Foglio di collegamento tra Gruppi Famiglia

GF123 – luglio 2026

ADOLESCENTI OGGI

 

Lettere alla rivista

1-IL METODO EDUCATIVO DI GESÙ

Lasciare andare nel mondo, con un comandamento

 

Gesù nei Vangeli quali strumenti usa per educare i suoi discepoli?

Luca

 

Leggendo e commentando i Vangeli per tanti anni mi sono fatto qualche idea sullo stile educativo di Gesù.

 

Strada facendo

Gesù inviava i discepoli perché imparassero strada facendo (Mt 10,7).

Un po' camminava con loro, un po' li mandava ad annunciare che il Regno di Dio è vicino. Non faceva loro un corso di Teologia o 5 anni di seminario. Dovevano solo capire che il Regno di Dio è lasciare che Dio comandi, che è poi quello che sapevano come ebrei osservanti. Certo non li abbandonava a sé stessi, quando tornavano condividevano le loro esperienze e facevano domande.

 

Cafarnao

Poi scese a Cafàrnao, città della Galilea, e in giorno di sabato insegnava alla gente ( Lc 4,31).

Gesù sceglie Cafarnao come sua dimora in Galilea. A Cafarnao c'erano ebrei e stranieri. Era proprio la Galilea delle genti (Mt 4,15). Gesù si trovava bene in mezzo alla gente e insegna ai suoi discepoli a mescolarsi con la gente, anche con gli stranieri: così sarebbero stati capaci di andare in tutto il mondo. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli (Mt. 28,19).

 

Autorità

Gesù parlava con autorità: Erano stupiti del suo insegnamento perché la sua parola aveva autorità (Lc 4,32).

Gesù era il Maestro (Gv 13,13) e lo chiamavano sempre così: Rabbi.

Il maestro o l'educatore si deve distinguere dai discepoli, sia per il ruolo che per l'esempio che dà. Se il maestro ha autorità, i discepoli si fidano.

 

Il Mondo

Gesù è venuto per salvare il mondo, non per condannarlo (Gv 3,17)

Il mondo può essere ostile ai discepoli (Gv 17,14) ma devono amare anche i loro nemici: Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano (Mt 5,44)

Praticamente Gesù ci insegna a non avere nemici. Non c'è senso a predicare la guerra perché non dà né gioia né amore.

Siamo tutti fratelli (Mt 23,8)

 

Amore

L'insegnamento sull'Amore che è il nocciolo di tutto il Vangelo, Gesù lo dà con l'esempio, non in teoria. Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri (Gv 13, 34-35).

 

padre Vincenzo Salemi IMC

 

Dialogo tra famiglie

2-COME GESTIRE UN FIGLIO ADOLESCENTE

Conta la qualità dell’amore che unisce i genitori

 

Cosa può fare un genitore con un figlio adolescente?

A volte mi sembra di capirlo, altre mi sembra uno sconosciuto.

Lina

 

La prima cosa da fare è non arrendersi: l’adolescenza è soggetta a rapidi cambi di umore, oggi è sereno e domani è temporale.

Quello che conta, come genitori. è mantenere la barra del timone ferma.

Sembra un consiglio facile ma non lo è: quanti adulti si comportano da adolescenti! Cambiano idea, si pentono, vorrebbero tornare sui loro passi ma sovente è impossibile.

Questa categoria di adulti rappresenta un pessimo esempio per gli adolescenti.

Pensiamo in campo affettivo qual è la qualità delle relazioni oggi: ci si frequenta ma si sta in case diverse e anche la sola convivenza sembra troppo impegnativa, si ci ama intensamente ma ci si lascia facilmente, il “per sempre” non è proprio di casa.

E i figli? Se arrivano devono abituarsi ad avere più papà e più mamme.

Ma anche in campo lavorativo la provvisorietà sembra essere la norma: fa ancora scandalo essere licenziati con un tweet ma occorrerà farci l’abitudine.

In un mondo così, non è facile essere adolescente: mancano i modelli.

Quindi avere un papà e una mamma alle spalle, che si vogliono bene e vogliono bene al figlio, è molto importante, difficile sul momento da apprezzare, ma fondamentale per superare indenni quel “mistero” che è l’adolescenza.

Noris Bottin

 

In questo numero

3-ADOLESCENTI OGGI

istruzioni per l’uso

 

di Franco Rosada

Non è la prima volta che parliamo di adolescenti su queste pagine e non è stato facile all’inizio, perché sembrava di aver già detto tutto il possibile su questo tema.

Ma i tempi, questi tempi, scorrono in fretta, ogni generazione di genitori (vedi p. 14) ha uno guardo diverso sui propri figli, si trova di fronte a sfide che sembrano oscurare quelle di sempre.

Cambia lo sguardo delle madri sui figli, madri più attente alla propria realizzazione personale, cambia anche lo sguardo dei padri, forse meno ambiziosi sul lavoro (p. 12).

Non cambia lo sguardo dei figli verso i genitori, sempre impietoso e nel caso delle figlie sovente perfido (p. 18).

Diventa manifesta l’insofferenza degli adulti nei confronti dei bambini e dei giovani.

La mia generazione di baby boomers non aveva i giardinetti attrezzati ma godeva di spazi all’aperto anche nelle città (i cortili dei condomini) che via via sono stati loro rubati dalle automobili.

Godeva dell’essere maggioranza rumorosa, rischiando solo qualche secchio d’acqua lanciato dai piani alti, e non minoranza mal tollerata (p. 4) che vede i genitori costretti a tacitarli affidandoli a quella balia elettronica che è lo smartphone.

Il numero inizia proprio parlando di dispositivi elettronici (p. 6): vietarli o non vietarli nelle scuole? Anche se il tema vero forse è: come riusciamo noi adulti a non esserne schiavi?

Altro tema di attualità è l’introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole: come va fatta? Ma non dovrebbero occuparsene i genitori (p. 8)?

Al momento sono i siti porno su smartphone che la fanno da padrone.

Dopo gli articoli fino ad ora citati si passa ad una seconda parte in cui la parola viene lasciata a due esperti: un pedagogista e uno scrittore.

Trovate i loro interventi su Internet ma come redazione abbiamo provato a riassumerli.

Cosa serve ai genitori quando si trovano di fronte ad un figlio adolescente?

Per Osvaldo Poli (p.17) serve un nuovo software.

Come aggiorniamo i nostri dispositivi elettronici così dobbiamo passare dal convincimento alla responsabilizzazione, non tentare di dissuaderlo dal fare la cosa sbagliata, ma metterlo di fronte alle sue responsabilità, accettando anche una sua risposta negativa.

Per Alessandro D’Avenia (p.20) serve insegnare ai figli come fermare il tempo.

Proprio in un tempo in cui il tempo sembra non bastare mai, perché corre troppo velocemente, la ricetta dello scrittore va controcorrente.

Il tempo si “ferma” quando si vive con pienezza, quando si riesce a cogliere ciò che è bello, buono e giusto e lo si assapora fino in fondo.

Il suo è un messaggio che si apre al trascendente, che è l’elemento che caratterizza la terza parte della rivista.

Cosa conta davvero per le giovani generazioni? Come riusciamo ad entrare in sintonia con loro, non solo sul piano dei valori ma anche su quello della fede? Ce lo racconta la pedagogista Paola Bignardi (p.24), stilando un elenco in dodici punti (che trovate per esteso sempre su Internet).

E come comunità ecclesiale come possiamo fare per ridurre la distanza che separa i nostri giovani dalla Chiesa (p.29)?

Con quest’ultimo articolo, tratto dagli interventi del cardinale arcivescovo di Torino Roberto Repole, si chiude il numero.

Ci auguriamo di avervi così fornito un po‘di materiale per le attività dei vostri gruppi nel prossimo anno pastorale.

Buone vacanze!

formazionefamiglia@libero.it

 

P.S. Il tema del numero di novembre sarà: il dono, elemento fondativo del matrimonio, della carità, del cristianesimo.

 

4-PARLARE DI GIOVANI

Non è la prima volta che la rivista si occupa di questo tema. Se non trovate qui tutto quello che vi interessa vi segnaliamo questi numeri:

GF 66: Genitori e figli

GF 82: Media e famiglia

GF 83: Gli adolescenti

GF 92: Educare da 0 a 6 anni

GF 96: Imparare ad imparare (educazione e famiglia)

GF 115: Malattia mentale e famiglia (anoressia, depressione, autolesionismo, ecc.)

GF 121: Alla ricerca di ‘senso’ nella vita

Li trovate su www.gruppifamiglia.it

 

5-I GIOVANI DANNO FASTIDIO

a cura della Redazione

 

Chi non vuole bene ai bambini? Come sono bravi quando dormono! Ma quando sono svegli e vivaci…

 

Abbasso i bambini

“La verità è che preferiamo levarceli di torno, i ragazzini”, scrive Simonetta Scandivasci (1), “perché quando ce li abbiamo tra i piedi siamo tenuti ad affrontarli, contenerli, proteggerli, trovare la giusta misura per fargli assaporare la vita senza strozzarsi, correre il rischio che ci diano filo da torcere, entrarci in polemica, ascoltare il loro rumore e, soprattutto, subirlo.

Sono come gli stranieri: che siano due o duecento, sono sempre troppi, risultano sempre un’invasione.

 

Non siamo abituati a vederli e a contemplarli, se non come oggetto di discussione, di dibattito pensoso o di elogio utile al nostro narcisismo:

 

quando diventano soggetti, ci innervosiamo, li sbologniamo, prendiamo a dipingerli e analizzarli così da riportarli nel loro recinto. E diciamo, naturalmente, di farlo per il loro bene”.

Ancora più diretta è l’osservazione di Nadia Ferrigo (2): “la scarsità numerica relega i bambini a un’eccezione rumorosa o fastidiosa e in ogni caso sufficiente a dare un giudizio immediato sull’adulto che li accompagna. Basta un bimbetto in treno che parla ad alta voce, come tutti i piccoletti, o un adolescente curvo sul suo smartphone per far partire occhiataccia e sopracciglia alzato. ‘I miei da piccoli non si comportavano così’. ‘Li fanno e poi non hanno nemmeno voglia di guardarli’ ”.

 

Abbasso gli adolescenti

E quando i bambini e gli adolescenti non sono quelli degli altri ma i nostri?

Michele Serra (3), nel suo romanzo “Gli sdraiati”, ci offre alcune gustose considerazioni sui loro comportamenti. “In bagno, asciugamani zuppi giacciono sul pavimento. Appendere un asciugamano all’appendino è un’attività che deve risultarti incomprensibile, come tutte quelle azioni che comportano la chiusura del cerchio. Come richiudere un cassetto, o l’anta di un armadio, dopo averli aperti. Come raccogliere da terra, e piegare, i tuoi vestiti buttati ovunque, quelle felpe che paiono indossate da un corpo fatto di soli gomiti, bozzute anche nelle parti che non hanno ragione di esserlo, e per giunta farcite della maglietta che sfili in un solo colpo insieme a qualunque indumento sovrastante. La parte superiore del tuo vestiario è tutt’una, un multistrato che si compone vestendosi ma non si divide svestendosi.

 

Calzini sporchi ovunque, a migliaia. A milioni. Appallottolati, e in virtù del peso modesto e dell’ingombro limitato, non tutti per terra.

 

Alcuni anche su ripiani e mensole, come palloncini che un gas misterioso ha fatto librare in ogni angolo di casa”.

 

Il figlio: devoto

“In passato, abbiamo rimproverato alle madri di essersi eccessivamente sacrificate in nome dei figli, di averli protetti troppo dalle difficoltà e dai dolori della vita, di essersi troppo identificate nel loro ruolo materno e di averne fatto quasi una missione a discapito della propria autonomia e individualità personale e professionale”, scrive Loredana Cirillo (4). “Oggi invece, nell’entrare a contatto con le madri degli adolescenti, ci si trova di fronte alla rinuncia a mettere al primo posto la maternità, la famiglia e la cura”.

E continua: “oggi, il sogno della genitorialità, non è quello di avere un figlio bravo, che eccelle in particolari campi, ma di avere un figlio devoto, dal quale ricevere affetto incondizionato, da collocare nel mondo, in modo da poter procedere, indisturbati, alla propria (riferendosi ai genitori) affermazione personale”.

Così “fin dalla nascita,

 

i figli contemporanei appaiano dover rispettare il mandato di non disturbare troppo,

 

di non comunicare davvero ciò che sentono e provano anche se viene garantita loro la libertà di espressione e l’ascolto: pena la perdita della relazione. Nell’impossibilità di esprimere le loro naturali inclinazioni e dare significato alla loro vita, questi si rifugiano nei sintomi ansiosi, nella passività depressiva, nel mutismo, nelle abbuffate e nelle restrizioni alimentari o nei gesti autolesivi” (5).

“Questi ragazzi sono cresciuti in primo luogo in una famiglia in cui si è sostituito il devi obbedire con il devi capire” annota Matteo Lancini (6). “sono diventati esperti in relazione al punto che, se si sottomettono ad un insegnante, non lo fanno in nome del ruolo e della norma, ma solo perché l’insegnate li ha conquistati sotto l’aspetto relazionale”.

 

Le ansie dei genitori

“Ogni adolescente è sempre stato chiamato a rendersi autonomo, ad affrontare cambiamenti corporei e mentali, a inserirsi in una società che ha richieste e modalità di espressione peculiari, incontrando tutta una serie di difficoltà.

Da diverso tempo”, continua Mancini, “il mondo extradomestico viene vissuto da genitori ed educatori come particolarmente minaccioso;

 

si fa sempre più fatica a tollerare le ferite del corpo (e dell’anima) dei propri figli, spingendoli quindi a cercare nuove piazze di confronto.

 

Dal parchetto, dove ci si sbucciava le ginocchia, sono passati alle piattaforme virtuali, per poter sperimentare sé stessi al di fuori del controllo di adulti troppo angosciati per poter accettare che crescere (invecchiare!) possa significare anche lasciar andare (e sbagliare, talvolta) i propri figli”.

Perché molti figli stanno male, perché si feriscono nel corpo e nell’anima?

Secondo Michela Marzano (7), manca da aperte dei genitori la capacità “di accompagnare i ragazzi che stanno e hanno bisogno di stare nel dubbio, nell’inconcluso, nel batticuore, perché attraversano il tempo della metamorfosi e dell’accelerazione dei battiti.

I genitori dei ragazzi che si rivolgono ai medici sono di due grandi categorie: quelli che compartimentano come malattia qualsiasi comportamento bizzarro, autonomo, qualsiasi sfogo dei figli, e quelli che invece minimizzano ogni disagio, ogni malessere, ogni dolore”. Sono genitori “incapaci, anche quando il senso di colpa li divora, di rendersi conto che i sintomi sono spesso l’unico modo che i ragazzi trovano per attirare il loro sguardo.

Ragazzi che hanno patologie o niente, e che riescono a ottenere attenzione ma difficilmente comprensione, e sempre e solo se disturbano: sono portati ad ammalarsi così da poter essere rifiutati o accolti, visti o corteggiati.

I ragazzi soffrono di molte cose diverse, sono esposti a una realtà che traballa, a mezzi violenti, a una crescita repentina, a una iperstimolazione precoce, e ciascuna di queste cose produce effetti diversi. Ma c’è qualcosa che tutti, o quasi tutti, soffrono: l’impreparazione affettiva degli adulti”.

 

Figli “orfani”

Papa Francesco (8) aveva spiegato questo malessere dei giovani con il senso orfanezza che vivono.

“Sono orfani in famiglia, perché i papà sono spesso assenti da casa, ma soprattutto perché, quando ci sono, non si comportano da padri, non dialogano con i loro figli, non adempiono il loro compito educativo, non danno ai figli, con il loro esempio accompagnato dalle parole, quei principi, quei valori, quelle regole di vita di cui hanno bisogno come del pane.

E questo problema lo vediamo anche nella comunità civile… Anch’essa spesso li lascia orfani e non propone loro una verità di prospettiva.

 

I giovani rimangono, così, orfani di strade sicure da percorrere, orfani di maestri di cui fidarsi, orfani di ideali che riscaldino il cuore, orfani di valori e di speranze che li sostengano quotidianamente.

 

Vengono riempiti magari di idoli ma si ruba loro il cuore; sono spinti a sognare divertimenti e piaceri, ma non si dà loro il lavoro; vengono illusi col dio denaro, e negate loro le vere ricchezze.

E allora farà bene a tutti, ai genitori e ai figli, riascoltare la promessa che Gesù ha fatto ai suoi discepoli: ‘Non vi lascerò orfani’ (Gv 14,18)”.

 

1 Fonte: La Stampa, 5 agosto 2025,

2 Fonte: Specchio de La Stampa, 17 agosto 2025

3 Gli sdraiati, Feltrinelli, Milano 2013

4 Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione. Raffaello Cortina Editore 2024

5 Sul tema vedi: GF115, Malattia mentale e famiglia

6 L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti, Cortina Editore 2021

7 Qualcosa che brilla, Rizzoli 2025

8 Papa Francesco catechesi del 28 gennaio 2015

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          I bambini disturbano? Siamo di fronte a genitori incapaci  o a gente intollerante?

•          Ascoltiamo i nostri figli? Facciamo memoria di quello che ci dicono?

•          Perché il mondo extradomestico fa paura? Sono aumentati i pericoli o la nostra ansia?

•          Quali valori sono per noi importanti? Come li trasmettiamo ai nostri figli/nipoti?

 

6-NOI E LO SMARTPHONE

 

A cura della Redazione

“Il ‘movimento anti-smartphone a scuola’ cresce e si diffonde a macchia d’olio in diverse parti del mondo. Includendo fra i suoi membri anche economie avanzate come Corea, Cina, Gran Bretagna, Francia. Così come diversi stati americani, tra cui la California.

Tutti questi Paesi si stanno muovendo in risposta a esigenze ormai difficili da ignorare e sostenute da numerosi studi scientifici:

 

il problema non è solo la distrazione che può generare durante le lezioni, ma anche gli effetti a lungo termine

 

come dipendenza, ansia, depressione, deficit cognitivi e relazionali che sono connessi ad un abuso dei dispositivi e dei servizi a cui permette di accedere” (1).

Abbiamo iniziato riportando questo dato di cronaca per sottolineare quanto il tema dell’uso dei devices digitali da parte dei minori sia diventato un problema.

 

 

Cattivo esempio

Eppure, siamo stati noi adulti a dare il cattivo esempio. Mentre accusiamo  i giovani di essere diventati dipendenti da internet, smartphone, videogiochi e social network, scrive Matteo Lancini (2), noi “abbiamo iniziato a fotografarli ancora prima della loro nascita il giorno dell’ecografia morfologica, per poi proseguire con centinaia di foto e video per immortalarli il giorno della recita dell’asilo, del primo bagno al mare senza braccioli, della prima volta in un campo sportivo e in qualsiasi occasione quotidiana ci sembrasse degna durante i primi dodici anni delle loro vite”.

Di conseguenza, “non possiamo insegnare ai nostri figli ad astenersi – dobbiamo insegnargli a nutrirsi in modo sano” scrivono Donatella Solda e Damien Lanfrey (3). “Per decenni abbiamo pensato all’educazione digitale come a una questione di limiti: parental control, filtri, orari. Il modello è quello del ‘frigo vuoto’: se non c’è, non si mangia.

Ma i nostri figli non vivono più in case con un solo frigorifero: hanno accesso a dispense infinite, ovunque, sempre. E il cervello adolescente – le ricerche ce lo confermano – è particolarmente sensibile alle ricompense immediate, meno equipaggiato per valutare le conseguenze a lungo termine. Non è un difetto: è biologia. Il problema è che le piattaforme digitali sono progettate esattamente per sfruttare questa asimmetria”. Infatti, continuano gli autori,

 

“l’uso problematico del digitale assomiglia più a un disturbo alimentare che a una dipendenza classica.

 

Alcool, fumo, gioco d’azzardo riguardano sostanze o comportamenti che si possono eliminare dalla propria vita. Il cibo no.

E il digitale, ormai, nemmeno: è pervasivo, inevitabile, essenziale per vivere una vita piena”.

 

I danni...

“È vero che spesso le tecnologie migliorano la qualità della vita,” scrivono Daniele Novara e Alberto Pellai (4) ma “questo non accade quando si parla di educazione nella prima infanzia e nella scuola primaria.

I bambini e le bambine che utilizzano strumenti tecnologici e interagiscono con gli schermi subiscono due danni:

- Uno diretto, legato alla dipendenza.

- Uno indiretto, perché

 

l’interazione con gli schermi impedisce di vivere nella vita reale le esperienze fondamentali per un corretto allenamento alla vita.

 

La nostra non è una presa di posizione anti-tecnologica ma l’accoglimento di ciò che le neuroscienze hanno ormai dimostrato: ci sono aree del cervello, fondamentali per l’apprendimento cognitivo, che non si sviluppano pienamente se il minore porta nel digitale attività ed esperienze che dovrebbe invece vivere nel mondo reale.

Simili comportamenti in età prescolare portano ad alterazioni della materia bianca in quelle aree cerebrali fondamentali per sostenere l’apprendimento della letto-scrittura”.

Lo conferma la Società Italiana di Pediatria (SIP) che a fine novembre 2025 “ha aggiornato le indicazioni sull’uso dello smartphone in età evolutiva, evidenziando l’impatto degli schermi sulla crescita emotiva e cognitiva, con conseguenze come ritardo nel linguaggio, perdita di sonno e concentrazione, problemi alla vista, sedentarietà, ansia, aggressività, cyberbullismo e disturbi alimentari” (5).

 

... e l’inevitabilità

Demonizzare, ignorare, sottovalutare gli strumenti digitali comporta però il rischio concreto di diventare “analfabeti”.

“L'UNESCO definisce, a partire dal 1958, l'analfabetismo come la condizione di una persona che non sa né leggere né scrivere, capendolo, un brano semplice in rapporto con la sua vita giornaliera”, scrive Paolo Benanti (6). “La condizione di abbandono in cui lasciamo le nuove generazioni di nativi digitali e l'assenza di formazione per gli immigrati digitali (i meno giovani) sta di fatto generando un analfabetismo digitale in cui i testi che i media digitali producono diventano inaccessibili ai più a livello di valutazione oggettiva e valoriale”.

E continua: “Da più parti si riconosce come

 

i media, specie quelli di natura digitale, siano gli agenti di socializzazione nella società contemporanea

 

arrivando, secondo alcune analisi, a sostituire gli agenti tradizionali quali la famiglia, la Chiesa e la scuola. Non dobbiamo pensare che queste nostre considerazioni vadano tradotte in una visione che tratteggi una onnipotenza dei media, ma semplicemente si riconosce come i media, specialmente quelli che caratterizzano il Digital Age, sono radicati nel tessuto e nelle abitudini quotidiane e forniscono risorse simboliche che oggi ciascuno di noi, coscientemente o meno, impiega per condurre e interpretare le relazioni e definire la sua identità”.

Inoltre, “l'esplosione della tecnologia digitale, con le sue innumerevoli prestazioni e possibilità di potenziamento digitale, fa temere i rischi insiti in un divario eccessivo tra digitali ricchi e poveri. E una situazione gravida di conseguenze sotto il profilo economico, culturale e sociale, che fa appello alla responsabilità di tutti”.

 

Media education

“Quando il compito educativo è messo alla prova da sfide epocali, come quella del digitale, l’unico modo che abbiamo come educatori è quello di esserci, ponendoci in ascolto e dialogo con i nostri figli e studenti per aiutarli a costruire insieme il loro futuro: un futuro del quale dobbiamo prenderci cura come comunità!” scrive il Forum famiglie del Veneto (7).

“Cosa possono fare i genitori? Imparare a negoziare”. scrivono Donatella Solda e Damien Lanfrey (8). “Non nel senso di cedere, ma di costruire patti espliciti, di rendere visibili i meccanismi, di allenare insieme la capacità di autoregolazione. La pedagogia del contratto sostituisce quella del divieto:

 

‘Usiamo insieme questi strumenti, capiamo come funzionano, decidiamo insieme le regole’.

 

È più faticoso che installare un filtro, ma è l’unica strada che prepara all’autonomia”.

Serve, continuano, “la capacità di scegliere consapevolmente quali strumenti usare, come usarli, quando spegnerli. Non si tratta di rifiutare la tecnologia – sarebbe ingenuo e controproducente. Si tratta di non subirla. Di passare da utenti a cittadini digitali, capaci di comprendere i meccanismi che ci circondano e di agire su di essi. Di chiederci, ogni volta che adottiamo uno strumento: chi lo ha progettato? Per quale scopo? Quali comportamenti incentiva, quali scoraggia?

Viviamo in un’epoca in cui l’educazione non può più permettersi di essere inconsapevole. Ogni scelta educativa ha conseguenze cognitive, emotive, sociali. Le neuroscienze, la psicologia, il design ci offrono conoscenze che vent’anni fa non avevamo. La sfida è trasformare questa conoscenza in pratica quotidiana. Perché in un mondo di abbondanza, l’unica vera scarsità è l’intenzionalità con cui scegliamo di viverlo”.

E per quanto riguarda la scuola? “Non si tratta di trasmettere delle nozioni ma di creare un arco di trasmissioni valoriali che permetta alle nuove generazioni di percepire quelle mediazioni di valore che sono state significative per chi le ha precedute”, precisa Paolo Benanti (9). Se il cambio d'epoca tende a frantumare le generazioni è l'educazione lo strumento per ricreare quelle alleanze educative necessarie per crescere i figli di questa epoca nuova”.

 

1 Fonte: https://libreriamo.it/

2 Fonte: https://matteolancini.it/

3 Fonte: La Stampa 22 febbraio 2026

4 Fonte: https://lnkd.in/dTu4SPrP

5 Fonte: https://ilnuovoterraglio.it/

6 Fonte: Digital age. Teoria del cambio d’epoca. Persona, famiglia e società, San Paolo, Milano 2020

7 Fonte: https://ilnuovoterraglio.it/

8 Fonte: La Stampa 22 febbraio 2026

9 Fonte: Digital age

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          A che età abbiamo regalato a nostro figlio/a uno smartphone?

•          Per cosa principalmente lo usa?

•          Se potessimo tornare indietro faremmo una scelta diversa? Perché?

•          Come adulti riteniamo di usare in modo “sano” lo smartphone o ne siamo stati “sedotti”?

•          Abbiamo mai usato lo smartphone  con i nostri figli per una loro attività scolastica?

•          Cosa ne pensate dell’uso dello smartphone a scuola?

 

7-EDUCARE ALLA SESSUALITÀ E ALL’AFFETTIVITÀ

 

a cura della Redazione

Chi deve introdurre alla sessualità e all’affettività i nostri ragazzi e ragazze?

Si dibatte molto in questi tempi dell’opportunità o meno di inserire questi temi all’interno dei programmi scolastici. Ma, al di là della contingenza, proviamo a mettere a confronto alcune opinioni sul tema.

 

Ieri e oggi

“Fino a poco tempo fa” scrive Luigi Zoja (1), “la maturità sessuale e di genere si raggiungeva per gradi, all’interno di contenitori come la famiglia, la scuola, magari la Chiesa. Malgrado censure spesso esagerate, i binari erano fissi e nella maggioranza dei casi accompagnavano lo sviluppo.

Oggi, questo percorso precostituito è andato in frantumi. Modello di persona sessualmente matura non è più un genitore o qualche altro famigliare. Prototipo possono in parte essere i coetanei. Questo in sé non sarebbe così nuovo. La novità sta nel fatto che questi modelli influenzano l’adolescente non attraverso incontri reali, ma soprattutto telematicamente: gli appaiono sul computer e sullo smartphone.

Fonte di confusione ancor più diretta, nell’inizio della vita sessuale adolescente, sono le immagini pornografiche che popolano internet, letteralmente a miliardi.

 

La quasi totalità dei maschi e una percentuale molto alta delle ragazze non riesce a far a meno di guardarle.

 

È di fatto impensabile tradurre quegli esempi in comportamenti reali. Il giovane lo avverte e questo lo allontana dalla sessualità vissuta e non fantasticata”.

Sulla stessa linea si pone Loredana Cirillo (2): “L’adolescente, nato e cresciuto nell’epoca di Freud, viveva in una società sessuofobica. Oggi viviamo un’epoca diversa, i ragazzi non hanno in mente la sessualità come divieto, al contrario osserviamo una recessione sessuale. Siamo circondati dai rimandi sessuali e spesso è diventato un argomento del quale non si ha vergogna a parlarne nemmeno con i genitori. Il conflitto sul sesso riguarda la fatica a relazionarsi con l’altro, la fatica di entrare in contatto con corpo reale proprio e dell’altro, nella sua autenticità cioè con i suoi difetti. Spesso i ragazzi fanno più sexting e meno sesso: vengono postate foto, parti di sé e del proprio corpo, accuratamente selezionate, più per eccitare la mente dell’altro, stare nei suoi pensieri, che per favorire un incontro vero e reale”.

 

Il ruolo degli adulti

“Cosa rende possibile una vita affettiva e sessuale gioiosa e affermativa?” Si chiede Massimo Recalcati (4). “Per me vi sono due condizioni di base. La prima:

 

serve la testimonianza reale dei propri genitori o di qualunque altro adulto di riferimento

 

che è possibile davvero amare e desiderare senza usurpare o fare soffrire, senza ricattare o ingannare, senza esercitare potere o subirlo, senza negare la libertà dell’altro ma riconoscendola appieno. Testimonianza reale, ripeto, e non chiacchiere.

La seconda e più fondamentale riguarda propriamente la scuola come comunità: alimentare il desiderio di vita nei nostri figli, fare sorgere in loro una vocazione, favorire l’accensione della loro esistenza. Perché le maggiori distorsioni della vita sessuale o affettiva non derivano da un non sapere, ma dalla chiusura della vita, dalla paura che determina la spinta a sopraffare l’altro o a offrirsi come sua vittima sacrificale”.

Ma come genitori siamo in grado di svolgere bene questo compito educativo?

Quale educazione sessuale noi per primi abbiamo ricevuto?

E senz’altro esemplificativa questa testimonianza di Alberto Pellai (5). “Lavorando con i miei studenti a Medicina, chiedo spesso loro quante volte durante l’adolescenza hanno avuto a disposizione uno specialista che si occupasse in ambito scolastico o clinico di aprire con loro il dialogo sul tema dello sviluppo sessuale, delle relazioni affettive. Loro per primi, ovvero i futuri medici, si rendono conto di non aver avuto alcuna formazione ed esperienza di questo tipo nel corso della loro vita. E se qualcosa non ci ‘entra nella vita’ mentre siamo in crescita e formazione, difficilmente sapremo farlo entrare nella vita di coloro della cui crescita e formazione diventeremo responsabili una volta adulti”.

 

Il ruolo della scuola

Sul ruolo della scuola vi sono opinioni contrastanti.

A scuola, scrive Concita De Gregorio (6), in generale da parte degli insegnanti “prevale l’ansia di completare i programmi, i compiti a crocette, l’incubo dei test Invalsi, il nozionismo. Non c’è tempo e non c’è modo, per il resto”.

“L’educazione alla sessualità” i giovani “non la studiano su Freud ma su YouPorn, piattaforma libera e gratuita”, anche se “confrontarsi con quel modello genera parecchia ansia, parecchia confusione. Nessun ministro, del resto, può oscurare YouPorn”. Così i giovani restano “senza un posto dove discuterne a scuola e con la rete” a far da insegnante. Quindi per l’autrice, serve introdurre l’educazione sessuale come materia di studio.

Diversa è l’opinione di Massimo Recalcati (7). “L’educazione affettivo-sessuale” scrive, “dovrebbe essere un obiettivo trasversale dell’intera vita scolastica, un suo effetto educativo essenziale più che una materia a sé stante.

 

Ogni vera educazione alla sessualità dovrebbe essere, prima di tutto, un’educazione al mistero.

 

Che cosa significa amare? Che cosa significa desiderare? Perché possiamo fare delle scelte sessuali o amorose che anziché aprire la nostra vita alla pienezza della vita, la offendono e la feriscono?”

Di fronte a ciò “siamo sicuri che un programma ministeriale possa davvero pretendere di dare risposte a questi interrogativi così cruciali che accompagnano da sempre la vita umana?”, conclude.

Che il tema dell’educazione sessuale nelle scuole sia divisivo lo annota anche Marina Marzulli (8): “il governo è oscurantista perché toglie l’educazione sessuale e affettiva dalle scuole, oppure fa bene perché poi chissà cosa vanno a raccontare ai bambini?”. Il problema, sottolinea la giornalista, è che non esiste un’educazione neutra. “Per questo serve che a fare educazione sessuale siano professionisti accuratamente formati e selezionati, specializzati nella loro età di riferimento (tematiche adatte a un sedicenne possono non esserlo per bambini di 8 anni) che seguono le linee guida dell’Oms, con un programma comune” definito a livello nazionale.

Lasciamo trarre le conclusioni ad Adriano Bordignon (9).

“È innegabile che molti genitori vivano una fatica crescente nel trovare le parole e i modi per affrontare con i figli temi complessi come il riconoscimento delle emozioni, la corporeità, l’affettività e la sessualità. In questi casi, la collaborazione della scuola, quando rispettosa, trasparente e condivisa, può rappresentare un aiuto prezioso, non una sostituzione. Il consenso informato, strumento previsto e tutelato dalla normativa vigente, rappresenta una garanzia per tutti: è la via per assicurare il rispetto della libertà educativa dei genitori e la tutela degli studenti da qualsiasi forma di ideologizzazione. Non un ostacolo, ma una barriera di protezione contro semplificazioni e derive ideologiche”.

 

1 Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso, Einaudi 2022

2 Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione. Cortina Editore 2024

3 L’età tradita. Oltre i luoghi comuni sugli adolescenti. Cortina Editore 2021

Fonte: Dall’intervista di Elena Stancanelli, La Stampa, 29 maggio 2023

4 Fonte: la Repubblica, 4 novembre 2025

5 dalla pagina Facebook dell’autore

6 La Repubblica, 4 novembre 2025

7 La Repubblica, 2 novembre 2025

8 Fonte: www.ecodibergamo.it

9 Fonte: www.forumfamiglie.org

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Come è avvenuta la nostra educazione sessuale?

•          Riusciamo con i nostri figli a parlare liberamente di questo tema?

•          Se non ci riusciamo, chi riteniamo possa parlarne in modo serio e non traumatico?

•          La scuola può essere il contesto giusto?

•          Conoscete proposte formative efficaci (p.e. TeenSTAR) da proporre?

 

8-SOFFRIRE DI ADOLESCENZA

Le fatiche relazionali tra genitori e figli adolescenti viste dal lettino di una psicanalista

 

di Loredana Cirillo*

Il dolore mentale delle nuove generazioni si esprime oggi senza voce.

Non ci sono urla nelle piazze né contestazioni, a volte persino pochissime parole, a convalidare l'ipotesi di

 

un malessere dilagante che va oltre la soglia fisiologica dell'età incerta

 

in cui ancora non si possono avere idee chiare e pensieri fluidi su come ci si sente nello stare al mondo.

Oggi la parola non prende forma, non trova la strada per essere pronunciata nonostante le sia concessa apparente libertà di espressione.

La parola dell'adulto può essere precetto, proibizione, imposizione; soprattutto in passato ciò ha rappresentato la prerogativa della parola dell'educazione.

Ma in questa epoca, segnata dal narcisismo, la parola oltre a costruire e mantenere le legami, ad essere sempre più veicolo di amore e affetto, si è ricoperta di aspettative ideali, di ambizioni e pressioni volte a inseguire il miraggio della perfezione e della neutralizzazione del dolore del fallimento.

L'esasperazione di questo linguaggio può aver tolto le parole di bocca ai giovani.

Incontriamo adolescenti che chiedono aiuto ma, nel primo tempo del lavoro clinico, non sanno dire con le parole che cosa attanagli la loro mente, che cosa li porti fino a noi.

 

Le madri

Un tempo non troppo lontano le madri nello spazio d'ascolto psicologico parlavano a profusione, come se fossero state le uniche al mondo a sapere qualcosa dei propri figli, e ad avere diritto di parola.

Oggi non è più così. E più raro incontrare l'esasperazione degli affetti nella dinamica relazionale,

 

come se le madri avessero voluto in parte liberarsi da un giogo troppo pesante,

 

limitante e oneroso che le teneva avvinghiate ai figli, impedendo loro di mantenere l'investimento su sé stesse.

È come se una sorta di durezza dei sentimenti avesse avvolto la maternità contemporanea  e più in generale il femminile, attento a non soccombere al ruolo genitoriale.

Le donne desiderano non limitarsi al ruolo genitoriale ma realizzarsi anche a livello femminile, coniugale, professionale, amicale, rivendicano il diritto di tenere testa agli uomini in tutti gli ambiti dell'esistenza.

Questo aspetto lo ritroviamo nei modelli di genere oggi prevalenti.

 

Se si vuole una mamma viva e capace di stare in questo mondo, bisogna rinunciare almeno un po' alla mamma dell'accudimento,

 

morbida e accogliente, e favorirla nelle altre sue svariate esigenze. La dipendenza dei figli nei suoi confronti diventa in questo quadro un vincolo limitante prima di tutto per la madre stessa.

Così le madri mettono in atto dei comportamenti che tendono a incalzare precocemente l'autonomia dei figli, fino ad arrivare a mal tollerare anche le quote fisiologiche di dipendenza che questi manifestano e che sono fondamentali per crescere in modo davvero autonomo.

Oggi non ci troviamo di fronte alla fatica di lasciare andare tipica del codice materno tradizionale ma alla carenza di legame nei confronti dei figli.

I ragazzi sofferenti che incontriamo non riescono a "staccarsi" e ci parlano così tanto dei loro genitori, quasi più che di tutto il resto, perché non hanno avuto un'esperienza sufficientemente buona di attaccamento che li renda sicuri nell'esplorazione del mondo e nella costruzione di Sé.

Guardando al mondo degli adulti vediamo che, per le femmine, essere dipendenti in modo naturale dalla relazione con l'altro (marito, figlio) non è oggi tollerabile, si teme la sottomissione, il rinunciare a sé stesse.

Questo è ciò che è stato insegnato alle giovani madri: non smettere mai di mettersi in primo piano.

 

Diventa così inevitabilmente difficile riuscire adattarsi ai bisogni del bambino,

 

alla sua necessita di appoggiarsi, di sentire di poter correre verso la propria mamma e trovarla li, mediamente disponibile, in grado di garantire sempre uno spazio. È difficile per un soggetto in età evolutiva che vive e cresce nel nostro tempo trovare nella madre e negli adulti che si occupano di lui una dimensione relazionale rassicurante e accogliente, capace di sintonizzarsi con i suoi bisogni e stati d'animo più autentici.

Non stiamo parlando di esperienze di trascuratezza e maltrattamento ma, al contrario, dell'esperienza del grande coinvolgimento della mamma contemporanea, ma per sé stessa, per promuoversi.

È essa stessa una bambina vittima della cultura narcisistica, a sua volta insoddisfatta nei suoi bisogni affettivi ed emotivi. Per questo si difende

 

travestendosi in casa da manager d'azienda che dirige sottoposti,

 

mentre spaccia le sue azioni e le sue scelte per accudimento e protezione dettati dall'amore.

La risposta alternativa a questa tendenza non è certamente rimpicciolire la donna al ruolo esclusivo di madre. Non si tratta di assecondare ogni bisogno e desiderio dei figli ma di non farlo sentire sbagliato e senza diritto di esistere.

 

I figli

Gli adolescenti odierni non riescono procedere lungo il cammino della loro crescita senza avere una casa da cui partire, che nel frattempo resta lì, stabile, lasciando la garanzia di trovare sempre qualcuno pronto ad accoglierli, magari stanchi, ammaccati, dopo un viaggio travagliato.

 

Negli ultimi tempi molti adolescenti parlano di questa perdita,

 

del non avere avuto e non avere nemmeno nell'attualità dell'esistenza la garanzia di un nido, una "base sicura" che spinge a muovere i propri passi nel mondo, un porto da cui potersi allontanare e a cui poter fare ritorno dopo un lungo peregrinare.

Nelle pieghe di questo rischioso sentimento di perdita della speranza si annida l’idea che per salvarsi bisogna farlo da soli, senza chiedere aiuto, pensando illusoriamente che ce la si possa cavare alla grande, senza in realtà possedere ancora le competenze adeguate, semplicemente perché non si è ricevuta l'esperienza della cura. Per essere capaci di stare da soli e cavarsela è infatti necessario aver potuto godere dell'aiuto dell'altro.

Sentire di avere uno spazio nella mente dei genitori favorisce la possibilità di dialogare con i propri conflitti interni, lasciando meno spazio ai sintomi o ai pensieri oltremodo disturbanti per prendere parola.

La distorsione della cura sperimentata nella relazione con la propria madre per molti ragazzi rappresenta una ferita potentissima, capace di attivare più o meno consce fantasie distruttive non solo rivolte verso sé stessi ma anche verso la madre.

I ragazzi che scelgono di non uscire di casa, di non andare a scuola e di non incontrare il mondo, i ritirati sociali, non sono solo abitati da una fragilità potentissima che impedisce loro di sperimentare la vita e affrontare la crescita, ma

 

sono pervasi da una rabbia micidiale soprattutto nei confronti della loro madre.

 

Ed è proprio la figura materna a cogliere in maniera drammatica questa violenza, tanto da sentire nel malessere del figlio un vero e proprio agguato contro di lei. Questo vissuto è molto presente nelle madri dei ritirati sociali che ci descrivono la condizione dei figli come un'azione matricida perpetuata da chi hanno messo al mondo, per punirle di qualcosa che a loro sfugge e che talvolta ci chiedono di interpretare, altrimenti di far cessare e basta.

Dal punto di vista delle madri, nell'ordire questo efferato delitto concorrono sia fattori esterni, percepiti come corruttori della salute mentale del figlio, sia ragioni interne, note solo al figlio o non imputabili alla loro relazione.

 

Tra i principali indiziati esterni compare, per esempio, la scuola:

 

poco capace di rispondere puntualmente alle esigenze che la mamma reputa abbia il proprio figlio e povera di strumenti utili alla crescita.

Anche l'incontro con i bulli, i prevaricatori, spesso viene indicato come fattore causale delle magagne del proprio figlio.

Così la colpa è degli altri, dei figli degli altri e di chi non li ha saputi educare.

 

I padri

Nello spazio psicologico che interviene in aiuto dell'adolescente, la figura del padre tradizionalmente è stata descritta come quella dell'attore non protagonista, della comparsa e, come tale, veniva vissuta all'interno del contesto familiare.

Da molti decenni si parla di crisi del maschile e del paterno, in un orizzonte più ampio di crisi dei valori e di ridefinizione dei modelli di identificazione di genere. Questo terremoto ha prodotto, tuttavia,

 

un'interessante metamorfosi dalla figura del padre-padrone al padre affettivo,

 

creando un varco al transito degli affetti e della tenerezza nella relazione con i figli del tutto inedito.

Nella nuova società che destituisce sempre di più e progressivamente il dominio del maschio, ha inizio un processo inarrestabile in cui l'aspettativa nella coppia è di fare le cose in due: sempre di più si lavora e si guadagna entrambi, si è stanchi in due dopo il lavoro, quindi si prepara la cena, si sparecchia la tavola e si gestiscono tutte le piccole e le grandi incombenze domestiche e del quotidiano a metà, seguendo la logica dell'interscambiabilità.

L'uomo che indossa i panni della democrazia degli affetti e dei ruoli all'interno della famiglia, quando diventa padre, assume naturalmente, per suo piacere e volontà, funzioni di accudimento e di cura un tempo proibite, inopportune. Biberon, pannolini, marsupi rappresentano per molti uomini una conquista affettiva straordinaria.

Lo svolgimento di queste funzioni alleggerisce inoltre le compagne, le madri, che hanno potuto nel frattempo riconoscere e attuare il desiderio di realizzare la propria vita anche al di là della maternità. Tuttavia,

 

questa disponibilità alla cura da parte del padre si esauriscono insieme all'infanzia,

 

scadono allo scadere del tempo dedicato unicamente al gioco e al divertimento. Come se a un certo punto risultasse difficile riuscire a mantenere il collegamento emotivo e a preservare la tenerezza.

Il padre vede il figlio soffrire e sente di non poter far nulla per intervenire. Le gravi crisi evolutive degli adolescenti ci testimoniano però come a un certo punto del loro percorso diventi fondamentale il ritorno del padre.

 

La riabilitazione della funzione paterna, oltre che a livello emotivo, si traduce spesso in azioni anche molto concrete ma cariche di significati simbolici.

 

L'accompagnamento o anche solo l'avvicinarsi a esperienze di loro interesse come per esempio il calcio, lo shopping insieme, ma soprattutto interessarsi al loro mondo e alle loro attività fuori dal circuito dei doveri della scuola, alla musica che ascoltano, agli influencer che seguono sui social network, per esempio, possono essere azioni straordinariamente potenti nel lenire il senso di vuoto e di solitudine che accompagna i ragazzi.

I gesti dei padri che ritornano sulla scena possono alleggerire la relazione troppo inceppata con la mamma. L'aiuto più grande che può dare un genitore nel momento di crisi è riconoscere nel proprio figlio un rinnovato, e per certi versi regressivo, bisogno di cura, vicinanza e tenerezza, che convive con la spinta evolutiva a fare da soli e a rifiutare gli adulti.

Recidere i fili dell'esclusività della diade madre-bambino rappresenta una delle funzioni paterne fondamentali nella tradizione psicoanalitica ma oggi l'intervento paterno sembra potersi declinare non tanto nella direzione del tagliare, quanto piuttosto nell'unire.

 

I genitori

I compiti primari dei genitori, fondamentali per lo sviluppo sano ed equilibrato di un figlio, dovrebbero essere l'accudimento, l'educazione, la protezione e il supporto emotivo.

Ma capita che l’impegno dei genitori abbia soprattutto lo scopo di garantirsi che vada tutto bene, di aver fatto tutto il massimo per poter tornare a pensare a sé.

La ricerca della scuola migliore, l'organizzazione della festa di compleanno memorabile, la selezione della società sportiva in grado di garantire l'acquisizione di competenze tecniche di alto livello, la protezione dai pericoli esterni e la mania per la geolocalizzazione sono solo alcuni degli apparati di cui si serve il prototipo del genitore modello della contemporaneità, che fa di tutto per i propri figli asfaltandoli di parole mosse dalle migliori intenzioni, tranne che ascoltarli, per appianare sensi di colpa, e cercare ristoro per le proprie mancanze e inadeguatezze.

Alcuni comportamenti adulti nei confronti dei giovani sembrano oggi assodati come buone pratiche, adottate da genitori adeguati, quando in realtà sono promossi prevalentemente dal bisogno di rassicurazione personale. dalla necessità di sentire di aver svolto bene il compito.

 

Lo spazio nella mente per il figlio reale che si ha di fronte viene così occupato dal pensiero per un figlio che non esiste, che non viene mai davvero ascoltato.

 

I genitori degli adolescenti di oggi, d'altra parte, sono la prima generazione del narcisismo, di coloro che sono stati "amati male", nutriti di aspettative ideali e con il mandato perentorio di realizzare sé stessi.

Rimettere al centro la crescita, i bisogni dei figli prima bambini, poi adolescenti e poi ancora giovani adulti può essere la strada. Questo non significa inneggiare al sacrificio del Sé in nome del figlio, ma sostenere la necessità di modulare e integrare le esigenze di tutte le parti in gioco. Fermo restando che il senso di responsabilità genitoriale oggi, nella società che abbiamo creato non può esimersi dal riconoscere e provare a sintonizzarsi con i loro bisogni più autentici. Si può non essere in grado di compiere questa operazione, e allora diventa fondamentale almeno poter riconoscere la propria indisponibilità, anziché prendersela con i figli, accusandoli di ingratitudine, di incapacità o di eccessiva fragilità.

Infatti, l'alternativa che rischia oggi di dilagare è quella di

 

promuovere stolidamente l'affermazione individuale,

 

del proprio sentire, delle proprie idee, il fare le cose per sé, anche quando ciò ha a che fare con la vita dei propri figli,

raccontando che questo rappresenti un bene assoluto anche per loro. Salvo poi non comprendere le sofferenze delle attuali generazioni, oppure, ancora peggio, mistificarle, affermando che i ragazzi godono tutto sommato di buona salute, sono in forma e pronti a riconquistare le piazze del mondo.

 

* Psicologa e psicoterapeuta

Tratto da: Soffrire di adolescenza. Il dolore muto di una generazione, Cortina Editore, Milano 2024

Sintesi della redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Come donna, mi riconosco ancora nello stile educativo adottato da mia madre? In cosa differisco?

•          Come uomo, in casa sono più presente rispetto a mio padre?

•          Come genitore riesco ad essere attento alle reali esigenze di mio figlio?

•          Le accuse che l’autrice rivolge soprattutto alle madri sono a vostro avviso giustificate?

•          C’è, come afferma l’autrice, un ritorno della figura paterna?

 

9-GENERAZIONI A CONFRONTO

Dal dopoguerra ad oggi

 

di Paolo Benanti*

A partire dal secondo dopoguerra i più giovani iniziano ad avvertire - in modo strisciante - un senso di indipendenza, se non proprio di superiorità, rispetto alle precedenti generazioni, grazie al prolungamento degli studi ed una migliore istruzione.

 

Un modo nuovo di essere giovani

I giovani, quindi, acquisiscono una consapevolezza sociale che li fa percepire differenti dai loro genitori per il modo di vestire, per la musica che ascoltano, per gli interessi culturali e per i valori che animano il loro orizzonte di senso.

 

Questa tensione generazionale tra giovani e adulti, apertasi ormai cinquanta anni fa in maniera conflittuale, il Sessantotto, ancora non trova una soluzione.

 

Ciascuna fase di evoluzione della condizione giovanile è rappresentata da gruppi, movimenti ed aggregazioni giovanili emblematici e da risposte altrettanto tipiche da parte della società adulta: si va dalla reazione repressiva, alla reazione adattiva, fino ad una vera e propria accettazione-strumentalizzazione, riconoscibile dall'utilizzo a livello commerciale degli atteggiamenti e dei comportamenti un tempo considerati "trasgressivi".

Vogliamo presentare nei tratti essenziali le principali partizioni di questa variegata condizione giovanile, soffermandoci soprattutto sull'ultima fase di questa evoluzione.

 

I baby boomers

Per i nati tra il 1945 e il 1964 si è soliti parlare di baby boomers. Questo termine, sviluppato in Nordamerica. indica quelle persone che hanno contribuito al sensibile aumento demografico avvenuto negli Stati Uniti in quegli anni (da qui "baby boom"). Nasce così la figura emblematica dei nuovi teenager: hanno più occasioni di stare a lungo con i loro coetanei, hanno più tempo libero,

 

cominciano ad avere a disposizione qualche soldo in più dei loro predecessori, sono desiderosi di maggiore libertà, soprattutto nei costumi, e irrispettosi nei confronti della società adulta.

 

I baby boomers non sono una generazione omogenea e al loro interno vivono stagioni differenti: dagli anni Cinquanta fino alla seconda metà degli anni Sessanta si usa parlare di età del decollo giovanile; dalla fine degli anni Sessanta fino alla fine degli anni Settanta si usa parlare della stagione della contestazione giovanile.

 

La generazione X

Per i nati tra il 1965 e il 1984 si usa parlare di Generazione X. Questa generazione è generalmente identificata dalla

 

mancanza di ottimismo nel futuro, dallo scetticismo, dalla sfiducia nei valori tradizionali e nelle istituzioni.

 

A volte queste generazioni prendono anche l'appellativo di "generazione MTV" dal famoso canale televisivo specializzato nella trasmissione di prodotti per i giovani. Un aspetto inedito degli appartenenti a questa generazione è il rapporto con il religioso: molti dei giovani della Generazione X sono indifferenti, altri hanno iniziato a professarsi atei per marcare la distanza dai loro genitori e dalla società in generale, altri ancora sono religiosi, ma credono in una forza suprema (deismo) non rappresentabile in Dio. Sono giovani cresciuti durante la guerra fredda e gli anni di Ronald Reagan negli USA, che hanno assistito al collasso dell'Unione Sovietica e alla consacrazione degli Stati Uniti d'America come unica superpotenza mondiale.

 

Gli Xennial

Qualcuno propone di riconoscere all'interno di questa fascia un sottogruppo con alcune differenze significative. I nati tra il 1977 e il 1983 sarebbero gli Xennial: una piccola "generazione di mezzo" che ha conosciuto sia il predigitale che quello che è venuto dopo, riuscendo ad adattarsi a due "mondi" completamente diversi.

 

Un'esperienza unica che permette agli Xennial di attraversare con successo la fine di un'era e l'inizio di un'altra.

 

Complici, forse, un'infanzia e un'adolescenza serene, senza abusi sui social media o umiliazioni via web.

Gli Xennial non hanno il pessimismo della Generazione X e nemmeno l'ottimismo dei Millennial, ma hanno saputo mettere a frutto le proprie esperienze passate per guardare con uno sguardo tutto particolare il futuro previsto dai film di quando erano bambini.

 

I Millennials

Per i nati tra il 1985 e il 1994 si parla di Generazione Y o Millennials. Coloro che fanno parte di questa generazione sono difficili da gestire, pensano che gli sia tutto dovuto, hanno tratti narcisisti ed egoisti e sono dispersivi e pigri.

I Millennials spesso si trovano nella condizione di avere tutto ciò che vorrebbero avere, ma sono ugualmente infelici e questo perché vi sono quattro fattori che hanno influenzato la crescita di coloro che fanno parte di questa generazione. Strategie fallimentari di educazione familiare hanno avuto l'effetto di non averli preparati alla vita reale.

 

La tecnologia, in un periodo di alto stress come quello dell'adolescenza, diviene un grande rifugio per fuggire le asperità del vissuto.

 

Tutto ciò si ripercuote sulle capacità relazionali dei Millennials, rendendoli incapaci di creare dei veri e propri rapporti con le persone, ma solo relazioni superficiali e su cui non fanno affidamento. Un ulteriore fattore tipico di questa generazione è il senso di impazienza dovuto al fatto di crescere in un mondo di gratificazioni istantanee, senza dover mai attendere nulla, ma ottenendo tutto ciò che vogliono con un solo click. Questo crea in loro

 

un grande senso di frustrazione nel momento in cui devono ottenere dei risultati che necessitano di pazienza.

 

L'ultimo fattore è il contesto: quando i Millennials si trovano in un ambiente aziendale, per esempio, devono scontrarsi con tutte le difficoltà che questo comporta e che sicuramente non li aiuta a raggiungere un equilibrio, oltre a costringerli ad affrontare alcune delle loro lacune in termini relazionali ed emotivi. Questi sono i fattori che determinano la loro insoddisfazione; ciò non è una colpa loro, ma dell'epoca in cui sono cresciuti e in cui vivono, che li fa convivere continuamente con un senso di frustrazione e infelicità.

 

La Generazione Z

Per i nati tra il 1995 e la prima decade del nuovo secolo si parla di Generazione Z o Centennials. Questa è una delle generazioni più studiate grazie anche alla metrica dei nuovi strumenti digitali. Questa generazione si trova ad affrontare un crescente divario di reddito della classe media, che aumenta il livello di stress nella popolazione.

La Generazione Z è in gran parte composta dai figli della Generazione X, e, come è accaduto per la Generazione X, questa è stata offuscata da quella successiva, più numerosa. I membri più giovani della Generazione Z sono i primi a vivere l'epoca dei matrimoni omosessuali legalizzati (2015) e ad approvare senza timore questa parità di diritti.

 

La Generazione Z è generalmente meno propensa ad avere una condotta rischiosa,

 

rispetto a certe attività, dei Millennials.

Sono disposti, più spesso che in passato, a provare una serie di lavori e tirocini in qualcosa a cui tengono veramente, piuttosto che accettare un lavoro stabile ma insoddisfacente.

 

Questa generazione è stata la prima a poter usufruire di internet sin dalla prima infanzia.

 

Con la rivoluzione del web che ha caratterizzato gli anni Novanta, la Generazione Z è stata esposta a una quantità di tecnologia digitale impensabile per i predecessori. Sono più propensi a seguire gli altri sui social media che a condividere e usare i diversi social per gli scopi più svariati.

 

Nativi e immigrati digitali

L'effetto della esponenziale digitalizzazione della comunicazione e della società sta portando a una vera e propria trasformazione antropologica: l'avvento dei nativi digitali (1). Il nativo digitale è una espressione che viene applicata a una persona che è cresciuta con le tecnologie digitali come computer, internet, telefoni cellulari e MP3. L'espressione viene utilizzata per indicare un nuovo e inedito gruppo di studenti che sta accedendo al sistema dell'educazione.

I nativi digitali nascono parallelamente alla diffusione di massa dei computer a interfaccia grafica nel 1985 e dei sistemi operativi a finestre nel 1996.

 

Il nativo digitale cresce in una società multischermo, e considera le tecnologie come un elemento naturale non provando nessun disagio nel manipolarle e interagire con esse.

 

Per contro si usa l'espressione immigrato digitale per indicare una persona che è cresciuta prima delle tecnologie digitali e le ha adottate in un secondo tempo.

 

Un nativo digitale è come plasmato dalla dieta mediale a cui è sottoposto:

 

in cinque anni, ad esempio, trascorre 10.000 ore con i videogames, scambia almeno 200.000 e-mail, trascorre 10.000 ore al cellulare, passa 20.000 ore davanti alla televisione guardando almeno 500.000 spot pubblicitari dedicando, però, solo 5.000 ore alla lettura.

 

Un nuovo passo evolutivo?

Questa dieta mediale produce un nuovo modo di organizzare il pensiero che modificherà la struttura cerebrale dei nativi digitali. Multitasking, ipertestualità e interattività sono solo alcune caratteristiche di

 

quello che appare come un nuovo e inedito stadio dell'evoluzione umana.

 

La tecnologia digitale migliora la memoria, per esempio attraverso gli strumenti di acquisizione, archiviazione e restituzione dei dati. La raccolta digitale di dati e gli strumenti di supporto alle decisioni migliorano la capacità di scelta consentendoci di raccogliere più dati e verificare tutte le implicazioni derivanti da quella domanda. Il potenziamento digitale in ambito cognitivo, reso possibile da laptop, database online, simulazioni tridimensionali virtuali, strumenti collaborativi online, palmari e da una serie di altri strumenti specifici per diversi contesti, è oggi una realtà in molte professioni, anche in campi non tecnici come la giurisprudenza e le discipline umanistiche.

 

Media education

Appare così evidente come la tecnologia, specie nella pervasività sociale e culturale del Digital Age, ci cambi, tanto nel modo di comprenderci quanto in quello di comprendere il mondo. Questo risulta particolarmente evidente per le giovani generazioni.

Emerge qui una sfida cruciale: l'educazione dei giovani. Non si tratta di trasmettere delle nozioni ma di creare un arco di trasmissioni valoriali che permetta alle nuove generazioni di percepire quelle mediazioni di valore che sono state significative per chi le ha precedute. Se il cambio d'epoca tende a frantumare le generazioni è l'educazione lo strumento per ricreare quelle alleanze educative necessarie per crescere i figli di questa epoca nuova.

 

* Teologo e filosofo

Tratto da: Digital age. Teoria del cambio d'epoca. Persona, famiglia e società, San Paolo Edizioni 2020

Sintesi della redazione

Fonte di tutti i disegni delle pag.14-16:  www.superchio.it

1 L’autore fa riferimento, in questa ultima parte dell’articolo, alle pubblicazioni di Marc Prensky

 

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          A quale generazione appartenete?

•          Vi riconoscete nel modello proposto?

•          A quale generazione appartengono i vostri figli/nipoti?

•          Corrispondono alla descrizione?

•          Di fronte ad un nativo digitale vi sentite “vecchi” o pensate di avere ancora qualcosa da insegnare (p.e. la pazienza)?

•          La lettura trova ancora spazio tra i vostri figli/nipoti?

•          Regalate ancora libri?

 

Tra ironia e profondità

10-L’ADOLESCENZA NON È UNA MALATTIA

 

di Osvaldo Poli*

L'adolescenza è davvero un'età molto pericolosa? Molti genitori la vivono molto male, come una tassa da pagare, vorrebbero un telecomando magico che faccia passare direttamente i figli dai 14 ai 24 anni.

Sono sicuro che ne vorrebbero uno per la figlia, soprattutto, perché superi l'adolescenza senza interrompere gli studi, senza farsi troppi tatuaggi, senza rimanere incinta, senza scappare col giostraio.

Ma ne vorrebbero uno anche per il figlio, nel caso decidesse di diventare un maranza, che sono quei ragazzi che vanno in giro col cappuccio in testa, i calzini bianchi di spugna, le ciabatte e di fronte ai quali ti viene di pensare che, come umanità, siamo destinati all'estinzione.

 

È chiaro che l’adolescenza genera delle preoccupazioni nei genitori.

 

Quali sono le più diffuse? Le paure più comuni solo: che il figlio si instupidisca col telefonino, che frequenti cattive compagnie, che si innamori della persona sbagliata, che non termini gli studi, che si droghi come certi suoi amici del parchetto.

 

Non è una malattia

Ma davvero l'adolescenza è un problema?

L'adolescenza non è una malattia, non è il tempo della trasgressione, nemmeno il tempo del disagio. io direi che la parola che meglio la spiega, che ne illumina il “mistero” è l'internalizzazione del valore.

Quando i figli internalizzano il valore, non si lasciano più guidare dal carattere, come fanno i bambini, ma iniziano a farsi guidare da ciò che essi stessi, nel loro cuore, ritengono vero, giusto, conforme al bene. Cioè

 

l'adolescenza è una molla  che li porta ad agire per una libera convinzione interiore,

 

non per paura delle conseguenze come fanno i bambini.

Ora, è evidente che durante il periodo dell'adolescenza vi sono delle difficoltà. Queste difficoltà però si realizzano nell’adolescenza ma non sono colpa dell'adolescenza.

 

Il bamboccione

Vi sono due motivi principali per spiegare le difficoltà che insorgono in questo periodo. Il primo motivo è che il figlio non si “evolve” e continua a comportarsi da immaturo oltre i tempi supplementari. Per i genitori è il tempo dello sconforto, si sentono dei falliti.

Volete sapere come la mamma descrive il suo bamboccione? Dice: è alto come me ma la mattina lo devo tirare giù dal letto per andare a scuola, ovviamente si mette sempre il maglione a rovescio, va rugby ma non sa ancora gli orari degli allenamenti.

 

Hai fatto i compiti? Risposta fissa: per domani non c'è niente.

 

Chi mi aiuta a sparecchiare? Sembra colpito da sordità profonda. Cosa farai finite le scuole? Boh. E se non trovi un lavoro dove vivrai? Qui, dice, questa è casa mia.

La sorellina si chiede: ma mio fratello è normale? Lei pensa che a 18 anni se ne andrà di casa, il bamboccione no. Lui a casa ci resterà a lungo, molto a lungo.

 

Un software obsoleto…

Il secondo motivo per cui sorgono delle difficoltà riguarda il fatto che i genitori stessi non aggiornano il software e utilizzano gli stessi metodi educativi che usavano quando il figlio era bambino.

Cioè utilizzano il repertorio tradizionale che è fatto di

 

consigli, prediche, richiami al valore, ma anche sgridate, punizioni minacce di vario tipo e natura.

 

Questo repertorio con l’adolescente non funziona più, anzi, qualsiasi tentativo di farlo funzionare attraverso l'insistenza crea dei muri insuperabili tra genitori e figli.

Quando chiedo ad un adolescente: “se tua mamma insiste per farti fare qualcosa, tu come reagisci?”, ottengo delle risposte che, generalmente, sono dei piccoli capolavori di psicologia applicata.

Ecco alcune risposte dei maschi. Quando la mamma insiste, la lascio dire finché si stufa da sola. Oppure le dico ciò che vuol sentirsi dire, così tace. Oppure la supplico: mamma dimenticati di me, lasciami perdere.

Le risposte delle femmine sono più articolate. Mamma taci, altrimenti capisco tua sorella che non ti vuole più vedere. Oppure: sai perché non ti ascolto? perché non voglio diventare come te. Ma te ti sei vista?

Le femmine toccano vette di sottile perfidia che ai maschi sono sconosciute.

 

…e i suoi punti critici

Come genitori come dobbiamo affrontare questo periodo? Aggiornando il software, facendo un upgrade del nostro modo di relazionarci, di accompagnare un figlio ormai diventato grande.

Ma per fare questo bisogna prima disinstallare due software che sono diventati ormai obsoleti: il dialogo di confidenza e il dialogo di convincimento.

Il dialogo di confidenza è quello tipico del bambino piccolo, che racconta quasi spontaneamente alla mamma della sua vita, i fatti suoi insomma.

È notorio che l'adolescente, invece, si mette in modalità aereo.

Dove vai? al solito posto. Con chi? Ah, dice, con chi c'è. Cosa fate? Dipende. E quando torni? Quando abbiamo finito. Di fatto scompare dai radar, diventa quasi uno sconosciuto.

Ma anche il dialogo di convincimento va dismesso. Il dialogo di convincimento si riferisce a tutti i bei ragionamenti, logici, ben argomentati, con un richiamo preciso a valori positivi, con i quali cerchiano di indurre il figlio a fare la cosa giusta e dissuaderlo dal fare la cosa sbagliata.

 

Un nuovo software

Il nuovo software come si chiama? Si chiama il dialogo di responsabilizzazione. Lo spiego con un esempio. Il figlio prende una insufficienza in matematica. E il genitore con il software aggiornato, 2.0., invece di arrabbiarsi – anche se ne ha voglia – fa delle domande. Uno: come ti spieghi questo risultato? Due: a te, sottolineo a te, interessa recuperare? Tre: e sai già come fare?

 

Queste sono domande di responsabilizzazione del figlio.

 

Passiamole in rassegna. Uno: come ti spieghi questo risultato? È importante perché lo costringe ad ascoltare la voce della sua intelligenza ed è difficile mentire a sé stessi: è più facile mentire alla mamma raccontando che è colpa degli insegnanti, del compagno di classe, delle circostanze. Due: a te interessa recuperare? È infida perché in quel momento esatto il figlio diventa consapevole delle sue vere intenzioni, anche se non lo dice.

Tre: adesso cosa fai? Deve decidere liberamente e responsabilmente la propria condotta.

Con queste tre domande lo abbiamo spinto a decidere il suo comportamento, ad assumersene la responsabilità ma, soprattutto, l’elemento essenziale è quello di aiutarlo a dirsi la verità.

 

Ogni cambiamento parte, necessariamente, dalla consapevolezza: e quindi dirsi la verità è una cosa decisiva.

 

Questa forma di dialogo di responsabilizzazione può essere estesa a molte altre situazioni problematiche della vita quotidiana.

Numero 1: l’uso eccesivo del cellulare. Numero 2: il disordine nella propria stanza. Questa è una battaglia persa per la maggior parte di noi. Si risolve solo quando la biondina dice: domani vengo a casa tua a fare i compiti, più o meno.

Numero 3: la sveglia al mattino. Siamo già in ritardo per conto nostro e lui non si alza. Il genitore 2.0. invece che partire con le solite sollecitazioni, pone il problema: tutte le mattine per arrivare a scuola in orario dobbiamo litigare. A te interessa risolvere questo problema?

Non esortiamo, constatiamo il problema. Se dice no se le prende pure la responsabilità delle conseguenze.

 

Non è un barbatrucco

Ora, sia chiaro che il dialogo di responsabilizzazione non fa magie, non è un barbatrucco, ma crea condizioni più favorevoli perché possa, finalmente, partire l'adolescenza.

Perché l'adolescenza è quando apri quella porta e lo trovi a studiare senza che tu glielo abbia ricordato. Adolescenza è quando rientri in casa e lo trovi con un libro aperto e la TV spenta, dopo anni che lo solleciti in questo senso. L’adolescenza è quando un giorno ti dice: mamma sono stufo di essere considerato l'ultimo della classe, voglio essere bravo come gli altri, e si mette a studiare come non l'hai mai visto.

 

L'adolescenza è quando un figlio ti dice: alla mia scuola ci penso io.

 

Tu mamma stai tranquilla, ti tolgo ufficialmente la responsabilità dei miei risultati scolastici. Sei demansionata.

Questi cambiamenti sono una vera liberazione per noi genitori. Non è più necessario controllare, sorvegliare, punire, motivare; ci libera da un senso di colpa profondo, parlo soprattutto alle mamme, dal senso di colpa che, se c'è qualcosa che non va nella vita del figlio, è colpa mia.

Il senso di colpa è un virus che attacca sostanzialmente la psicologia femminile mentre noi maschi non ci prendiamo nemmeno le colpe che abbiamo per davvero.

 

Essere curiosi

Ancora un consiglio. Nel dialogo con i figli che diventano grandi è importante non limitarsi a chiedere: hai dei problemi? Tutto bene a scuola?

Queste sono domande che servono più a noi i genitori per toglierci delle preoccupazioni. Invece è importante cercare di conoscere la personalità del figlio,

 

avvicinandosi a lui con una sincera curiosità, per voler conoscere i suoi pensieri, i suoi ragionamenti, le sue motivazioni,

il sistema di valori che si sta costruendo.

Esempio: quale fra le tue amiche apprezzi maggiormente? Ma soprattutto: perché? A chi non vorresti proprio assomigliare?

Cosa ti piace del tuo carattere e per quali aspetti vorresti essere diverso? E soprattutto, suggerisco la regina delle domande.

 

Cosa ti rende felice?

La domanda regina è: che cosa ti rende felice? Cosa potresti fare per scoprirlo?

Va ribadito che non esiste il diritto alla felicità, ma esiste il dovere di cercarla. Ebbene, queste domande possono portarci a delle graditissime sorprese. Facendo queste domande spesso scorgiamo, incredibilmente, che

 

i figli sono “più avanti” di noi, sono più maturi di quanto immaginassimo, e per certi aspetti sono anche migliori di noi.

 

Sono spesso più liberi, più coraggiosi, meno condizionati da paure, da psico-menate che noi non abbiamo mai superato.

In conclusione, che cosa dobbiamo pensare dell'adolescenza?

L'adolescenza non è una malattia ma è una primavera. È il tempo in cui un ragazzo attrae da sé, dalla linfa delle sue radici, il desiderio di diventare una persona migliore.

Perché accade che, in un certo momento, egli sente dentro il desiderio di essere

 

attratto dalla bellezza, dalla passione per la giustizia, dal coraggio della verità,

 

dal desiderio di essere gentile e rispettoso, di aiuto agli altri.

E in quel momento misterioso decide di diventare una persona di un certo tipo, forte, libera, giusta, onesta- e non soltanto di successo.

E questo riaccende in noi la speranza che il mondo non sia ancora finito: perché è giusto lasciare un pianeta migliore per i figli, ma anche lasciare figli migliori per il pianeta non sarebbe male.

 

*psicologo e psicoterapeuta

Testo tratto dalla conferenza dell’autore all’evento TEDxMantova, 25 aprile 2026.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=2Ceyd13YQpw

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          In adolescenza sono più difficili da gestire le femmine o i maschi?

•          Il passaggio dall’infanzia all’adolescenza dei figli vi ha colto impreparati? Quali nuovi strumenti avete adottato?

•          Passare dal convincimento alla responsabilizzazione: vi sembra una buona proposta?

•          Scopriamo che nostro figlio ha idee diverse dalle nostre: sopportiamo o cerchiamo di capire?

•          Siamo disposti a mettere in discussione le nostre idee, a riconoscere i nostri compromessi?

 

Il ruolo della scuola e della letteratura

11-ESSERE VIVI

Insegnare ai nostri figli come fermare il tempo

 

Di Alessandro D’Avenia*

A cosa ogni giorno prestiamo attenzione? Senz’altro ai messaggi che arrivano sui nostri cellulari. Quante volte al giorno li guardiamo? Se mostrassimo la stessa attenzione verso nostra moglie o nostro marito ci rinnamoreremmo.

Noi diventiamo ciò a cui prestiamo attenzione, i medievali dicevano “ubi oculus ibi amor”, dove è l'occhio là c'è l'amore, ma forse ce lo siamo dimenticati.

Ed ecco la domanda: li vediamo ancora i nostri figli?

 

Serve una mappa

Jorge Luis Borges, in un suo racconto breve, parla di un impero in cui si era arrivati a una tale ossessione per la perfezione da voler realizzare una mappa perfetta, che non perdesse alcun dettaglio, in scala 1 a 1.

Ma, quando la distesero sull'impero, andò in rovina sia l'impero che la mappa, e ora ne restano solo frammenti.

Se pretendiamo di conoscere tutto di nostro figlio (la mappa in scala 1 a 1), ci accorgiamo che non è possibile e siamo presi dall’ansia.

Se voi cercate in queste righe la soluzione per la rigenerazione delle relazioni con i vostri figli, siete fuori strada.

Noi siamo figli di un tempo che pensa che, nella scalata della vita, solo colui che ha lo zaino pieno di tutte le attrezzature, riuscirà a farcela.

Così noi genitori viviamo con un senso di colpa continuo perché non siamo sicuri di aver messo abbastanza attrezzature nello zaino dei nostri figli.

 

Essere figli

I vostri figli sono il frutto della vostra relazione.

Quando io dico a una coppia di genitori di un mio alunno che il problema del loro figlio va risolto nell’intimità di coppia, nella qualità della loro relazione, molti non capiscono, perché oggi si ragiona in termini individualistici.

Invece per essere genitori, per essere padri e madri, occorre essere figli.

 

Sei figlio quanto appartieni alla vita in pienezza, quando riesci a testimoniare che la vita è un lugo che vale la pena esplorare.

 

Non occorre parlare, per educare è sufficiente il modo in cui stai seduto o in piedi in classe, o il modo in cui guardi una partita di calcio, o il modo in cui dai una carezza a tua moglie, a tuo marito: è l'essere che educa, non la parola.

Oggi conta il sapere e in campo educativo ciò si traduce in una ideologia dell'educazione che rende chi vuoi educare oggetto di aspettative e non soggetto di possibilità.

Con questa ideologia, solo leggendo tutti i manuali di pedagogia, sentendo tutti gli esperti, saprò educare.

Ma se desideriamo generare un uomo e una donna maturi dobbiamo cambiare il paradigma e adottarne uno relazionale.

Si tratta di comprendere, un verbo che unisce sia la mente che il cuore.

Winnicott, che è stato un maestro nell’educazione, scriveva che un figlio sa se il mondo e i suoi genitori sono affidabili.

 

Cos’è l’amore

Vi faccio un esempio. Qualche anno fa è stato pubblicato un libro che raccoglieva le definizioni che bambini sotto i 7-8 anni avevano dato alla parola amore.

Ecco le risposte: l’amore è quando siamo a tavola e mia mamma dà a mio papà il pezzo di pollo più grande, oppure quando papà torna a casa con la tuta, sporco e sudato, ma la mamma gli dice che è bello e forte.

C’è anche una bambina di 4 anni per la quale l’amore è come sua mamma tiene in bocca il suo nome, perché come lo dice lei non lo dice nessuno.

Come dici il nome di tuo figlio? È noto che il sistema immunitario di un bambino è legato ai primi 1000 giorni della sua esistenza, e dipende anche dal tono di voce e dal tocco di chi si prende cura di lui.

Allora io non posso toccare mio figlio, frutto dell'amore di coppia, se non so toccare mio marito o mia moglie.

Il tatto, che già Aristotele definiva il senso principale della socialità, oggi ha perso consistenza, la realtà del cellulare è bidimensionale.

Dobbiamo restituire ai ragazzi questo senso, perché il tatto invece è quello che ci permette di cogliere la profondità, la solidità e la resistenza delle cose, mentre lo schermo non resiste mai.

 

Il pollice opponibile

Quando nasciamo entriamo in una realtà fatta di relazioni preesistenti, ed è grazie a queste relazioni primarie che posso comprendere la realtà che ho intorno, una realtà che tocco pienamente grazie al pollice opponibile.

Noi siamo esseri che hanno capacità di sapere che siamo in vita.

Gli altri esseri, animali, piante, hanno in comune con noi il fatto di essere viventi, ma l'animale e la pianta non sono vivi, sono viventi, quindi morenti, scusate il gioco di parole. Infatti, l'unico loro problema è come evitare di morire e la loro intelligenza li spinge continuamente a procurarsi ciò che dà vita.

Noi uomini viviamo un altro dramma, sappiamo di essere viventi, quindi morenti, e cerchiamo di opporci alla morte con la consapevolezza della vita, sappiamo che moriremo, e proviamo a vincere la paura che nasce da questa consapevolezza con altrettanta consapevolezza della vita, tanto che l'essere vivi diventa più forte del sapersi morenti.

Grazie al pollice opponibile l'uomo attraverso l'azione si oppone alla morte, fa sì che l'ambiente non lo domini, ma prova a dominarlo, cambiarlo, trasformarlo, cioè cerca una mappa per trasformare il mondo a suo vantaggio, per avere vita dalle cose per non morire, in altre parole si oppone, ferma il tempo.

 

Oggi il nostro pollice non ferma più niente, impegnato com’è a scrivere e leggere messaggini sul cellulare, lasciamo che il tempo scorra e non sappiamo più come darci vita.

 

Fermare il tempo

Quando presento l’Odissea ai miei studenti anticipo loro che alla fine del libro svelerò loro il segreto dell'eros, del durare, del godere profondamente e così li tengo legati per 23 canti.

Nell’ultimo canto Ulisse ha sterminato i proci, e ora desidera la sua sposa. Ma Penelope vuole una prova, vuole essere sicura che l’uomo che ha di fronte sia davvero suo marito e ordina ai servi di portare fuori il talamo nuziale.

Ulisse si oppone: sa che quel letto lo ha scolpito sulla radice di un olivo, è inamovibile. Così Ulisse supera la prova.

Allora insieme vanno nella camera nuziale, ma non è ancora il momento dell’amore. Ulisse confida a Penelope che Tiresia gli ha rivelato come, quando e dove morirà.

Solo se io ti ho manifestato il luogo, il modo e il tempo in cui muoio nella mia vita quotidiana e tu lo accogli, allora possiamo fare l'amore, perché fare l'amore è il luogo in cui noi vinciamo la paura della morte. Ma la notte è breve, il sole sta per sorgere e allora Atena ferma per loro il carro del sole.

Il tempo si ferma quando qualcuno su un letto confida all'altro come quel giorno ha paura di morire e l'altro lo usa non per distruggerlo, ma per fare l'amore, per trovare nel toccarsi dei corpi la soluzione per lenire quella paura e quel dolore.

 

Essere vivo

Da 0 a 6 anni, il bambino ha una plasticità mentale che lo porta a esplorare il mondo in maniera scomposta, come provare a mettere le dita nella presa della luce, e il genitore deve insegnargli che non si fa. A cosa serve questa fase dello sviluppo neuropsicologico? A scoprire ciò che serve a rimanere in vita, sono le regole di base.

Dai 6-7 anni fino ai 10, che coincide con la nostra scuola elementare, abbiamo la fase del bambino competente, che impara come fare le astine, leggere, scrivere e far di conto, le cose che nel mondo di oggi servono a sopravvivere, cose che deve imparare perché sono quelle che più di ogni altre gli garantiranno in qualche maniera la capacità di procurarsi da mangiare e da vivere.

A 10-11 anni che cosa succede? La mente riacquista la plasticità che aveva da 0 a 6 anni, torna la tentazione di mettere simbolicamente le dita nella presa, ma con una differenza: il ragazzo non ascolta più papà e mamma per sapere come si sopravvive, anzi rischia la vita perché vuol capire i limiti del suo corpo, un corpo che si sta erotizzando.

Noi genitori non cogliamo appieno questa trasformazione, ne cogliamo solo i pericoli: stai attento a non metterla incinta, stai attenta a non rimanere incinta,

In questa fase, invece, ci troviamo di fronte a un bambino, a una bambina che scopre di poter dare la vita, che è la cosa più grande che possa capitare nella nostra esistenza, perché noi siamo fatti per dare vita, per generare vita.

Mentre il cucciolo di animale nel giro di qualche giorno inizia ad acquistare autonomia perché l'istinto gli dà rapidamente tutto quello che gli serve per rimanere in vita, il cucciolo di uomo ha bisogno di molti anni.

Dopo nove mesi dal concepimento veniamo partoriti, ma “prematuri” e ci vuole molto tempo perché il parto, simbolicamente, termini. Per alcuni termina a 14 - 16 anni, altri a 40 sono ancora nel guado.

La natura erotizza il corpo del ragazzo/a, gli dà tanta energia, perché possa esplorare il mondo e progressivamente affrancarsi dalla casa in cui è cresciuto e farne una sua.

L’adolescenza è un'età della vita bellissima in cui il giovane scopre ciò che lo fa entrare in relazione con il mondo e lo rende vivo, sempre più vivo.

Oggi la scuola deve essere il luogo dove un essere fino a quel momento morente scopre come essere vivo.

 

Maturità

Per me l'esame di maturità dovrebbe consistere in un’unica domanda: perché sei venuto al mondo?

Se non si sa rispondere a questa domanda significa che non si è maturi.

In frutticultura la parola maturo indica un frutto che non è né acerbo né marcio, cioè può essere raccolto e fornire nutrimento.

Un ragazzo è “colto” quando può essere raccolto, cioè è maturo.

 

Un ragazzo è maturo quando ha il coraggio di andare incontro al mondo con la sua unicità.

 

Questa unicità si manifesta in due modi: il suo modo di nutrire il mondo, e la sua capacità di fermare il tempo.

Il figlio di un mio amico di Roma, tre anni, da cui ero a cena ieri mi ha chiesto: Ale, tu rimarrai tantissimi momenti qui? Non mi ha chiesto: quando te ne vai?

Così si ferma il tempo: quando la vita si dà come vita che non passa.

In questo senso la scuola è uno dei luoghi in cui si incontra ciò che non muore nel mondo, ciò che mi fa entrare in risonanza.

Ma per entrare in risonanza ci vuole tempo e oggi sembra che non ci sia più tempo. Oggi esistono dei licei che comprimono 4 anni di liceo in 1 solo anno perché quello che è richiesto è fare presto, perché quello che conta è il risultato, non ciò che già c'è, non la vita che già c'è.

Il modello di riferimento è la macchina, che produce in continuazione, e l’ultima macchina che abbiamo inventato è l'intelligenza artificiale.

Ma se la mappa interpretativa dell'uomo è la macchina, il risultato è che l'uomo è vivo nella misura in cui produce risultati.

 

La scuola

Come si valutano i ragazzi a scuola? Attraverso debiti e crediti, termini economici.

Cosa i ragazzi devono giustificare a scuola? Le assenze. Lo studente diventa interessante quando è assente, e non quando è presente.

Ed ecco l’importanza che può avere l’appello. Se pronunciare un nome significasse far esistere un po' di più chi lo porta allora la risposta "presente!" conterrebbe il segreto per un'adesione coraggiosa alla vita.

Se un professore afferma: “abbiamo la LIM! Finalmente le nostre lezioni saranno interessantissime!” è come se ammettesse che le sue lezioni sono noiose.

Allora, in cosa un’insegnante è insostituibile rispetto alla LIM, rispetto a un video? Nel fatto che incarna la materia che insegna.

Un amico mi raccontava che, quando frequentava svogliatamente l’istituto tecnico, la sua vita era cambiata perché un suo professore, mentre leggeva di Paolo e Francesca si era commosso. Lui per la prima volta capì che nella vita c'era qualcosa di grande, perché se un adulto si commuove per qualcosa, quella cosa deve essere molto importante.

Il cuore arriva sempre prima della testa, per questo non bisogna fare ragionamenti ai ragazzi, è la carne che parla, è come li guardi che parla.

Sicuramente tanti di voi hanno da raccontare un episodio così, un episodio in cui c'è stata un'incarnazione potentissima della verità nella relazione tra un uomo e una donna e in cui abbiamo sentito la vita chiamarci,

Platone diceva che la parola kalos, che in greco vuol dire bello, viene da kaleo, che vuol dire chiamare, perché per il filosofo la bellezza era una chiamata.

 

Il cuore dell'uomo, il cuore dei giovani, ha bisogno di tre cose che noi adulti dobbiamo dare loro con dispendio: il bello, il buono e il vero.

 

Cosa vuol dire essere professore? Deriva dal latino profiteor, che vuol dire confessare. In cosa credi? Che cosa è vero per la tua vita?

Lo si vede dal tuo corpo, dai tuoi occhi, dal tratto con cui stai al mondo, e i ragazzi questo lo percepiscono al di là dei tuoi limiti, delle tue fragilità, dei tuoi momenti no, e te le perdona tutte. Questo vale anche per i genitori.

 

Risonanza

Il nostro confessare non può essere sporadico, deve essere un modo di vivere. Non è sufficiente che vi siano momenti occasionali in cui i giovani vengono a contatto con la vita, loro hanno bisogno di più momenti a casa, a scuola, per strada, di

 

tutte quelle occasioni in cui riusciamo a mettere i ragazzi in contatto con qualche cosa che non muore nel mondo.

 

Solo così possono entrare in risonanza con la vita.

La risonanza è un fenomeno fisico, avviene quando un oggetto che ha la stessa frequenza d'onda della fonte comincia a vibrare e continua a vibrare anche quando cessa la fonte.

Quanto dura l’effetto di un urlo, di una sgridata? Dura quanto dura l'eco, più efficace è stato il mio urlo, più m’illudo che l'eco duri.

Invece, quando riusciamo a mettere i ragazzi in contatto con qualche cosa che non muore nel mondo, li facciamo entrare in risonanza.

Ma la risonanza che cosa richiede? Tempo di esposizione alla fonte.

Come genitori dobbiamo dedicare tempo per interrogarci su cosa succede a quel figlio o a quella figlia, e così dovremmo fare anche noi insegnanti nei consigli di classe.

Invece nei consigli di classe ci occupiamo soprattutto di quelli che hanno le insufficienze, perché la mappa di lettura del reale è sempre solo quella del risultato. Bisogna convocare i genitori, evitare i ricorsi, ecc.

Ma non c'è nessuno che genera mai quel ragazzo, quella ragazza nella mente e nel cuore, gli presta attenzione vera.

Per poter vibrare il ragazzo o la ragazza ha bisogno di sentirsi nominato, chiamato, compreso, toccato solo dal modo in cui lo guardi.

Perché educare, vuol dire fermarsi, fermarsi ad amare.

 

Testimonianze

Io ho deciso di diventare insegnante quando, a17 anni, il mio professore di lettere mi chiamò un giorno e mi disse: Alessandro questo è il mio libro di poesie preferito, leggilo e restituiscimelo fra due settimane.

Era un libro di un poeta tedesco romantico, per me incomprensibile, ma in quelle due settimane io sono entrato in risonanza, non con quelle poesie, ma con le note scritte a margine del testo. Era come se il professore mi avesse detto: Alessandro io ho visto in te qualcosa simile al fuoco che io ho dentro, vuoi darmi una mano a tenerlo vivo? Mi sono sentito chiamato.

Quali sono i luoghi della chiamata?

A cena, la sera, quando vi sedete a tavola, accantonate il cellulare e tra voi, papà e mamma, condividete le cose belle che vi sono accadute. I figli resteranno muti ma sentiranno, conserveranno nel cuore.

Il secondo insegnante che mi ha trasmesso vita è stato padre Puglisi, professore di religione del mio liceo.

Fu ucciso perché attirava a sé i bambini di Brancaccio, sottraendoli all’influsso della mafia.

Veder morire il tuo insegnante di religione per questi motivi è qualcosa che ti rimane nel cuore, che non dimentichi più, scopri cos'è che non muore nel mondo.

Come adulti siamo chiamati a creare per i nostri figli condizioni di incontro con ciò che non muore nel mondo, partendo da noi stessi. Cosa per me non muore nel mondo, quali esperienze faccio in cui mi sento rigenerato nella vita, e che mi permettono di dire che non ho paura della morte?

Secondo me questa è l'unica cosa che educa.

 

* Insegnante e scrittore

Conferenza su: “La scuola e la letteratura come alleati” nell’ambito dell’evento organizzato dalla Fondazione Oltre il 17 aprile 2026 a Roma

Sintesi della Redazione

Fonte:adolescence.fondazioneoltre.com

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Si educa attraverso la propria vita, il tratto con cui si sta al mondo, più che con le parole. Siete d’accordo?

•          Quando il nostro cuore è entrato in risonanza con un concetto, con un valore, con una persona?

•          Quanto nostro figlio è presente nel nostro cuore, non come problema ma come soggetto di amore?

•          Bello, buono, vero. Quanto condividiamo in coppia questi tre valori, fanno parte del nostro vissuto quotidiano?

 

12-CONOSCERE I GIOVANI

 

di Paola Bignardi*

Tra agosto e novembre dello scorso anno, sul quotidiano Avvenire, sono stati pubblicati una serie di articoli sui giovani scritti dalla pedagogista Paola Bignardi. Ve ne proponiamo una sintesi.

 

1 Sconosciuti che ci insegnano a sognare

Nel succedersi di notizie drammatiche e preoccupanti di guerre e di morti violente, le prime giornate dello scorso agosto ci hanno regalato le immagini gioiose e cariche di speranza del Giubileo dei giovani.

Abbiamo capito che non conosciamo i giovani; che

 

quello che pensiamo di loro non raramente è frutto delle nostre precomprensioni

 

e non di una reale attenzione a loro e la distanza che molte ragazze e ragazzi pongono tra sé e gli adulti nasce da questa percezione di non essere visti.

Nel libro del profeta Gioele si legge un bellissimo versetto: «Io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni» (Gl 3,1).

La profezia non è riservata a chi frequenta i luoghi sacri, ma è data a tutti, per tutti. I giovani guarderanno lontano e vedranno quello che chi ha lo sguardo allenato a guardare troppo vicino non riesce ancora a scorgere. E mi piace pensare che come conseguenza di questo vedere lontano i vecchi faranno sogni. È come se la visione dei giovani accendesse negli anziani la capacità di immaginare, di desiderare, di dare spazio al cuore, di pensare con il cuore. E di vedere con gli occhi del desiderio.

Viviamo tutti, noi e loro, in un mondo in cui dobbiamo reinventarci; la nostra tendenza di adulti è quella di reinventarci come già siamo stati; ma per stare dentro questo tempo e i tempi nuovi, che si annunciano nei cambiamenti che sono sotto i nostri occhi, abbiamo bisogno, insieme, di cambiare punto di vista, di metterci insieme a cercare un modo di essere umani in cui la dignità della persona e il suo valore diventino il criterio per una nuova comprensione dell’essere uomini e donne.

 

2  Alla ricerca di spiritualità

I giovani sono usciti dalla Chiesa così come oggi essa si propone, si pensa, si vive. Sono usciti dalla comunità cristiana, dove hanno fatto anche esperienze positive, ma dove non trovano più risposte agli interrogativi che l’esistenza pone loro; soprattutto non trovano relazioni significative. Hanno abbandonato la religione per il suo carattere istituzionale troppo rigido, impersonale, freddo.

Non sono approdati al nulla, al vuoto, ma sono approdati alla spiritualità.

Ovviamente, occorre intendersi sul significato di questo termine, che possiamo definire così: entrare in comunione con ciò che ti circonda, guardarsi dentro, ascolto di qualcosa che è invisibile.

 

Per loro la spiritualità è un viaggio interiore, alla ricerca di un senso.

 

Sembra essere prova di questa tendenza la ripresa di interesse per i vari “cammini”: da quello antico e tradizionale di Santiago di Compostela ad altri più recenti.

Si tratta di percorsi che non hanno una connotazione religiosa, ma che fondano il loro interesse nella possibilità che offrono alle persone di vivere un’esperienza di ricerca interiore, di incontro con lo sconosciuto, di conoscenza di sé stessi nella fatica e nell’esposizione alla natura con la sua imprevedibilità.

Nella sensibilità spirituale dei giovani si coglie la centralità del proprio sé in cui si rispecchia la tendenza soggettivistica della cultura moderna.

Si tratta di un elemento complesso e ambiguo. È chiaro che un’esasperata attenzione al proprio sé finisce con l’alimentare individualismo, soggettivismo, narcisismo ma apre alla possibilità di vivere la dignità della persona, vivere in libertà e con responsabilità; di dare fondamento buono all’apertura all’altro, di vivere la fede non come semplice appartenenza sociale, ma come scelta personale radicata nel sacrario della propria coscienza.

 

3  Le domande  dei giovani

Le domande che si pongono i giovani riguardano la vita e la morte, il futuro e i propri progetti di vita, riguardano Dio.

L’esperienza del dolore, il proprio, quello delle persone care e anche quello del mondo, accende ricerche profonde, che coinvolgono anche la fede.

Il dolore innocente, specialmente quello che colpisce i più deboli, è ciò che genera i dubbi più forti.

 

Se Dio esiste, perché permette la sofferenza?

 

La loro posizione non è quella nichilista o relativista di chi rifiuta una verità, ma di chi si rende conto che la verità, anche quella su sé stessi, è sempre al di là della comprensione che si può avere di essa.

È una forma contemporanea dell’affermazione di Agostino che nelle Confessioni scrive che “il nostro cuore è inquieto finché non riposa in Te”.

Invece, la sensibilità dei giovani che sono rimasti nella comunità cristiana è più orientata alle risposte che alle domande. Sorprende come la loro elaborazione delle questioni che riguardano la fede, la vita e il suo senso siano più superficiali, sbrigative, poco elaborate.

Agli adulti che spesso hanno troppa fretta di fornire risposte, i giovani sembrano suggerire una “pedagogia della domanda”, dell’interrogarsi, del non averne paura; se una cosa gli adulti devono insegnare loro, non è il frettoloso rifugiarsi in risposte rapide, ma piuttosto la capacità di abitare le domande, di non lasciarsene spaventare. I giovani non vogliono accanto a sé adulti che diano loro le loro risposte, ma piuttosto dei compagni di viaggio, persone che si stanno ancora ponendo interrogativi.

 

4  I giovani e la natura

Esperienze recenti di ascolto dei giovani permettono di comprendere come il contatto con la natura sia fonte di pace, stupore, gratitudine, meraviglia: dunque la natura non è semplicemente lo scenario su cui si svolge l’esistenza umana ma è esperienza spirituale.

Le emozioni e i sentimenti che si provano di fronte a un bel paesaggio o nel percepirsi in connessione con il tutto che la natura rappresenta riguardano l’esperienza interiore, attengono alla dimensione contemplativa della vita.

Ma è forte in loro anche il senso di responsabilità verso l’ambiente.

 

La spiritualità legata alla natura si traduce in una sensibilità ecologica.

 

I giovani sono consapevoli che ciò che minaccia oggi il pianeta è l’azione dell’uomo. Di conseguenza, molti giovani hanno preso coscienza della necessità di uno stile di vita sobrio, essenziale; si rendono conto che il consumismo attuale li condiziona nella pretesa di avere la risposta a tutti i bisogni, nell’incapacità di affrontare le scomodità.

I giovani vedono la salvaguardia del creato anche come partecipazione a un movimento più ampio di cambiamento sociale e culturale e avvertono che è in gioco soprattutto il loro futuro.

Nella crescente crisi dei valori religiosi il fascino esercitato dalla natura e la sensibilità ecologica indicano a quanti si occupano di formazione dei giovani percorsi lungo i quali è possibile realizzare un loro – e un nostro – rinnovato incontro con Dio.

 

5  Solitudine  e relazioni

Il modo di pensare la spiritualità dei giovani è riservato, intimo, molto privato. È un mondo interiore senza comunità.

In realtà, i giovani, più che escludere la comunità, hanno con essa una relazione complessa, in cui confluiscono, oltre che la loro idea di spiritualità, la loro precedente esperienza ecclesiale e il modo con cui oggi vivono le relazioni.

 

L’introspezione, la meditazione, la ricerca di sé per i giovani esprimono il bisogno di ritrovarsi,

 

di dare una forma alla propria soggettività, quindi, è un percorso che occorre fare in solitudine.

D’altra parte, il tema della solitudine viene collocato al primo posto come motivo di sofferenza e, non per niente, il motivo più grave di sofferenza è ritenuto il tradimento. E altri motivi di dispiacere sono le esperienze di conflitto, di rottura, di incomprensione… Le relazioni sono il senso della vita; la loro mancanza o la loro interruzione sono il dolore più grande.

Un altro aspetto complesso da comprendere è quello che riguarda la spiritualità dei giovani in rapporto alla società, alla politica, ai valori civili.

Non è difficile immaginare che la sensibilità politica dei giovani sia debole. All’azione politica preferiscono un impegno concreto intorno ai grandi valori civili: la fratellanza, la pace, l’altruismo, l’integrazione, l’uguaglianza, l’unità nella diversità.

La maggioranza dei giovani però, in recenti indagini, non associa la spiritualità ad un’esperienza di impegno nella società.

Questo non significa disimpegno, ma semplicemente che spiritualità e impegno nella società si collocano su due piani diversi. In fondo è quello che accade anche nel rapporto tra spiritualità e religione: la spiritualità non esclude la religione ma non la implica necessariamente.

 

6  I giovani  e la pace

Quello della pace è per i giovani un tema sensibile, e d’altra parte, in questo momento, è anche di drammatica attualità.

Papa Leone, fin dalla sua prima apparizione pubblica, ha augurato al mondo una pace “disarmata e disarmante”.

Ma che cosa significa affrontare questo tema oggi, su uno scenario internazionale che vede orribili episodi di distruzione, di violenza e di morte?

Per i giovani la guerra è un incubo, inutile e distruttiva e riconoscono nella guerra un altro nome del male e della parte più buia della natura umana.

Contemporaneamente, quello della pace è un sogno fragile. C’è chi la considera un’utopia, qualcosa di desiderabile ma sempre a rischio di svanire.

 

Qualcun altro pensa che ai giovani non sia possibile fare nulla.

 

Agli educatori tocca il compito di mostrare come la sensibilità spirituale dei giovani possa trovare nell’impegno per la pace una concretizzazione significativa e una strada per realizzare un bene comune. Il rapporto tra spiritualità e comunità passa anche da un’autentica e concreta educazione alla pace, che nella vita quotidiana prende il nome di aiuto reciproco, attenzione all’altro, perdono, rifiuto di ogni violenza a cominciare da quella delle parole.

 

7  I giovani  e il dolore

L’immagine più diffusa sui giovani è quella di una generazione spensierata, un po’ indifferente e un po’ irresponsabile e che è capace di godersi la vita.

Quando la cronaca riporta notizie di gesti estremi o di comportamenti distruttivi e autodistruttivi spesso ci si sorprende: com’è possibile che nessuno si sia accorto di niente?

 

È difficile per i ragazzi stessi trovare parole per raccontare una sofferenza senza nome, talvolta senza una causa apparente.

 

È un dolore tutto intimo, profondo, che riguarda il senso stesso della vita e le espressioni concrete di esso.

Questo dolore nasce dalla mancanza di ciò che si ritiene necessario per vivere; il desiderio insoddisfatto lascia il posto alla paura, all’ansia, al senso di inadeguatezza.

La solitudine e il senso di incertezza sul futuro generano ansia e preoccupazione che spesso la scuola e la famiglia contribuiscono ad accrescere. La famiglia diviene spesso complice della logica da prestazione e da competizione vissuta a scuola.

Vi sono molti casi in cui queste situazioni vengono a poco a poco superate con la crescita, e tuttavia non senza lasciare segni nella storia personale di questi giovani. Vi sono non pochi casi in cui dal proprio dolore non si vede via di uscita. Si spiegano così i gesti di autolesionismo, o il ricorso alla droga, o addirittura il suicidio (1).

Come adulti che cosa possiamo fare? Le nuove generazioni chiedono innanzitutto ascolto, comprensione, supporto per affrontare la vita sentendo di non essere soli ma di avere accanto persone non giudicanti bensì alleate nella ricerca di un bene che è oltre tutti.

 

8  I giovani  e la morte

Molti giovani, di fronte alla realtà della morte, sono portati a interrogarsi sul senso della vita, che appare nella sua preziosità, ma anche nella sua fragilità e delicatezza. È come se la morte ponesse i giovani di fronte alla serietà della vita e li portasse e interrogarsi su quali sono i valori per i quali vale la pena vivere: che cosa vale di fronte alla prospettiva della morte?

Il venir meno di una prospettiva di vita oltre la morte esaspera le domande; a chi ha abbandonato la fede appare chiaro che quella scelta ha creato una frattura, ha reso più indecifrabile questa questione.

 

Senza la fede, la morte è un enigma più indecifrabile.

 

Il modo con cui nella società di oggi la morte viene vissuta, il silenzio da cui è accompagnata, non aiuta le nuove generazioni ad affrontare serenamente le questioni che essa pone. Il modo accurato con cui oggi la fine della vita viene nascosta è il segno che esso costituisce un tabù per gli adulti, finendo con il diventarlo anche per i giovani. Ma il silenzio su temi così vitali non significa che essi non esistano e non inquietino: il tema della morte chiede a tutti una nuova considerazione della vita, del limite creaturale e del suo significato, della serietà dell’esistenza e delle scelte che le danno forma concreta.

 

9  I giovani e il futuro

Il futuro per i giovani è il momento della vita in cui ha inizio l’autonomia, la realizzazione dei propri progetti, dei propri desideri. Anche i ragazzi e le ragazze di oggi guardano al futuro con il desiderio di realizzazione personale: trovare un lavoro soddisfacente, costruire relazioni autentiche e durature, e “diventare qualcuno” senza perdere la propria autenticità.

Accanto a questo slancio positivo vi è nei giovani uno sguardo preoccupato.

I giovani oggi sanno che il futuro non verrà loro incontro in maniera scontata, ma richiederà loro impegno, intelligenza, determinazione. La complessità del futuro spaventa meno quei giovani che possono far conto su una famiglia accogliente, presente, capace di dialogo. In contesti familiari fragili, soprattutto dal punto di vista relazionale, l’incertezza del futuro rischia di essere vissuta come minaccia concreta, più che come sfida potenziale.

Accanto alla famiglia,

 

il sostegno per guardare al futuro con fiducia sono gli amici anzi, per molti, sono la principale fonte di sostegno emotivo,

 

più della famiglia e spesso più delle istituzioni scolastiche o religiose.

L’amicizia è una delle forme principali di spiritualità vissuta: è un luogo di fiducia, di presenza, di dono reciproco. L’amicizia diventa così un luogo del bene gratuito, una via relazionale alla fiducia, in cui il futuro non appare più come una minaccia ma come un cammino condiviso.

In una società dove le istituzioni tradizionali – famiglia, scuola, religione – faticano a offrire orizzonti stabili, gli amici diventano il luogo in cui si impara che il futuro non si affronta da soli, ma si può affrontare insieme.

 

10  I giovani  e Gesù

Chi è Gesù per molti giovani? Certo di lui hanno sentito parlare perché hanno frequentato il percorso di preparazione ai sacramenti, eppure il Signore non è dentro il loro orizzonte – o forse non vi è mai stato veramente. Se questo è comprensibile per chi ha abbandonato non solo la Chiesa ma anche la fede, risulta meno comprensibile per quelli che, pur fuori dalla Chiesa, continuano a sentirsi credenti.

Se interpellati in modo esplicito, riconoscono che

 

Gesù è stato un grande uomo, che la sua è stata una testimonianza affascinante; ma è come se fosse fuori dall’orizzonte di Dio.

 

Gesù è così strettamente legato alla Chiesa che viene rifiutato con essa.

Altri giovani hanno difficoltà a credere ad aspetti fondamentali della fede come la resurrezione di Gesù. Si può continuare ad essere innamorati di Gesù uomo, ma mettendo in dubbio il suo essere Dio.

Alle spalle, vi è una formazione catechistica che, pur parlando di Gesù, non ha aperto ai ragazzi e ai giovani la profondità dell’annuncio cristiano. Per molti giovani essere cristiani significa “comportarsi bene e andare a Messa la domenica”. Questo mette in luce il carattere moralistico e rituale della formazione ricevuta. È una visione del cristianesimo senza anima, soprattutto senza annuncio.

Non basta annunciare che Gesù ci ha insegnato a volerci bene se non si dice che ci ha rivelato che Dio ci vuole bene; e che è in virtù di questo amore che ci precede che noi possiamo volerci bene.

 

11 I giovani e la messa

Una delle domande che inquietano quanti si occupano di animazione parrocchiale è perché, nonostante tutti gli sforzi, la partecipazione dei giovani alla Messa della domenica è sempre più scarsa, quasi irrilevante.

Per molti sembra che non sia necessario partecipare alla liturgia per potersi sentire appartenenti alla Chiesa.

La messa, soprattutto per i giovani che hanno preso le distanze dalla Chiesa, attiva un ricordo che evoca sentimenti negativi: noia, costrizione, non senso, vecchiezza. Associato alla noia vi è un senso di costrizione, di obbligo.

 

Per qualche ragazzo, la costrizione è data dal fatto che la Messa è un precetto, dunque strutturalmente un obbligo.

 

Un discorso a parte meritano poi le omelie: sono considerate lunghe, noiose, astratte, usano un linguaggio di altri tempi, non c’entrano niente con la vita e i suoi temi o problemi.

Impossibile trovare "ricette" che rispondano all’esigenza di dare nuovo significato alle esigenze dei giovani. La percezione del valore della liturgia dipende dal modo con cui si vive tutta l’esperienza religiosa perché la liturgia non è la dimensione più esteriore della fede, ma la più sublime (2).

 

12  I giovani e la Chiesa

L’inquietudine e le domande dei giovani aprono ad una spiritualità nuova, che non parte più da Dio ma che si sviluppa tutta dentro l’umano.

L’umano cui i giovani sono sensibili è in forte dialogo con questo tempo, con le sue emergenze per le quali hanno una sensibilità anche maggiore rispetto a quella degli adulti: la pace, il creato, la giustizia, la solidarietà, la dignità della persona; i percorsi di crescita di cui oggi si avverte l’esigenza hanno bisogno di piedi per terra, di forti radici umanistiche, di linguaggi attuali, di attenzione al tempo in cui viviamo, compreso come ‘luogo’ in cui abita lo Spirito.

La loro ricerca spirituale ha una connotazione universalistica nella quale ci si può ritrovare tutti, credenti, non credenti, diversamente credenti, con nuove possibilità di dialogo.

Per parrocchie, associazioni e gruppi sarebbe l’occasione per ravvivare e reinterpretare la propria anima umanistica; c’è nei giovani la domanda di un umanesimo reale, non proclamato in astratto, ma vissuto e testimoniato nelle scelte quotidiane di una Chiesa inclusiva e aperta al dialogo, e di comunità cristiane calde, accoglienti, rispettose, umili.

 

I giovani non sono chiusi alla fede, ma sono in cerca di una fede amica della vita, aperta, contemporanea.

 

La generazione giovanile attuale, che in parrocchia ha fatto in genere il percorso dell’iniziazione cristiana, è ancora sulla soglia, aspetterebbe qualche segnale che dica che nella comunità c’è posto per i dubbi, per le domande, anche per quelle che non hanno risposta. Sono le presenze di cui la Chiesa oggi ha bisogno per svecchiare stili desueti, per aggiornare la sua cultura, per diventare trasparenza del Vangelo.

Le comunità cristiane oggi dovrebbero chiedersi su come lasciarsi mettere in discussione da loro. Più che riportare i giovani in Chiesa, occorre oggi lasciarsi portare da loro fuori dai confini troppo angusti di sensibilità solo nostalgiche del passato.

Il mio congedo è l’augurio a lasciarci incontrare dallo Spirito nei giovani che avremo la grazia di conoscere e di frequentare.

 

* I testi originali sono disponibili a questo link:

https://www.avvenire.it/tag/cercatori-di-domani_5121

1 Sul tema vedi GF115, Malattia mentale e famiglia.

2 Sul tema vedi quanto scrive mons. Roberto Repole in questo numero.

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

Abbiamo letto quello che pensano i giovani. Su questi stessi temi noi cosa pensiamo?

1         Siamo ancora capaci di sognare, di pensare cose nuove, di confidare nel futuro?

2         La nostra spiritualità è fatta di formule, di riti, o è incontro con il Risorto?

3         Ci facciamo ancora domande su cosa conta nella vita o viviamo da rassegnati?

4         Amiamo la natura, la difendiamo per la sua bellezza o perché è dono di Dio?

5.1      Coltiviamo amicizie? Abbiamo amici veri o solo relazioni di convenienza?

5.2      Quanto la fede orienta il nostro impegno sociale?

6         Odiamo la guerra ma cosa facciamo perché la pace guidi le nostre relazioni quotidiane?

7         Di fronte alle fatiche dell’adolescenza navighiamo a vista o cerchiamo di farci aiutare? Come?

8         La morte è una realtà che cerchiamo di tenere nascosta o proviamo a spiegarla ai nostri figli o nipoti?

9.1      Quanto il lavoro condiziona il nostro essere genitori accoglienti?

9.2      Quanto siamo attenti alle frequentazioni e alle amicizie dei nostri figli?

10       Chi è Gesù per noi? Un grande uomo o il solo che ci salva?

11       La Messa è per noi una buona abitudine o l’incontro con il Risorto?

12       Il nostro orizzonte spirituale termina tra le mura della parrocchia o riesce ad andare oltre? Siamo ancora capaci a farci domande di senso?

 

13-LA FEDE E I GIOVANI

 

Di Roberto Repole*

Oggi non possiamo essere dei testimoni autorevoli e autentici se pensiamo che il Vangelo riguardi solo la nostra vita di preghiera, i servizi fatti in parrocchia e poi non ci preoccupiamo più di tanto se la finanza e la politica funzionano in un certo modo, se il mondo del lavoro ignora i più disperati, ecc.

Abbiamo bisogno oggi di rimettere in chiaro che anche le nostre competenze professionali vanno vissute secondo una logica antitetica a quella che un certo mondo oggi ci vorrebbe imporre.

Infatti, proprio con i giovani noi sperimentiamo, in maniera più immediata, che la trasmissione della fede che abbiamo percepito per secoli come qualcosa di assodato, non è più qualcosa di automatico. E tante fatiche le percepiamo perché ci mancano i linguaggi, ci mancano le occasioni d'incontro; ci chiediamo se le strutture che abbiamo sono ancora delle strutture compatibili con la sfida che abbiamo di fronte.

Epure, “la cultura nichilista nella quale siamo immersi rende

 

molti giovani assetati di parole ed esperienze autentiche, portatrici di vita e di senso.

 

Quando i giovani incontrano il Vangelo, percepiscono che può toccare la loro esistenza, sanare le loro ferite, offrire qualcosa per cui merita spendere la vita e in cui trovare la gioia vera” (1).

 

Accompagnare

Abbiamo parlato del bisogno che molti giovani esprimono di un accompagnamento personale ma non illudiamoci che ciò possa avvenire facilmente. Mancano i preti e le suore che abbiano il tempo a disposizione di fare questi servizi.

Ma questa è un'opportunità per domandarci se, dentro le nostre comunità cristiane, ci sia qualcuno che ha il carisma di un accompagnamento spirituale, personalizzato. Perché no?

Non possiamo essere sordi alla possibilità che nelle nostre comunità ci sia qualcuna/qualcuno che può mettere il suo tempo, la sua psiche, la sua spiritualità a servizio di un ascolto personalizzato dei giovani, ricordando sempre che

 

“i giovani si mettono in ascolto solo di persone autentiche, davvero coinvolte in un cammino di fede personale e profondo” (2).

 

Ancora, “oggi c’è un grande bisogno di figure di adulti che esprimano maternità e paternità con i più giovani, perché questo rassicura, questo permette ai giovani di essere giovani, permette loro anche di sbagliare” (3).

 

Accogliere

Nel passato il credente operava da credente nella comunità e a servizio degli altri, oggi dovremmo cominciare a pensare che l'accesso alla fede avvenga partendo dal servizio degli altri, accogliendo quanto i giovani possono offrire, e che questo apra alle domande sulla fede.

Oggi la pastorale giovanile non è più “un” tema della nostra pastorale ma è quello che ho chiamato “lo spettro” dell’intera pastorale, altrimenti quella che oggi consideriamo pastorale domani non avrà più ragion d'essere.

Non bisogna poi confondere i giovani con i bambini. “Tante nostre fatiche derivano dall’essere strutturati per raggiungere anzitutto dei bambini, che vorremmo ancora formati alla fede nelle famiglie e con il concorso di altre istituzioni sociali. Ciò si scontra però con la realtà. Non solo, ma dal momento che gran parte delle nostre energie è concentrata lì,

 

disponiamo di poche risorse per incontrare adulti e giovani” (4).

 

Anche chi si occupa di Caritas, di volontariato, di questioni del lavoro, di liturgia e via di seguito, deve comprendere che il perno attorno al quale, per mezzo del quale ruota tutto ciò che facciamo e pensiamo, siano i giovani.

 

Pregare

Abbiamo detto all’inizio che ci mancano i linguaggi. Un linguaggio che usiamo molto è quello che passa attraverso la liturgia eucaristica.

Però “abbiamo ridotto ogni rito e ogni liturgia all’eucaristia, come se sotto non ci fosse niente. E poi chiediamo alla liturgia eucaristica di avere i nostri linguaggi.

Se provassimo a pensare le cose all'inverso, forse potremmo affrontare questa questione in altri termini.

 

Che cosa vuol dire iniziare qualcuno al Cristianesimo oggi?

Quali liturgie proporre?

 

Quando in diocesi facciamo la catechesi con i giovani, agiamo in un contesto liturgico, ma non facciamo una celebrazione eucaristica, perché probabilmente per molti di loro quello può essere un punto di arrivo. Impariamo allora con i giovani ad usare altri linguaggi” (5).

 

Essere comunità

La testimonianza per eccellenza che possiamo rendere loro non è semplicemente quella dei singoli, ma quella di una comunità di donne e uomini, la cui vita è trasfigurata dal Risorto. Se c'è una malattia del nostro tempo, a cui i giovani non sono esenti, è l’isolamento, nonostante i social.

Oggi siamo tutti connessi ma non siamo più una comunità.

Se c'è un aspetto che oggi dovremmo curare soprattutto con i più giovani per trasmettere la fede, è quella di

 

offrire loro l’immagine di una comunità cristiana che si radica nella nostra partecipazione alla comunione di Dio.

 

E qui avremmo delle possibilità davvero grandiose, se accettiamo però di riformare le nostre comunità perché siano delle comunità autentiche.

Sarebbe stupido pensare che dobbiamo ripensare la nostra presenza sul territorio per essere organizzati meglio. Abbiamo bisogno di ristrutturarci meglio per essere più credibili nell'annuncio evangelico, per poter dire a chi incontriamo: vieni e vedi.

Abbiamo bisogno di

 

creare luoghi in cui chi si avvicina faccia l'esperienza di una fraternità vera,

 

incontrando delle sorelle e dei fratelli che sono con te, che si prendono cura di te e di cui tu ti puoi prendere cura, in nome della partecipazione di tutti alla vita di Dio.

Allora dobbiamo chiederci: le nostre parrocchie sono questo? Potrebbero diventare questo? In che termini, in che modi? In questo senso abbiamo bisogno di ristrutturarci, essendo quelli che siamo, perché fino a prova contraria non mi sembra che il Signore Gesù ci chieda di essere dei cristiani del 1500, neppure del 2500, ma del 2025 sì.

 

* Cardinale, arcivescovo di Torino

Testo tratto dalle conclusioni pronunciate durante la convocazione interdiocesana di Torino e Susa del 18 ottobre 2025

Le note indicate sono tratte da altri interventi dell’autore

1, 2, 4 La parola sul cuore. Lettera sulla trasmissione della fede. Settembre 2025

3, 5 tratte dalle conclusioni pronunciate durante il convegno unitario diffuso delle diocesi di Torino e Susa del 14 marzo 2026

Sintesi della Redazione

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Siamo davvero coinvolti in un cammino di fede personale e profondo o vivacchiamo?

•          Quante attività parrocchiali sono rivolte ai giovani e agli adulti?

•          Che cos’è per noi la liturgia? Solo la messa e la recita del rosario? Abbiamo altre esperienze?

•          Che comunità siamo? A comparti stagni oppure accoglienti, innanzi tutto tra di noi? In che modo?

 

14-CAMPI ESTIVI 2026

Il calendario definitivo

 

Ecco il calendario dei campi per famiglie di quest’estate.

Come associazione, anche quest’anno organizziamo un solo campo a metà agosto. Per vostra comodità, segnaliamo anche il campo organizzato dalla diocesi di Cuneo e i WE organizzati dalla Comunità di Caresto (PU).

Non perdete l’occasione per trascorrere alcuni giorni di vacanza in modo “diverso”!

 

31 luglio - 7 agosto San Giacomo di Entraque (CN)

Tema: Raccontare Dio come Gesù.

Dentro le parabole del Vangelo.

Relatore: Angelo Fracchia, biblista.

Org.: Diocesi di Cuneo.

È possibile partecipare anche al solo week-end iniziale.

Info: Angela e Tommy Reinero,

347 5319786, tommy.angela@libero.it

Iscrizioni: https://www.diocesicuneofossano.it/campo-famiglie-diocesano-2026/

 

WE di agosto Caresto - Sant’Angelo in Vado (PU)

7-9 Le Beatitudini nella coppia.

14-16 Regola di vita nella coppia.

21-23 Fare memoria, essere riconoscenti.

28-30 Libertà e condizionamenti nella coppia.

I relatori saranno amici e volontari di Caresto.

Info: Daniela, 328 9455674, eremocaresto@gmail.com

 

16-23 agosto Valle di Cadore (Belluno)

Tema: Vivere bene si può: cinque azioni per la vita.

Meravigliarsi, Sorridere, Desiderare, Custodire, Donare.

Relatori vari.

Org.: Colleg. Gruppi Famiglia.

Info: Fiorenza e Antonio Bottero, 340 5195718,

375 6066265, info.gruppifamiglia@gmail.com

 

15-BILANCIO 2025 F&F

Un bilancio economico in rosso

 

Come potete leggere nella tabella sottostante, il bilancio 2025 dell’associazione Formazione e Famiglia, editrice della rivista, anche quest’anno si è chiuso in leggero passivo.

Mentre i costi per la pubblicazione della rivista sono rimasti sostanzialmente stabili (circa 2.000 € a numero che corrisponde a 10 € per ogni copia delle duemila stampate) continuano a scendere, anno dopo anno, gli importi dei contributi liberali all’associazione.

Ci siamo così permessi, nel mese di aprile, di inviare a parte di coloro che ricevono la rivista in omaggio una lettera con l’invito a sostenerci. Confidiamo che la disponibilità dei lettori ci permetta di stabilizzare i conti.

Colgo questa occasione anche per invitarvi a collaborare con la rivista, inviandoci foto e articoli, o anche semplicemente facendoci conoscere i temi che desiderate veder trattati.

Da parte nostra vi garantiamo il massimo impegno, pur nella consapevolezza che l’età media della Redazione tende ad aumentare anno dopo anno, insieme agli acciacchi.

Ma in un numero dedicato ai giovani meglio sorvolare, conta restare giovani nello spirito.

Un caro saluto,

la presidente Noris Bottin

 

16-PER CONCLUDERE

Siamo fatti per un'esistenza che si rigenera costantemente nel dono, nell'amore.

E così aspiriamo continuamente a un "di più" che nessuna realtà creata ci può dare; sentiamo una sete grande e bruciante a tal punto, che nessuna bevanda di questo mondo la può estinguere.

Di fronte ad essa, non inganniamo il nostro cuore, cercando di spegnerla con surrogati inefficaci! Ascoltiamola!

Leone XIV, Messa del Giubileo dei giovani