio di gioco e di divertimento per i figli.

Sono previsti quattro incontri più una gita gioiosa finale.

Per ogni informazione telefonate a Elena e Alberto 329 882 8790.

In Piemonte, invece, si è scelta la strada della lectio divina on-line, una ogni mese, sul vangelo della domenica successiva all’incontro.

Prendere confidenza in anticipo con la Parola di Dio che sentiremo proclamare a messa, aiuta a vivere con più pienezza l’eucaristia.

La lectio è una preghiera impegnativa ma è anche molto arricchente.

Se desiderate partecipare, inviate la richiesta a formazionefamiglia@libero.it

 

I prossimi numeri della rivista

Con questo numero, dedicato alla dottrina sociale della Chiesa, abbiamo quasi esaurito gli argomenti scelti da voi lettori.

Il prossimo numero, in uscita a luglio, avrà come tema: Giovani e anziani.

In particolare, parleremo del rapporto tra una generazione smarrita contro una generazione fortunata e, più in generale, del difficile equilibrio tra generazioni in famiglia e nella società

Per i numeri successivi attendiamo vostri suggerimenti.

Fateceli avere scrivendo a formazionefamiglia@libero.it

 

Campi estivi

Come Collegamento tra Gruppi Famiglia anche quest’anno riusciremo a realizzare un solo campo estivo.

Si ritorna a Valle di Cadore da sabato 15 a sabato 22 agosto.

Temi e relatori sono in via di definizione.

Per ogni informazione contattate: Fiorenza e Antonio Bottero,

340 519 5718,

antoniobottero63@gmail.com

 

24-PER CONCLUDERE

 

Coinvolgersi nella politica è un obbligo per un cristiano. Noi cristiani non possiamo giocare da Pilato lavarsi le mani! Non possiamo. Dobbiamo immischiarci nella politica perché la politica è una delle forme più alte della Carità perché cerca il bene comune, e i laici cristiani devono lavorare in politica.

Papa Francesco, 7 giugno 2013