Foglio di collegamento tra Gruppi Famiglia

GF99 – settembre 2018

UN MONDO MIGLIORE

Dal ben-avere al ben-essere per tutta la famiglia umana

 

Lettere alla rivista

1-SOGNARE UN MONDO DIVERSO
Non temere di coltivare le speranze e i sogni

Viviamo in una società ripiegata sul presente, incapace di sognare. Secondo lei c’è ancora spazio per l’utopia?

Renato

Risponde mons. Giancarlo Grandis, Docente di Teologia Morale del Matrimonio

È vero! Viviamo oggi dentro una cultura consumistica e individualistica che appiattisce le nostre giornate sull’immediato presente. La vita così diviene triste, monotona, insignificante. Si perde il senso profondo del nostro esistere.
Proprio per questo dobbiamo ravvivare in noi la capacità di sognare. Il sogno ci sprona a credere che un mondo migliore è possibile. Sognare un mondo diverso è l’aspirazione di tutti coloro che vedono nel futuro non una minaccia, ma una opportunità a progredire sulla via del bene e a diventare protagonisti di una società che sia sempre più umana.
Spesso papa Francesco, rivolgendosi ai giovani - l’età dei sogni - li invita a non lasciarsi rubare la speranza, cioè a sognare, perché la speranza apre nuovi orizzonti e ci dà la forza di realizzare ciò che sembra inimmaginabile.
Un grande pensatore italiano dell’Ottocento, Antonio Rosmini, analizzando le ragioni per cui una società è capace di stare in piedi, e quindi di non tramontare, osservava che la vita sociale è guidata da due forze della nostra ragione. Una forza che chiamava “speculativa” che guarda all’ideale, a ciò che va oltre, al futuro; e una ragione “pratica” che guarda al presente, al quotidiano, al concreto.
Oggi abbiamo bisogno di utilizzare insieme tutte e due queste ragioni. Una ragione speculativa senza una ragione pratica rimane solo utopia, sogni che non si realizzeranno mai. Ma anche una ragione pratica senza una ragione speculativa spegne addirittura la capacità di sognare, ci chiude in noi stessi come in una prigione, fa prevalere l’istinto sulla ragionevolezza, i bisogni sui desideri, il proprio egoismo sulla solidarietà verso gli altri.
Abbiamo bisogno quindi di guardare con due occhi, uno rivolto al presente, al concreto, e uno al futuro, all’ideale da sognare e da realizzare.
Così scriveva papa Giovanni: “Non consultarti con le tue paure, ma con le tue speranze e i tuoi sogni. Non pensate alle vostre frustrazioni, ma al vostro potenziale irrealizzato. Non preoccupatevi per ciò che avete provato e fallito, ma di ciò che vi è ancora possibile fare”.
grandis.giancarlo@gmail.com

Con questo numero mons. Grandis, dopo quattordici anni, termina la collaborazione alla nostra rivista.
Lo ringraziamo per la disponibilità con cui ci ha seguito in queste lungo periodo e gli formuliamo i nostri migliori auguri per la sua missione e la sua salute.
Noris e Franco Rosada 

 

Dialogo tra famiglie

2-SCEGLIERE TRA FIGLI E LAVORO
Imparare a fare discernimento in coppia

Siamo una famiglia che non se la passa male, lavorando entrambi. Ora che abbiamo avuto un secondo figlio (è dura!), mio marito vorrebbe che smettessi di lavorare. Ma io ho paura: e se poi lui perde il lavoro?

Laura

La nascita di un figlio comporta sempre equilibri perduti da ritrovare anche se, in quello che scrivi, ci sono due elementi che potresti approfondire.
Il primo è “mio marito vorrebbe che smettessi di lavorare”: bene, sappiamo cosa vorrebbe lui, ma tu cosa vorresti? Il lavoro per te è uno spazio importante di realizzazione o lo vivi con ansia e frustrazione perché ti tiene lontana dai bambini? Questo devi riuscire a metterlo a fuoco per poter andare avanti nel discernimento!
Secondo: “io ho paura: e se lui perdesse il lavoro?”: è questa l’unica ragione della tua paura? È questa l’unica motivazione per la quale non vuoi lasciare il tuo lavoro?
Prova a guardare in profondità ai vostri reciproci desideri: forse la risposta a questo nuovo equilibrio la troverete in una divisione più equa dal carico di lavoro che viene dei bambini, forse scoprirai che in realtà vuoi davvero lasciare il lavoro per stare con i piccoli e tuo marito sta solo dando voce a qualcosa che non osi dire a te stessa, forse potrete esplorare strade diverse come la richiesta di un part-time.
Insomma solo voi due insieme potrete trovare la strada, l’importante è cercarla con grande onestà e anche un po’ di fiducia nella Provvidenza.
Paola Lazzarini

 

EDITORIALE

3-Un mondo migliore

Idee per il futuro e realtà quotidiana a confronto

 

di Franco Rosada

L’idea di dedicare un numero ad un tema come quello della decrescita “felice” mi è venuta nell’autunno dell’anno scorso, mentre realizzavo il n. 96 della rivista, dedicato alla scuola e alla formazione permanente (1).

Dalle letture fatte in quell’occasione avevo colto un sentimento diffuso di malessere, di fronte alla constatazione che i nostri figli e nipoti avrebbero avuto una vita meno facile della nostra.

Questo malessere si è ben espresso nei risultati delle ultime elezioni politiche italiane.

Possiamo non condividere le scelte “sovraniste” e protezioniste in senso ampio che esprime il nuovo governo – senza dimenticare che questi atteggiamenti hanno già caratterizzato altri momenti storici simili al nostro (2) – rimpiangendo il libero mercato, oppure prendere atto che solo con una visione nuova, al limite utopica, della realtà possiamo cambiare i paradigmi su cui si fonda la nostra società.

Il paradigma dominante è quello economico: conta ciò che si possiede, molto più di cosa si è; conta il denaro e non la persona.

Il paradigma alternativo si potrebbe riassumere con l’espressione “giustizia economica”, cioè la somma di democrazia economica e di giustizia distributiva.

“La giustizia economica”, scrive Maurizio Molinari (3) su La Stampa, “implica la revisione delle attuali teorie sulla crescita, sia conservatrici sia progressiste, al fine di rimettere i bisogni del singoli – e la necessità di proteggerli – al centro delle priorità dello sviluppo collettivo.

Possono esserci tuttavia pochi dubbi che la ‘giustizia economica’, per essere efficace, non può limitarsi ad essere un mosaico di decisioni tradizionali proveniente dal passato.

Serve una visione nuova, coraggiosa, che parta dalla definizione dei bisogni degli individui nel XXI secolo per poi progettarne la protezione in forme innovative, rivoluzionarie”.

Realizzando questo numero l’idea di partenza, quella della decrescita “felice”, è stata largamente superata e accostata ad altre idee, altrettanto provocatorie, utopiche e di impatto più immediato.

Nel fare ciò, ho ritenuto doveroso fare alcune premesse, per inquadrare la situazione generale, sia dal punto di vista delle contraddizioni che segnano i nostri giorni sia dal punto di vista storico.

Mi sono poi focalizzato su un tema di grande attualità: il PIL, cercando di spiegare i vantaggi di tale indice ma anche i suoi limiti e presentando modelli di sviluppo alternativi.

Ho quindi affrontato due argomenti in chiave utopica: la possibilità di una riduzione significativa dell’orario di lavoro retribuito, per dare più spazio al lavoro di cura, e il reddito di cittadinanza, non inteso come contributo temporaneo ai senza lavoro, ma come qualcosa da dare a tutti i cittadini senza alcuna contropartita.

Ho terminato con una riflessione sulle scelte lavorative dei nostri giovani e con la presentazione dei programmi ONU per lo sviluppo sostenibile.

Quale spazio ci sarà per queste utopie? Tutto passa attraverso le nostre scelte, il nostro egoismo e la nostra generosità, ed è proprio per questo che, mai come in questo tempo, i cristiani hanno ampi spazi per testimoniare la fede nel loro Maestro, che è “via, verità e vita”.

formazionefamiglia@libero.it

 

1 GF96, dicembre 2017, “Imparare a... imparare”

2 Vedi: La grande depressione, sul Blog dei GF

3 Vedi: La giustizia economica, sul Blog dei GF

 

4-Dopo l’inverno viene la primavera

Il tempo che viviamo ci sollecita a mettere in discussione l'idea semplice secondo la quale solo attraverso il consumo - sostenuto dalla finanza - sia possibile sostenere la crescita.

L'ordine dei fattori va invertito: solo quelle imprese, quelle organizzazioni, quei territori, quelle comunità che sapranno mettersi insieme per “produrre valore” potranno prosperare.

Prima occorre produrre valore e poi, solo poi, si può consumare. Non più viceversa.

Si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma. Abbandonata la strada fasulla dell’illusionismo finanziario, siamo chiamati a tornare a "lavorare tutti insieme nella creazione di un valore comune”, insieme economico e sociale, materiale e spirituale, secondo un nuovo mix di efficienza e senso, imprenditorialità e solidarietà, immanenza e trascendenza.

Lo provo a dire con una metafora: nel nuovo "mare della tecnica" che avvolge l'intero pianeta, si ripropone la questione della terra.

La terra umana oggi si può costituire solo in rapporto al mare della tecnica e alle altre terre emerse.

Certo, la terra presuppone un limite, una cultura (cioè una coltivazione). Ma questo non implica né muri né contrapposizioni.

In effetti, se è vero che nessuna terra può fiorire oggi indipendentemente dal mare tecnico planetario, è altrettanto vero che la terra oggi può “emergere” attraverso l’azione del custodire e del coltivare - che mette la tecnica al servizio della vita dei suoi abitanti.

Mauro Magatti

Fonte: http://www.settimanesociali.it/wp-content/uploads/2017/10/Magatti-28-ottobre.pdf

 

5-Timore per il futuro, nostalgia del passato

Proviamo più timori che speranze di fronte ad un mondo che cambia troppo velocemente per le nostre capacità di comprensione.

Eppure, mentre noi siamo scesi di un gradino, centinaia di milioni di persone in Asia e in parte dell'Africa e del Sud America hanno salito un'intera scala, partendo da zero.

 

In Europa, 120 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale.

L'italiano medio è oggi 15 volte più ricco che nel 1880.

Oggi è venuta meno la possibilità di collegare il perfezionamento individuale con quello sociale.

La vera crisi è quella che sta portando alla separazione sempre più profonda tra il capitalismo di mercato e la democrazia.

La democrazia è chiamata a farsi carico di tutti e non solo dei migliori.

Serve una nuova mentalità in cui il guadagno e la solidarietà non siano più antagonisti.

 

A cura della Redazione

L’ansia è davvero il sentimento più diffuso e caratteristico del nostro tempo pieno di incertezze? Sembrerebbe proprio di sì. Del resto, basta guardarsi in giro: è molto più facile trovare motivi per essere ansiosi che valide ragioni per non esserlo.

“Se non siete ansiosi e abitate sul mio stesso pianeta, allora vorrei tanto sapere che cosa nascondete nell’armadietto delle medicine”, scrive Laurie Penny in un articolo apparso sul settimanale Internazionale (1).

 

Perché essere pessimisti

Enrico Giovannini (2) prova ad elencare i motivi per cui molti di noi guardano al presente con ansia e preoccupazione. Scrive l’autore: “Chiudete gli occhi e pensate a come dovrebbe essere il paese in cui vorreste vivere. Probabilmente non vorreste vivere in un paese di 60 milioni di abitanti dove muoiono ogni anno 60.000 persone a causa di malattie legate all'inquinamento. E non vorreste vivere in un paese in cui 4,7 milioni di persone vivono al di sotto della soglia di povertà, oltre 2 milioni di giovani non studiano, non sono in formazione e non lavorano (i famosi Neet), il 5% delle famiglie più abbienti detiene la stessa ricchezza del 75% delle famiglie meno abbienti, il 18% delle case esistenti è abusivo e l’80% delle specie ittiche è in condizione di sovrasfruttamento. Questi sono soltanto alcuni dati dell'Italia, ma se volessimo guardare all'Europa allora troveremo che le persone che muoiono ogni anno per malattie legate all'inquinamento sono quasi 500 mila, mentre 120 milioni sono a rischio di povertà ed esclusione sociale e i giovani Neet sono 17 milioni.

E se guardassimo al mondo vedremo che quasi 800 milioni di persone sono in condizioni di povertà estrema e un numero simile di persone è sotto nutrita, che 60 milioni di persone vivono in una condizione di schiavitù, che oltre 400 milioni sono state colpite, nel 2016, da calamità naturali, che il 1% della popolazione possiede il 50% della ricchezza mondiale, che 700 milioni di persone non hanno accesso all'acqua pulita.

Forse ci siamo abituati a questi dati, così come forse ci siamo abituati anche alle notizie relative ai disastri prodotti dal cambiamento climatico ormai in corso, alle guerre (anche se non necessariamente definite come tali) in atto per il controllo delle risorse naturali, alla nuova rivoluzione tecnologica che già impatta in modo così pervasivo sul mondo del lavoro e che si prevede travolgerà o eliminerà oltre un miliardo di posti di lavoro, solo per citare alcuni dei fenomeni globali che incidono sulla vita degli oltre 7 miliardi di persone che vivono in questo pianeta”.

 

Perché essere ottimisti

Di parere opposto è invece Rutger Bregman (3) che scrive: “Se nel 1820 il 84% della popolazione mondiale vivevano ancora in condizioni di povertà estrema, nel 1981 questa percentuale è crollata al 44%, e oggi, pochi decenni più tardi viaggia sotto il 10%.

Se questa tendenza regge, la povertà assoluta, che è stata un aspetto costante dell'esistenza, sarà presto estirpata per sempre.

Per secoli il tempo è rimasto praticamente immobile, sono successi un bel po' di fatti, ma la vita che la gente conduceva era praticamente la stessa.

Soltanto a partire dal 1880 le cose sono cambiate. Gli ultimi due secoli, infatti, hanno visto una crescita la crescita esplosiva in tutto il pianeta sia della popolazione sia della ricchezza. L'italiano medio oggi è 15 volte più ricco che nel 1880.

Attualmente in tutto il mondo c'è più gente che soffre di obesità che di fame. Nell'Europa occidentale l'incidenza dei omicidi è, in media, un quarantesimo di quella del medioevo, e se hai il passaporto giusto hai garantita un’impressionante rete di assistenza sociale.

In tutto il mondo l'aspettativa di vita è passata dai 64 anni del 1990 ai 70 del 2012, più del doppio di quanto fosse nel 1900.

E le malattie? Il più grande stragista di massa della storia, il temuto vaiolo, è stato totalmente debellato. E intanto diventiamo più intelligenti. Nel 1961, il 41% dei bambini non andava a scuola, contro il 10% di oggi. In quasi tutti i paesi il quoziente intellettivo medio è salito di 35 punti ogni decennio grazie, principalmente, ai progressi nella scolarità e nell'alimentazione”.

“Quando pensiamo alla globalizzazione”, scrive Franco Quarta (4) in sintonia con Bregman, “spesso ci fermiamo ai contraccolpi negativi che ha avuto nel nostro Paese: perdita di posti di lavoro e di garanzie, maggiore precarietà sociale, con tutto quello che ciò comporta per le nostre famiglie. Ci dimentichiamo del colossale balzo in avanti che centinaia di milioni di persone hanno potuto fare in Asia e in parte dell'Africa e del Sud America. Mentre noi scendevamo di un gradino, loro salivano un'intera scala, partendo da zero. La nostra visione della globalizzazione ci impedisce di coglierne le ragioni profonde, che sono quelle della più colossale inclusione della storia. Viaggia chi prima non viaggiava, guadagna chi prima non guadagnava, mangia chi prima non mangiava”.

 

Nostalgia del passato

È tutto vero quello che scrivono gli ottimisti, ma gran parte degli abitanti dell’Occidente rimpiange gli anni del boom economico, in cui si era sì poveri ma c’era il lavoro e vi erano speranze concrete per i futuro.

Questo rimpianto, scrive Bauman (5), “è un meccanismo di difesa di fronte a un periodo contrassegnato da ritmi di vita accelerati e da sconvolgimenti storici.

Se ieri la paura di non essere conformi alle richieste della società poteva essere tenuta a bada dal conformismo e dalla obbedienza oggi, che vige l'autonomia, a quella paura è subentrato il terrore, non meno straziante, di risultare inadeguati.

Un simile dietrofront trasforma il futuro, da habitat naturale di speranze e aspettative legittime, in una serie di incubi: dal terrore di perdere il lavoro e lo status sociale che esso conferisce, a quello di vedersi riprendere la casa e le cose di una vita, di rimanere impotenti a guardare mentre i propri figli scivolano giù per il pendio del binomio benessere-prestigio, di ritrovarsi con abilità che, sebbene faticosamente apprese e assimilate, hanno perso qualsiasi valore di mercato.

Con il neoliberismo è tramontata la prospettiva di una società in grado di collegare indissolubilmente il perfezionamento individuale a quello sociale, e non ha più senso attendersi la salvezza dalla società”.

L'obiettivo oggi, continua  Bauman, “non è più una società migliore - non essendoci più speranze concrete di migliorarla -, ma il miglioramento della propria posizione individuale nell'ambito di quella società sostanzialmente e sicuramente impossibile da correggere. Al posto di premi comuni per gli sforzi collettivi di riforma sociale, rimane solo un bottino da conquistare a scapito dei concorrenti”.

 

Una crisi culturale

Superare la globalizzazione neo-liberista è un tema che non riguarda solo il modello economico ma anche quello culturale, che in certi casi coinvolge addirittura la sfera psicologica, afferma Stefano Zamagni in un’intervista pubblicata su Avvenire (6).

“Abbacinati dal successo iniziale della globalizzazione”, continua Zamagni, “ci siamo accorti troppo tardi di come i costi sociali avessero ormai superato la normale soglia di tolleranza”.

Gli atteggiamenti protezionistici che godono di grande popolarità a Londra come a Washington sono stati molto utili “per portare alla luce il limite dell’economia politica così come è attualmente strutturata”.

Si tratta di un limite culturale, non tecnico perché “in questione non sono le capacità di calcolo matematico che il modello economico corrente riesce a dispiegare, ma le premesse antropologiche su cui il modello si fonda. L’immagine dell’homo oeconomicus interessato unicamente al profitto non è più accettabile, anche perché non più produttiva, basata com’è su un’idea di conflitto distruttiva e non generativa”.

“La vera crisi”, conclude Zamagni, “non è quella che si manifesta in Borsa, ma quella che sta portando alla separazione sempre più profonda tra il capitalismo di mercato e la democrazia” e che condiziona negativamente quest’ultima. Non si può parlare in politica di 'democrazia efficiente' perché “questo è un criterio che si applica ai mercati. La democrazia, semmai, è chiamata a essere efficace nella sua inclusività”, a farsi carico di tutti e non solo dei migliori.

 

Proposte per il futuro

Una nota di ottimismo arriva dalle riflessioni di Jeremy Rifkin (7). I progressi nel campo delle tecnologie di elaborazione dati e della comunicazione, secondo l’autore, sono “le prime fasi di un cambio dei giochi, di una trasformazione dei paradigmi economici.

Cos'è un paradigma? È un sistema di assunti e credenze che concorrono a creare una visione del mondo integrata e unificata che risulta così convincente e coinvolgente da essere considerata senz'altro la realtà. Questa accettazione acritica porta però ha un accumulo di incongruenze che cresce fino a raggiungere un punto di svolta: qui il paradigma esistente viene smartellato e sostituito da un nuovo paradigma esplicativo, più adeguato a ordinare le anomalie, e le intuizioni e i nuovi sviluppi di una nuova grande narrazione”.

Secondo Rifkin, oggi “il paradigma capitalistico è ora sotto assedio da due fronti.

Il primo fronte riguarda l'impatto ecologico. L'accumulo delle emissioni di anidride carbonica rilasciate nell'atmosfera dalla combustione di enormi quantità di risorse energetiche fossili ha provocato il cambiamento climatico e ha devastato la biosfera terrestre, ponendo serie ipoteche sul modello economico corrente.

Il secondo fronte è legato agli sviluppi tecnologici”.

“L’economia digitale”, sostiene infatti Rifkin, sintetizzando in un articolo (8) il suo pensiero, “stravolgerà il modus operandi in pressoché tutti i settori produttivi e recherà con sé opportunità economiche e modelli d’impresa assolutamente inediti. Un nuovo sistema economico” – articolato in diverse forme: economia collaborativa, economia circolare, economia civile – “sta facendo il suo ingresso sulla scena mondiale. È la prima affermazione di un nuovo paradigma economico da quando vennero alla ribalta il capitalismo e il socialismo”.

Il capitale umano

Ci sono cose più importanti del profitto “ad ogni costo” e sono “la sicurezza, la salute, la crescita del ‘capitale umano’, la qualità della vita sociale e del lavoro”, scrive in un recente documento la Congregazione per la dottrina della fede (9). Servono nuove “forme culturali e di mentalità in cui la gratuità diviene la norma, ed in cui guadagno e solidarietà non sono più antagonisti.

Infatti, laddove l’egoismo e gli interessi di parte prevalgono, è difficile per l’uomo scorgere quella circolarità feconda fra guadagno e dono che il peccato tende a offuscare e spezzare. Mentre, in una prospettiva pienamente umana, si instaura un circolo virtuoso fra profitto e solidarietà che, grazie al libero agire dell’uomo, può sprigionare tutte le potenzialità positive dei mercati”.

 

1 Fonte: nuovoeutile.it

2 L'utopia sostenibile, vedi pag. 25

3 Utopia per realisti, vedi pag. 25

4 Fonte: Famiglia domani, n. 2, 2018

5 Retrotopia, vedi pag. 25

6 Fonte: aipec.it

7 La società a costo marginale zero, vedi pag. 25

8 Fonte: espresso.repubblica.it

9 Oeconomicae et pecuniariae quaestiones, 17 maggio 2018

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Quale sguardo abbiamo nei confronti del futuro?

•          Trasmettiamo speranza o pessimismo a coloro che ci sono vicini?

•          Quale spazio ha, nella nostra vita, la dimensione sociale?

•          La nostra fede ha qualcosa da insegnarci quando guardiamo al futuro?

•          C’è ancora spazio per l’altruismo?

 

6-LA FINANZA GLOBALE

Dal New Deal di Roosevelt negli anni ‘30 a Bretton Woods (1944), dalla crisi petrolifera (1973) al crollo della Lehman Brothers (2008), dal capitalismo sociale di Keynes al neoliberismo di Friedman.

 

È di 993 mila miliardi il valore della “ricchezza di carta” globale a fine del 2013, circa 13 volte il prodotto lordo mondiale.

Stiamo sprecando sempre più risorse in attività finanziarie che generano alti compensi privati sproporzionati rispetto alla loro produttività sociale.

 

A cura della Redazione

Il  Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (1) scriveva in un documento del 2011: “In riferimento all’attuale sistema economico e finanziario mondiale vanno sottolineati due fattori determinanti: il primo è il graduale venire meno dell’efficienza delle istituzioni di Bretton Woods, a partire dai primi anni Settanta. Il secondo fattore è la necessità di un corpus minimo condiviso di regole necessarie alla gestione del mercato finanziario globale, cresciuto molto più rapidamente dell’economia reale”.

 

 

Un po’ di storia

Proviamo a contestualizzare quanto afferma il documento pontificio ripercorrendo sommariamente la storia economica degli ultimi ottant’anni.

Fra le cause scatenanti della Seconda Guerra Mondiale, secondo gli storici, “andavano conteggiate anche le diffuse pratiche protezionistiche,  le svalutazioni dei tassi di cambio per ragioni competitive e la scarsa collaborazione tra i paesi in materia di politiche monetarie” (2).

A metà del 1944, a Bretton Woods, una città del New Hampshire (USA), si tenne una Conferenza monetaria e finanziaria a cui parteciparono i delegati di tutti i paesi alleati contro l’Asse Roma-Berlino-Tokyo, compresa l’URSS, in cui si decise di costituire il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale ma, soprattutto, di istituire un nuovo sistema monetario internazionale, basato sulla stabilizzazione dei tassi di cambi rispetto al dollaro (eletto a valuta principale) (3).

Iniziò un periodo in cui le misure del New Deal rooseveltiano - che si basò, in buona parte, sulle idee di John Maynard Keynes, uno dei più grandi economisti del XX secolo - trionfarono per un trentennio nel “mondo libero”.

La ricostruzione dell’Europa fu intrisa di ideali keynesiani: occupazione per tutti, limiti al libero mercato e regolamentazione delle banche; fu il trionfo dello Stato sociale.

Ma, alla fine degli anni ’60 gli Stati Uniti, allora impegnati duramente nella guerra del Vietnam, videro un forte aumento della propria spesa pubblica e del debito. Così, “il 15 agosto 1971, a Camp David, Richard Nixon, sospese la convertibilità del dollaro in oro, in quanto, con le crescenti richieste di conversione in oro, le riserve americane si stavano sempre più assottigliando” (4).

A segnare definitivamente l’inversione del ciclo economico fu la crisi petrolifera del 1973-1974 in seguito alla quale l’economia dovette fare i conti con un aumento improvviso e sostenuto del prezzo della sua principale materia energetica. Iniziò così l’epoca neoliberista, epoca in cui ci troviamo ancora oggi.

 

Il neoliberismo

“La storia del neoliberismo inizia nel 1947 quando una quarantina di filosofi, storici ed economisti fondarono la Mount Pèlerin Society”, scrive Rutger Bregman (5).

“Lo stato di guerra che fino a due anni prima aveva segnato l’Occidente stava diventando lo Stato sociale. Eppure fu in quegli stessi anni che il pensiero neoliberista cominciò a fare presa grazie agli sforzi della Mount Pèlerin Society.

L'unica cosa che questi pensatori avevano in comune con Keynes era la convinzione che le idee degli economisti e dei filosofi erano più potenti degli interessi costituiti dei grandi affaristi e dei politici”, continua Bregman.

“Negli anni 70 la presidenza della società passò a Milton Friedman e con lui il gruppo si radicalizzò.

Non c'era un problema al mondo per cui Friedman non desse colpa al governo. La soluzione, in qualsiasi caso, era il libero mercato. Disoccupazione? Sbarazzatevi del salario minimo. Scuole mediocri? Privatizzate l'istruzione. Sanità costosa? Privatizzate anche quella. Tossicodipendenze? Legalizzate le droghe e che sia il mercato a fare il miracolo.

Serviva solo uno choc per far trionfare queste idee. La crisi arrivò nell’ottobre del 1973, quando l’Opec, l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, aumentò del 70% i prezzi del greggio e impose un embargo petrolifero a Stati Uniti e Olanda. L’inflazione schizzò alle stelle e le economie occidentali precipitarono nella recessione”.

“Questo era impensabile secondo la teoria di Keynes, eppure Friedman l'aveva prevista.

L'ascesa del neoliberismo fu una specie di staffetta, con i think tank che passavano il testimone ai giornalisti che a loro volta lo passavano ai politici. L'ultima frazione fu affidata a due dei più potenti leader dell'Occidente, Roland Reagan e Margaret Thatcher.

A ripensarci adesso,” conclude Bregman, “l'arrivo di Friedman fu l'alba di un'epoca in cui gli economisti sarebbero diventati i pensatori guida dell'Occidente. In questa epoca ci troviamo ancora oggi”.

 

La “deregulation”

Una delle misure del New Deal era stata la regolamentazione finanziaria, tra cui spiccava  il divieto alle banche di eseguire contemporaneamente attività commerciali e di investimento.

Questa regolamentazione restò in vigore sino a circa la metà degli anni ’80, quando gli economisti neoliberisti convinsero i politici anglo-americani a “liberare” il sistema bancario convincendoli che sarebbero aumentate le opportunità di investimento e di crescita dell’intero sistema economico. Era l’inizio della “deregulation” sia in ambito industriale – privatizzazione dei trasporti, telecomunicazioni, fonti energetiche, ecc, - sia in ambito finanziario.

In quest’ultimo settore, gli anni ’90 videro una crescente ingegnerizzazione della finanza, con la nascita degli strumenti derivati, e si generò un mercato completamente non regolato, e lasciato libero di crescere.

“Effettivamente il mercato si espanse tanto,” scrive Luigi Longo (6), “sostenendo tassi di crescita che scavalcavano di gran lunga i dati dell’industria; per esempio i derivati passarono da un valore nominale di 106 mila miliardi di dollari nel 2001 a 531 mila miliardi nel 2008”. Tutto questo fu favorito anche dalla globalizzazione dei mercati.

 

Dopo Lehman Brothers

Ma il 15 settembre 2008 crollò Lehman Brothers, innescando la più grossa crisi dagli anni trenta del secolo scorso. “D'un tratto l'intero settore bancario globale parve sul punto di cadere come un castello di carta”, annota  Bregman. “Nei mesi seguenti crollarono e presero fuoco un dogma via l'altro del libero mercato. L'ex presidente della Federal Reserve americana, Alan Greenspan, era esterrefatto. Lui stesso ammise, due anni dopo, che la sua fede nel capitalismo aveva subito una forte scoppola. Eppure oggi una riforma radicale del settore bancario è ancora di là da venire. A Wall Street i banchieri stanno incassando i bonus più pingui dai giorni del crollo e le riserve di capitale delle banche sono ridicole come sempre”.

Giustamente l’autore si chiede: perché uno choc così forte non ha inciso sul modello economico?

Mentre “dopo l'undici settembre del 2001, la minaccia islamica, di cui negli ambienti di destra negli USA già si parlava ampiamente - ma con poco successo - negli anni ‘90, è diventata un’ossessione collettiva” che ha toccato tutto l’Occidente, questo non si è ripetuto nel 2008.

La risposta che Bregman si dà è non c'erano “vere alternative a portata di mano. Nessuno aveva fatto il lavoro di base su cui fondare un modello diverso” come invece, a suo tempo, aveva fatto la scuola neoliberista.

Concorda con questa lettura anche Mauro Ma gatti (7) quando scrive: “Dalla crisi finanziaria del 2008, si possono ricavare due notizie, una buona e l'altra cattiva. Quella buona è che questa crisi ci sta dicendo che il modello così non tiene, che è una follia: questo è un dato di fatto. La notizia cattiva è che se il sistema crolla, ne scaturisce un conflitto le cui dimensioni non sono nemmeno conoscibili.

L'elemento positivo è che questa crisi ha fatto maturare in quote della popolazione, minoritarie ma non del tutto irrilevanti, la consapevolezza che questo modello di mercato va cambiato e che, per stare meglio, bisogna accedere ad altri tipi di beni, come quelli relazionali”.

“Per questo motivo abbiamo bisogno di pensatori che non siano solo pazienti, ma abbiano il coraggio di essere ‘utopisti’ ”, chiosa Bregman.

 

1 Fonte: vatican.va

2 Fonte: borsaitaliana.it

3 Fonte: treccani.it

4 Vedi nota 2

5 Utopia per realisti, vedi pag. 25

6 Fonte: startingfinance.com

7 Vedi: La libertà immaginaria, in Gruppi Famiglia n. 88

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Si dice che la Storia è maestra di vita. Condividiamo?

•          Se potessimo tornare indietro nel tempo, cosa vorremmo cambiare nella nostra vita?

•          Cosa vorremmo che non fosse successo nella nostra società?

•          Pensiamo di fare abbastanza per migliorare la società, oppure pensiamo di non poter far nulla?

•          Utopia: siamo ancora capaci di sognare?

 

7-OLTRE IL PIL

Non c’è solo il Prodotto Interno Lordo.

Non c’è un unico modello di sviluppo, anche se fanno di tutto per convincerci del contrario.

 

In base ai criteri con cui è calcolato il PIL, le peggiori famiglie americane sono quelle che funzionano sul serio come famiglia.

La decrescita “serena” presuppone la progettazione di soluzioni sofisticate, molte delle quali sono ancora da inventare.

Il business sociale non distribuisce dividendi ma è dedito alla risoluzione di problemi umani.

L’ economia circolare è in grado di coniugare obiettivi apparentemente opposti come profitto, sviluppo, conservazione della natura, equa distribuzione del benessere.

 

A cura della Redazione

Nel mondo politico economico italiano da tempo si dibatte intorno al PIL: non cresce abbastanza rispetto agli altri paesi europei, il rapporto debito/PIL è troppo elevato, e così via.

Sembra che il PIL sia diventato l’unico parametro per definire lo stato di “salute” del Paese. Ma è davvero così?

 

PIL e capitalismo

L'idea che il PIL fornisca tuttora una valutazione accurata del benessere sociale”, scrive Rutger Bregman (1), “è uno dei miti più radicati nella nostra epoca. Eppure, fino a 80 anni fa, il PIL non esisteva. Fu solo durante la grande depressione che si sentì la necessità di definire uno strumento matematico in grado di calcolare l'andamento dell'economia e le capacità produttive del paese, e si gettarono le basi su quello che sarebbe diventato il PIL.

Il PIL fu un eccellente metro di valutazione della forza degli Stati Uniti in tempo di guerra ma c’è da chiedersi se, nella nostra epoca, questo sia ancora valido”.

Il PIL, spiega Muhammad Yunus (2), “misura il valore monetario di tutti i beni e servizi prodotti entro i confini di un paese in uno specifico periodo di tempo.

La società umana però è un tutto integrato e consiste in molto di più nell'attività economica segnalata dal PIL.

Le attività che non comportano trasferimenti di denaro non vengono contemplate nel calcolo del PIL, vale a dire che, in effetti, molte delle cose che gli esseri umani reali apprezzano di più sono trattate come se non avessero alcun valore”.

In altre parole, conclude Yunus, “il PIL può misurare con precisione il comportamento egoista dell'uomo capitalista, ma non coglie il successo dell'uomo reale”.

 

Cosa resta fuori

Al di fuori del calcolo del PIL, riprende Bregman, “restano il volontariato, l'aria pulita, il lavoro domestico, la cura dei figli, ecc., tutte attività che nel complesso rappresentano più della metà del nostro agire”, attività che in Gran Bretagna farebbero crescere il PIL del 74%.

“Oltre a essere cieco verso tante cose buone”, continua l’autore, “il PIL cresce grazie a tante sofferenze umane. Per paradosso il cittadino ideale che fa crescere il PIL sarebbe uno scommettitore compulsivo con il cancro in una fase di divorzio con po' complicato che può reggere solo mandando giù manciate di antidepressivi e che si scatena nel black friday dando l'assalto ai grandi magazzini”.

Fuor di paradosso, “malattie mentali, obesità, inquinamento, criminalità fanno, indirettamente, crescere molto il PIL. È anche per questo che un paese con il massimo PIL pro capite al mondo, gli Stati Uniti, è in testa nella classifica dei problemi sociali.

In questa logica, le peggiori famiglie americane sono quelle che funzionano sul serio come famiglia: cucinano quello che mangiano, escono a passeggio dopo cena e discutono invece di affidare i figli alla cultura commerciale”.

Sulle stesse posizioni si trova Serge Latouche (3).

Secondo l’autore: “Il PIL non tiene conto della salute dei nostri figli, della qualità della loro istruzione, del divertimento dei loro giochi, della bellezza della nostra poesia o della solidità dei nostri matrimoni.

Paradossalmente gli incidenti d'auto aumentano il PIL perché cresce il volume di affari, anche se ignora la sofferenza delle famiglie coinvolte negli incidenti automobilistici.

Questa caratteristica paradossale del PIL è stata definita da Ivan Illich come ‘disvalore’, cioè quel genere di perdita che non può essere valutato con categorie economiche”.

 

Oltre il PIL

“Già nel lontano 1972”, scrive Bregman, “il re del Bhutan propose di passare alla misurazione della ‘felicità nazionale lorda’, dato che il PIL ignorava certi aspetti cruciali della cultura e del benessere”.

Purtroppo, annota l’autore, “la felicità sembra una qualità arbitraria da quantificare e monodimensionale non meno del PIL. Infatti, nella vita hanno anche un ruolo di rilievo i tracolli, la tristezza i dolori”.

“Vi sono altri indicatori che cercano di superare gli inconvenienti del PIL” scrive Latouche, e tra questi l'Indicatore del progresso autentico (GPI, acronimo di Genuine Progress Indicator).

Questo, come altri indicatori, “estende la valutazione ad aspetti dimenticati o a correggere con altri dati il peso del PIL per rappresentare il benessere”.

L’aspetto interessante, sottolinea Latouche, e che “se seguiamo i grafici dell'evoluzione del PIL e del GPI vediamo che a partire dagli anni ‘70, negli Stati Uniti, le tendenze divergono.

Mentre il PIL, cioè il ben-avere, continua il suo trend di crescita”, il GPI, ovvero il ben-essere si stabilizza e non cresce più.

“Se, facendo un passo ulteriore, cercassimo di risalire dal benessere alla felicità, lo scarto, per quanto possa essere misurato, sarebbe impietoso.

Infatti, la ricchezza non è una causa necessaria della felicità”, conclude Latouche; “si può concepire la felicità materiale con poca ricchezza ed è possibile un’infelicità largamente diffusa accanto a grandi quantità di ricchezze”.

È quindi possibile “misurare le diverse dimensioni del benessere”, afferma in un’intervista Enrico Giovannini (4), “ma il vero problema è mettere queste misure al centro delle scelte politiche.

Ed è su questo che in Italia si sono fatti importanti passi avanti, con due iniziative per le quali mi sono personalmente impegnato: l’inclusione dei BES (indicatore del benessere equo e sostenibile) nel processo di programmazione economica e finanziaria e la recente decisione di costituire, presso la Presidenza del Consiglio, la Commissione nazionale per lo sviluppo sostenibile”.

Come si può notare dal diagramma di questa pagina, estratto dalla Relazione 2018 del Ministero dell’Economia e delle Finanze, l’andamento previsto tra PIL e RDA (reddito disponibile), risulta divergente come già visto per PIL e GPI.

 

Oltre un certo capitalismo

Sono ormai molte le scuole economiche e di pensiero nate per proporre modelli alternativi, dove la legge non è (solo) quella del profitto e dove si cercano ricette per costruire e diffondere un mercato sostenibile. Di seguito ve ne proponiamo alcune.

 

La decrescita

Un modello alternativo al capitalismo rampante è quello che propone Latouche: l’economia della “decrescita”.

“Quando si parla di decrescita”, scrive l’autore, “molti spesso protestano accusandoci di voler far ritornare il mondo all'età della pietra, anche se noi la consideriamo una battaglia per il futuro.

La decrescita pone due questioni filosofiche. La prima assume un significato politico che si può riassumere con la frase: come salvarsi dal progresso senza essere reazionari. La seconda assume invece un valore etico: in quale misura la scelta volontaria della sobrietà corrisponde alle esigenze della decrescita?”.

La risposta alla prima questione, secondo l’autore, “è che decrescita non significa recessione ma reclamare il progresso della bellezza delle città e dei paesaggi, il progresso della purezza nelle falde che ci forniscono l'acqua potabile, il miglioramento dell'aria che respiriamo e del sapore degli alimenti che mangiamo.

La realizzazione di questo programma di regresso presuppone la progettazione di soluzioni sofisticate, molte delle quali sono ancora da inventare.

Sarebbe ingiusto definire i sostenitori della decrescita come tecnofobi e reazionari semplicemente perché richiedono di avere voce in capitolo sul progresso e la tecnica, una rivendicazione minima per l'esercizio della cittadinanza”.

Per la seconda questione, Latouche annota che “la decrescita è spesso considerata una scelta di semplicità. Questo invito alla scelta della semplicità, alla frugalità, all'economia sostenibile è condivisibile, ma si corre tuttavia il rischio che rimanga un pio desiderio perché l'imposizione di forme di austerità, vissute come un obbligo morale, è nel contempo inefficace e spesso controproducente. Infatti, la logica globale è più forte del nostro volontarismo personale.

Per decrescere si pongono due strade a livello individuale: la prima, consumare meno, è la sobrietà; la seconda autoprodurre e scambiare secondo la logica del dono. Solo chi non sa fare nulla è condannato a diventare un consumatore accanito. Per ritrovare il senso della misura, è importante articolare l'etica della decrescita volontaria con un progetto politico collettivo”.

 

Il Commons collaborativo

“Un nuovo sistema economico - il Commons collaborativo - sta facendo il suo ingresso sulla scena mondiale”, scrive Jeremy Rifkin (5).

Alla base vi è “l’economia digitale che rivoluzionerà l’economia globale in ogni suo aspetto, stravolgerà il modus operandi in pressoché tutti i settori produttivi e recherà con sé opportunità economiche e modelli d’impresa assolutamente inediti”.

Questa rivoluzione tecnologica “metterà milioni (e presto centinaia di milioni) di prosumers (produttori e allo stesso tempo consumatori) in condizione di autoprodurre e condividere energia, così come una sempre più nutrita serie di oggetti realizzati mediante stampa 3D, a costi marginali quasi zero”. Il segreto consiste, secondo l’autore, nella “combinazione fra l’Internet delle comunicazioni, l’avviata Internet dell’energia e la nascente Internet dei trasporti e della logistica automatizzati”.

Questi tre elementi stanno “dando vita all’Internet delle cose (IDC), la piattaforma di una Terza rivoluzione industriale che nei prossimi decenni trasformerà profondamente l’economia planetaria”.

“Grazie al carattere distribuito e paritario dell’Internet delle cose, milioni di piccoli soggetti - imprese sociali e individuali - saranno messi nelle condizioni di cooperare pariteticamente in Commons collaborativi, instaurando economie di scala laterali” che elimineranno gran parte dei processi di intermediazione che oggi tengono alti i costi dei prodotti.

“Questa fondamentale trasformazione tecnologica del modo in cui l’attività economica è organizzata e portata a dimensioni di scala”, auspica Rifkin, “prelude a un grande mutamento nel flusso del potere economico, che dalle mani di pochi soggetti passerà a quelle delle masse, con conseguente democratizzazione della vita economica”.

Di tutto ciò possiamo cogliere le anticipazioni nei servizi di car-sharing e nell’affitto on-line di stanze e appartamenti. “Al ‘valore di scambio’ sul mercato si va sempre più sostituendo il ‘valore della condivisione’ nel Commons collaborativo”.

 

Il business sociale

Secondo Yunus, “l'attuale motore del capitalismo deve essere riprogettato pezzo per pezzo, o sostituito con motore del tutto nuovo.

Un elemento fondamentale del nuovo motore economico è il business sociale, cioè aziende che non distribuiscono dei dividendi ma sono dedite alla risoluzione di problemi umani.

“Quando creo un business sociale”, continua Yunus, “permetto al lato altruistico della mia personalità di esprimersi attraverso un'attività economica. Il pensiero economico tradizionale lo ritiene impossibile; dice che l'altruismo non può entrare nel mondo del business e che si può esprimere soltanto nel mondo delle iniziative caritative.

Lasciamo invece che siano i giovani a decidere quale tipo di business preferiscono perseguire, o magari un po' di entrambi, in momenti diversi della loro vita o addirittura insieme”.

“Per creare una nuova contro-economia, più completa, più accurata e più efficace, dobbiamo sostituire i tre postulati fondamentali del pensiero economico dominante”, prosegue Yunus.

“In primo luogo, dobbiamo sostituire il postulato che l'egoismo sia la forza trainante fondamentale di ogni progresso economico, con il nuovo postulato che le persone sono sia egoiste sia altruiste e che entrambe le motivazioni si possono applicare all'attività economica.

In secondo luogo dobbiamo rimpiazzare il postulato che quasi tutte le persone siano destinate a spendere la loro vita e lavorando per gli altri con il nuovo postulato che tutti nascono imprenditori, con una dote illimitata di capacità creative.

In terzo luogo, dobbiamo riprogettare tutto il sistema finanziario perché funzioni in modo efficiente anche per le persone che si trovano al fondo della scala economica”.

 

L’economia civile

Questo modello ha diversi punti di contatto la proposta di business sociale di Yunus ed è stata proposta, a partire dal 1991, dal Movimento dei Focolari (6).

“Il suo scopo è quello di formare nuovi imprenditori che liberamente condividano gli utili per sostenere alcuni valori di base: la riduzione della miseria/esclusione, la diffusione della cultura del dare e della comunione, lo sviluppo dell'azienda e la creazione di posti di lavoro; imprenditori che vivano la loro impresa come vocazione e servizio al bene comune e agli esclusi di ogni latitudine e contesto sociale”.

Stefano Zamagni, in una intervista ad Avvenire (7) prova a sintetizzarla con la parola civitas.

“Il sostantivo civitas, significa 'cittadinanza, comunità', da cui discende l’aggettivo civilis. 'Politico', invece, viene dal greco polis, che ha un’altra accezione. Le polis antiche fondavano colonie che restavano loro sottomesse, la civitas romana si espandeva estendendo i diritti di cittadinanza ai popoli conquistati. Che non erano più sudditi, ma cittadini. Questo può fare l’economia civile: liberare l’economia, in modo che nessuno sia più schiavo”.

 

L’economia circolare

“Lo scenario delle previsioni sui rischi della scarsità delle risorse e il progressivo superamento da parte del pensiero scientifico del principio della crescita come processo da perseguire ad ogni costo, ha stimolato l’elaborazione di proposte per un’inversione del sistema economico da un modello lineare a un modello circolare”, scrive Maria Giuseppina Lucia (8).

“L’economia circolare si può definire come un sistema che sostituisce la nozione di fine vita di un prodotto con il concetto di recupero e di riciclo, avviando il processo già dalla fase del design in modo da realizzare oggetti di agevole riutilizzazione. A ciò si aggiunga l’impiego di energie rinnovabili, l’eliminazione di sostanze nocive per l’ambiente e la ricerca di materiali alternativi alle risorse tradizionali ormai sempre più scarse.

Questo tipo di economia è in grado di coniugare obiettivi apparentemente opposti come profitto, sviluppo, conservazione della natura, equa distribuzione del benessere”.

“Nonostante alcuni studiosi manifestino dubbi sulla possibilità dell’affermazione a grande scala della circular economy”, sottolinea Lucia, “vi sono esempi che dimostrano la possibilità di applicare il concetto di sostenibilità al sistema economico a scala globale.

La transizione verso la sostenibilità è comprovata anche dall’affermazione della pratica della condivisione (vedi sopra il concetto di Commons) che, sostituendo l’uso al possesso di un bene, introduce nel sistema degli scambi i principi dell’economia circolare e perciò dei principi dello sviluppo sostenibile.

 

Conclusioni

In questo lungo articolo siamo passati dalla critica di un certo modello di sviluppo alla presentazione sommaria di modelli alternativi. Come l’attuale modello di sviluppo punta a coltivare l’egoismo dei singoli, così i modelli alternativi sottolineano temi quali l’autoproduzione, l’imprenditorialità, la democrazia, un altro modo di fare finanza, l’attenzione ecologica, la condivisione, l’altruismo.

Si tratta solo di utopie? Ma senza utopie non saremmo arrivati alla civiltà attuale. “Il filosofo John Stuard Mill, vissuto nella prima metà dell’Ottocento, credeva addirittura che gli uomini e donne fossero uguali”, scrive Bregman, “mentre oggi vi sono stampanti 3D che sfornano intere strutture di cellule staminali”.

 

1 Utopia per realisti, vedi pag. 25

2 Un mondo a tre zeri, vedi pag. 25

3 La scommessa della decrescita, vedi pag. 25

4 Fonte: Il Blog di Orazio Parisotto

5 Fonte: espresso.repubblica.it e La società a costo marginale zero, vedi pag. 25

6 Fonte: edc-online.org

7 Fonte: aipec.it

8 Verso un’economia della sostenibilità, vedi pag. 25

 

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Siamo felici della nostra vita?

•          A nostro avviso, fino a che punto i soldi fanno la felicità?

•          Tra i vari modelli alternativi al capitalismo neo liberista quale ci convince di più? Perché?

•          Sergio Marchionne era anche laureato in filosofia. Oggi c’è ancora spazio per i “pensatori”?

 

8-IL LAVORO OGGI

Lavoro dipendente e lavoro autonomo

Lavorare meno e lavorare tutti

 

Evitiamo di educare i nostri figli in modo che credano che la loro vita inizi con un posto di lavoro.

Per chi lavora, dovendo scegliere tra avere due settimane in più di stipendio o due settimane libere, i due terzi sceglie il tempo libero.

Non si tratta solo di “liberare” il lavoro. Si tratta anche di creare una nuova economia.

 

A cura della Redazione

Due sono i temi sviluppati in questo articolo, anche se hanno in comune un elemento base: il desiderio che tutti abbiano la possibilità di lavorare, e degnamente.

Di fronte al diminuire del lavoro dipendente cresce la consapevolezza che l’epoca del posto fisso è terminata e occorre riprendere in considerazione il lavoro autonomo.

 

Creatori di lavoro

Su questo primo tema, l’Instrumentum laboris (1) della Settimana Sociale dei Cattolici che si è svolta a Cagliari, afferma: “Molti giovani, legittimamente si chiedono: ‘ci sarà un lavoro anche per me quando avrò finito gli studi?’ ”. Ma occorre “che, al tempo stesso, un sempre maggior numero di giovani si ponga anche un’altra domanda: ‘quanti posti di lavoro sarò capace di creare, finiti gli studi?’. Promuovere una cultura d’impresa significa investire sulla capacità di essere protagonisti delle propria vita. Per far ciò, crediamo sia necessario sostenere la ‘creatività’ dei giovani” (n. 10).

Questo pensiero è largamente condiviso anche da Muhammad Yunus.

 

Il banchiere dei poveri

Yunus è un economista bengalese che ha fondato nel 1977 della Grameen Bank in Bangladesh, oggi presente in 57 pesi in ogni parte del mondo.

Si tratta di una banca (2) che presta denaro a tutti coloro che non possono offrire alcuna garanzia e quindi si trovano esclusi dal sistema bancario tradizionale e sono preda degli strozzini.

Il denaro viene prestato a precise condizioni: che chi lo riceve, in grandissima parte donne, utilizzi il denaro per migliorare delle sue condizioni di vita (dall’acquisto di una capra a quello di una macchina per cucire). Il mancato pagamento di una o più rate del prestito, se giustificato, non crea sfiducia ma un sostegno a superare le difficoltà intercorse. In questo modo l’insolvenza è bassissima (1,15%).

In questi quarant’anni Yunus (3) ha realizzato molte altre iniziative, tutte orientate a stimolare le capacità imprenditoriali delle persone. Scrive l’autore: “Ai giovani non viene mai detto che sono nati con due possibilità: possono essere cercatori di posti di lavoro o creatori di posti di lavoro, imprenditori a pieno diritto, anziché dover fare affidamento sulla fortuna di ottenere un lavoro da altri imprenditori”.

 

Nuovi imprenditori

Coloro che si appoggiano alla Grameen vengono fortemente incoraggiati a far studiare i figli. In quest’ottica la banca ha sostenuto i giovani con prestiti per lo studio. Ma cosa fare se, una volta laureati, non trovano lavoro?

È nato così il programma Nobin che mira a fornire agli aspiranti creatori di business un finanziamento anziché dei prestiti. Le risorse economiche sono assicurate da quattro fondi per il business sociale.

“Si tratta di un investimento sostenibile e diretto di un'attività economica concepita dalla persona senza lavoro”, scrive Yunus. “La nostra azione si orienta direttamente alla persona di cui si deve risolvere il problema”.

Nel 2008 l’autore ha avviato la Grameen anche negli USA con risultati immediati e positivi. “Molte donne”, scrive Yunus, “con retroterra assai diverso tra di loro, si sono entusiasmate alla possibilità di avere accesso al credito per poter avviare una propria attività o per espandere le piccolissime imprese di cui erano già titolari”.

L’autore si auspica che la diffusione dell'imprenditorialità possa accelerare il benessere. “Mentre oggi si fa affidamento su i benefici del welfare o sulle iniziative caritatevoli private, potremo avere un nuovo sistema in cui chiunque può sfruttare le opportunità offerte dal libero mercato per sostenere la propria famiglia e per contribuire al progresso della società”. Quando ciò avverrà, conclude l’autore, “gli uffici di collocamento non avranno più il compito di trovare un posto di lavoro alle persone punte, dovranno invece affrontare la sfide che comporta convincere le persone a essere disposte a lavorare per altri”.

 

I “regali” della globalizzazione

Partendo da questo auspicio, in parte utopico, continuiamo il nostro cammino nel mondo del “possibile” affrontando il secondo tema: la riduzione dell’orario di lavoro.

“Nel 1930 l’economista britannico Keynes in una conferenza dichiarò che entro il 2030 l'umanità avrebbe lavorato appena 15 ore la settimana”, scrive Bregman (4).

“Naturalmente questa non era l'opinione di molti datori di lavoro perché pensavano che maggiore tempo libero da parte dei dipendenti sarebbe solo sfociato in più criminalità, debiti e degrado. Eppure in quello stesso periodo fu proprio Henry Ford il primo a introdurre la settimana lavorativa di 5 giorni. La gente gli chiede del pazzo. Poi lo imitò. Ford, capitalista fino al midollo, aveva scoperto che in realtà una settimana più corta aumentava la produttività fra i dipendenti. Infatti, un operaio riposato era un operaio più efficiente.

Nel 1956 Richard Nixon, allora vice presidente, promise agli americani che in un futuro non troppo remoto la settimana lavorativa sarebbe stata di soli quattro giorni.

Ma negli anni 80 del secolo scorso le riduzioni della settimana lavorativa conobbero un brusco stop. Da allora la crescita economica si tradusse non in più tempo libero ma in più roba.

Oggi, secondo uno studio condotto da Harvard i manager e i professionisti occidentali, grazie alle tecnologie moderne, passano dalle 80 alle 90 ore la settimana ‘lavorando o monitorando il lavoro e restando reperibili’. Secondo una ricerca coreana lo smartphone fa lavorare il dipendente medio 11 ore in più la settimana”.

Un po’ come a metà Ottocento, quando la media delle ore settimanali lavorate era ottantaquattro (5), anche se allora si trattava di lavoro manuale e non intellettuale.

La spiegazione più accreditata di questa involuzione, scrive Barman (6), “sembra essere la decisione di chi era al comando di revocare unilateralmente la mutua dipendenza di capitale e lavoro: fu una decisione innescata dalla globalizzazione, ma prontamente spalleggiata, e addirittura incitata, dallo Stato attraverso lo smantellamento sistematico sia dei limiti imposti all’avidità dei capitalisti, sia del quadro di riferimento e del tessuto connettivo che permetteva di tutelarne le vittime”.

“La liberalizzazione delle regolamentazioni e dei vincoli normativi è stata a dir poco a senso unico”, continua Bauman. “I capitalisti, emancipati dalle regole ideate e imposte dalla politica, hanno approfittato delle nuove libertà innanzitutto per avvolgere il lavoro una fitta rete di nuove restrizioni giuridiche e toglierli tutti gli spazi decisionali che era riuscito a conquistarsi negli anni della dipendenza reciproca tra capitale e lavoro”.

 

Orari di lavoro

Per chi un lavoro sicuro è riuscito a mantenerlo o a conquistarlo, le quaranta ore settimanali (più straordinari) sono tollerabili, eppure in Europa vi sono diversi paesi in cui si lavora di meno (7).

In Francia, da quasi vent’anni, l’orario di lavoro è di 35 ore, lo stesso vale per il Belgio. In Danimarca e Norvegia si lavora 33 ore a settimana, in Olanda si scende a 29.

Non siamo ancora arrivati alle 15 ore alla settimana, ma ci stiamo avvicinando.

In Germania, nella regione del Baden-Wuerttenberg, è stato raggiunto un accordo tra sindacati e industriali che consente ai dipendenti che devono occuparsi di un bambino e di un parente malato di chiedere la riduzione dell’orario a 28 ore per un periodo di tempo che va dai 6 mesi ai 2 anni.

Bregman cita un interessante esempio. “Negli anni 80 del 900 i dipendenti della Apple erano soliti indossare magliette con la scritta ‘Lavoro 90 ore la settimana e mi piace’. In seguito è stato calcolato che se avessero lavorato la metà il rivoluzionario computer Macintosh sarebbe entrato in produzione un anno prima”. E continua: “Ci sono forti indizi del fatto che in una moderna economia della conoscenza persino quaranta ore la settimana sono troppe. Alcuni studi indicano che una persona che fa costantemente ricorso alla propria creatività può essere produttiva per non più di 6 ore il giorno, in media”.

 

Perché lavorare meno

“Lavorare di meno comporta alcuni vantaggi”, continua Bregman. “Si ridurrebbero gli incidenti sul lavoro perché chi è stanco si distrae più facilmente e commette più errori.

Potrebbe anche ridurre la disoccupazione perché, in tempi di recessione con picchi di disoccupati e offerta produttiva che eccede la domanda, condividere i posti di lavoro può aiutare ad attutire l'impatto della crisi”.

Potrebbe essere anche una risposta per contenere gli affetti negativi dell’automazione.

“Molti studi attestano che nei prossimi vent'anni negli Stati Uniti il 47% dei posti di lavoro rischia di venire cancellato dal l'automazione” scrive Bauman. “L'automazione, infatti, riduce il fabbisogno di lavoro in un settore, ma non è detto che lo crei altrove”.

Infatti, chiosa Bregman, “i robot sono diventati una delle più forti ragioni a favore della settimana lavorativa più corta”.

Tempi di lavoro più contenuti ridurrebbero dunque gl’infortuni, conterrebbero l’effetto negativo della recessione legata agli sviluppo perversi della globalizzazione neo liberista e l’impatto dell’automatizzazione delle produzioni industriali.

 

Più lavoro di cura

Ma vi sarebbero anche significati effetti positivi.

“Incredibilmente”, continua Bregman, “aumenterebbe anche l'uguaglianza di genere tra maschi e femmine. Fino a quando gli uomini non faranno la loro giusta parte di pulizie, cucina e altri lavori domestici le donne non saranno libere di partecipare in pieno all'economia in senso più ampio. Però questi cambiamenti non dipendono solo dalla scelta del singolo maschio, anche la legge può svolgere un ruolo importante.

In quest'ottica”, secondo l’autore, “è cruciale il congedo di paternità. I maschi che stanno qualche settimana a casa dopo la nascita di un figlio dedicano più tempo alla moglie, ai bambini e ai fornelli. Inoltre questo effetto dura per il resto della vita. Una ricerca svolta in Norvegia ha dimostrato che gli uomini che vanno in congedo di paternità nel 50% dei casi dedicheranno in seguito più tempo alle faccende domestiche e ai bambini”.

Più in generale, scrive su questo tema l’Instrumentum laboris di Cagliari, la diminuzione delle ore di lavoro permetterebbe alle persone di disporre di più ore per il lavoro di cura, “inteso come assistenza - il prendersi cura - dei bambini, degli anziani, dei più deboli, in famiglia e nei quartieri e nelle comunità di riferimento, e per la coltivazione delle relazioni e della propria umanità.

L’idea sottostante questo nuovo modo di concepire il lavoro è che una persona non è pienamente umana se non sa prendersi cura degli altri. Un tempo di lavoro ridotto e una maggiore capacità di cura a favore di chi ne ha bisogno permetterebbero allo Stato di risparmiare in alcune spese di assistenza, e la riduzione dell’orario di lavoro, reso possibile dallo sviluppo delle nuove tecnologie, permetterebbe a più persone di lavorare. Le imprese sociali potrebbero fare da start up in questa impresa che è prima di tutto culturale. Ripartire le attività di cura nella collettività, come parte integrante del lavoro permetterebbe anche uno sguardo nuovo sul lavoro femminile e di chi ha meno possibilità”.

 

Come fare?

Come si fa a ridurre l'orario di lavoro?

“Innanzitutto”,sostiene Bregman, “vanno invertiti gli incentivi. Attualmente al datore di lavoro costa meno far fare lo straordinario a una persona che non assumere due persone part-time. Questo perché molti costi del lavoro, come le trattenute sanitarie, sono pagati per dipendenti invece che per ore.

E questo succede perché noi come singoli non possiamo decidere unilateralmente di iniziare a lavorare di meno perché rischieremmo di perdere lo status sociale, occasioni di fare carriera, ecc. Per spezzare questo circolo vizioso sarà necessaria l'azione collettiva delle aziende o, ancor meglio, delle nazioni”.

 

1 Fonte: settimanesociali.it

2 Il banchiere dei poveri, vedi pag. 25

3 Un mondo a tre zeri, vedi pag. 25

4 Utopia per realisti, vedi pag. 25

5 Retrotopia, vedi pag. 25

6 Marcello Flores, Storia dei diritti umani, Il Mulino, Bologna 2008

7 Fonte: ilfattoquotidiano.it

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          A nostro avviso, perché dobbiamo incoraggiare i nostri figli a studiare?

•          Lavorare in proprio: scelta o necessità?

•          Se lavorassimo di meno, come impiegheremmo il tempo “libero”?

•          La parità di genere ci va bene a parole o anche nei fatti?

•          Il congedo di paternità: saremmo disposti a richiederlo? Se no, perché?

 

9-Reddito di cittadinanza

Meglio soldi gratis ai più poveri o incentivi per il trovare un lavoro?

 

I soldi gratis portano nei paesi più poveri a un calo della criminalità, della mortalità infantile, della malnutrizione, delle gravidanze di minori e della dispersione scolastica.

L’estensione del reddito di cittadinanza, là dove è stato sperimentato, è risultata impossibile non dal punto di vista dei risultati ma dal punto di vista politico.

 

A cura della Redazione

Parlare di reddito di inclusione oppure di reddito di cittadinanza significa, in questo momento, entrare a piè pari in un confronto politico che può assumere toni molto accesi.

Ma questo numero è orientato all’utopia e quindi, pur partendo da concetti relativamente noti, proveremo a spingerci oltre anche su questo tema.

prendiamo le mosse da una considerazione ben evidenziata dai media: da tempo il numero dei soggetti che vivono in condizioni di povertà assoluta è in costante aumento (1), mentre il numero dei disoccupati continua a rimanere alto.

Il rimedi che sono già operativi o che vengono proposti, reddito di inclusione e di reddito di cittadinanza, differiscono per gli importi erogati (2) ma entrambi esigono da parte di coloro che ne usufruiscono percorsi di ricerca attiva dell’occupazione: se questa dovesse mancare il sussidio sarebbe tolto.

Queste iniziative vengono presentate come misure di welfare, per garantire un reddito minimo ai singoli e alle famiglie in difficoltà, ma in realtà sono misure di workfare (meglio di work to welfare) che condizionano il sussidio alla ricerca di un lavoro (3).

La Redazione del quotidiano Il Foglio (4) osserva che: “uno strumento del genere ha enormi problemi e costi: la burocrazia deve accertare le dichiarazioni dei disoccupati, formarli, trovare milioni di posti di lavoro inesistenti, ma soprattutto c’è un disincentivo a far da sé perché chi trova anche un lavoretto perde il sussidio (quindi è incentivato a lavorare in nero)”.

 

La burocrazia

In Italia ci sono 552 Centri Per l’Impiego (Cpi) che riescono a trovare un lavoro solo al 3% di chi bussa alla sua porta, di fronte all’obiettivo del 10-15%5.

I Centri Per l’Impiego tedeschi, scrive  Walter Rauhe (6) in un articolo, riescono ad avviare al lavoro il 13% dei disoccupati, anche se la stragrande maggioranza dei richiedenti attende in media più di due anni e mezzo prima di trovare un posto di lavoro. “Molti però non raggiungono nemmeno questo traguardo e vengono ‘posteggiati’ altrove e cioè in misure di riqualificazione professionale (il 43%), o sono costretti a seguire occupazioni socialmente utili (16%) o trovano autonomamente un nuovo impiego.”

I Cpi della Germania, comunque, dispongono di 11 miliardi l’anno contro i 750 milioni a disposizione dei Cpi dell’Italia!

 

Soldi gratis

Sempre Il Foglio osserva: “Paradossalmente un sussidio incondizionato, dato anche a chi se ne sta sul divano, sarebbe molto più efficiente, economico e meno distorsivo: se sei povero lo Stato ti dà il minimo per vivere senza troppa intermediazione burocratica”.

Questa idea “provocatrice” è condivisa a livello internazionale da diversi pensatori che sono critici nei confronti dell’attuale modello di sviluppo della nostra società.

“È vero che i soldi gratis impigriscono la gente?”, si domanda Rutger Bregman (7). “Peccato non sia vero, almeno se stiamo alle prove. Le ricerche condotte in tutto il mondo ci offrono prove che lo confermano: il denaro gratuito funziona.

Queste ricerche hanno già correlato gli stanziamenti di contanti senza condizioni nei paesi più poveri a un calo della criminalità, della mortalità infantile, della malnutrizione, delle gravidanze di minori e della dispersione scolastica, e anche ai migliori risultati in classe, alla crescita economica e l'uguaglianza di genere.

I ricercatori dell'università di Manchester hanno riassunto i vantaggi di questi programmi in questi termini: le famiglie fanno buon uso dei soldi; la povertà cala; possono esserci svariati vantaggi a lungo termine quanto a reddito, salute ed entrate fiscali; questi programmi costano meno delle alternative perché evitano le sgrinfie rapaci dei burocrati.

L’idea dei soldi gratis è stata avanzata nel secolo scorso da economisti e filosofi e l'articolo 25 della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948) promette che un giorno avremo tutti un reddito universale di base”.

Ma attenzione: per Bregman “si tratta di un reddito non solo per pochi anni o soltanto nei paesi in via di sviluppo, o soltanto per i poveri, ma per tutti. Non come favore ma come diritto. Una rendita mensile sufficiente per campare anche se non muovi un dito”.

 

Perplessità e obiezioni

Krueger, l'ex capo dei consiglieri economici di Barack Obama, in un’intervista (8), ha affermato. “Stiamo facendo uno studio sul reddito di cittadinanza in Kenya basato sui comportamenti di 30 mila famiglie. Sono stati scelti a caso nei villaggi i cui abitanti con più di 18 anni avevano avuto 25 dollari al mese. Si è visto che li usavano per acquistare tarmaci e cibo, per pagare l'istruzione, per comprare le reti che servono a diventare pescatori e gli attrezzi per coltivare. Coprivano le necessità elementari ed è per questo che, secondo me, è in questi contesti che l'iniziativa assume un senso compiuto”.

Infatti, “nei sistemi meno sviluppati bisogna dare l'opportunità alla gente di vivere in piena dignità, garantendo il cibo e il tetto. Nel mondo occidentale è diverso”, ci sono necessità di altro tipo, come quella del lavoro in un contesto post-industriale.

Quanto afferma Krueger è un esempio delle perplessità riguardo all’idea di dare soldi gratis a tutti. L’obiezione principale è invece quella che questo provvedimento costerebbe troppo.

Fu questa l’obiezione, scrive Bauman (9),  che bocciò nel 1942 da parte del governo inglese il rapporto di William Beveridge su “Assicurazione sociale e servizi correlati”.

Si era agli albori dello Stato Sociale, e chi lo proponeva era un liberale che portò i precetti essenziali di questa ideologia fino alle loro ultime conseguenze logiche.

“Poiché per il liberalismo”, continua Bauman, “la libertà individuale rappresenta il supremo valore e il principale comandamento, per rendere adeguata giustizia a quel valore era necessario soddisfare le ‘condizioni materiali della libertà’.

Tali condizioni non erano (né sono) soddisfatte per una larga parte della società britannica e richiedevano (e richiedono) che la popolazione venga liberata dai cinque “grandi mali” della società: miseria, ignoranza, bisogno, disoccupazione e malattia.

Finché questi mali non saranno rimossi”, conclude Bauman, “la libertà rimarrà uno slogan vuoto, una beffa cocente”.

 

Tentativi e ostacoli

Se in Inghilterra la proposta fu bocciata nel secondo dopoguerra vi sono stati e vi sono nel mondo occidentale diversi esperimenti sul reddito di base.

In Finlandia (10) dal 2017 è stato garantito, in via sperimentale un reddito minimo fisso di 560 euro al mese a 2 mila cittadini disoccupati.

Nello Stato dell’Alaska fin dal 1982 tutti i cittadini ricevono un compenso in contanti come ricompensa per l’utilizzo delle risorse naturali del territorio (petrolio), anche se di soli 1000 dollari l’anno.

Ma, secondo Bregman, il più grosso esperimento al mondo di reddito di base di tutti i tempi fu effettuato in Canada per 4 anni a partire dal 1973.

Tutti gli abitanti di una cittadina di 13.000 abitanti avrebbero goduto di un reddito minimo in modo che nessuno scendesse sotto la soglia di povertà.

Per 4 anni andò tutto a gonfie vele ma poi salì al potere un governo conservatore che fermò l'esperimento senza analizzare i risultati conseguiti.

I dati raccolti furono analizzati solo nel 2009 con risultati sensazionali.

Politicamente si temeva che con il reddito annuo garantito la gente avrebbe smesso di lavorare e avrebbe iniziato a fare più figli.

Successe esattamente l'opposto. I giovani posticipano le nozze e la natalità crollò. Gli uomini che mettevano il pane in tavola non lavoravano affatto di meno, mentre le nuove mamme sfruttavano il sussidio per concedersi un permesso di maternità di parecchi mesi, e le studentesse per stare più a lungo sui banchi di scuola. La scoperta più notevole però fu che ricoveri ospedalieri calavano dell’8,5%.

Questo progetto aveva reso più sana l'intera cittadina.

Un esperimento analogo furono condotto negli Stati Uniti negli anni ’60 con analoghi risultati.

Il provvedimento non fu esteso a tutta la nazione perché per i repubblicani risultava troppo costoso e per i democratici risultava insufficiente come stanziamento.

In altre parole questo tipo di provvedimento è risultato impossibile dal punto di vista politico e non dal punto di vista dei risultati.

 

Inutile, pericola, iniqua

Il reddito di base è un’idea utopica e come tutte le utopie, annota Bregman, è sottoposta a tre tipi di critica: è inutile, pericolosa e iniqua.

Inutile

Sradicare la povertà negli Stati Uniti costerebbe solo 175 miliardi di dollari, meno dell’1% del PIL, un quarto della spesa militare del Paese.

Secondo uno studio svedese, risulta che la gente sia più disponibile alla solidarietà se può approfittarne personalmente. Più noi, la nostra famiglia e i nostri amici ci aspettiamo di guadagnare dalla previdenza pubblica, più siamo disposti a contribuirvi.

Pericolosa

Sicuramente alcune persone potrebbero decidere di lavorare di meno ma ci sono prove schiaccianti che confermano che la stragrande maggioranza vuole comunque lavorare, che ne abbia bisogno o meno. In realtà, non avere un lavoro ci rende profondamente infelici (vedi riquadro).

Iniqua

Al contrario, è il sistema previdenziale che è degenerato in un moloch fatto di controlli e umiliazioni. Ci vuole un esercito di assistenti sociali per guidare la gente nella giungla di domande e un'armata di ispettori per sbrigare le scartoffie.

Ci siamo accollati un welfare state proveniente da un'epoca passata in cui chi metteva il pane in tavola era di solito di sesso maschile e la gente trascorreva la vita intera a lavorare per la medesima azienda. Oggi basta guardarsi attorno. La maggior flessibilità del posto di lavoro esige che si crei anche una maggiore sicurezza.

 

La globalizzazione sta erodendo le buste paga del ceto medio. Il vecchio adagio “chi non lavora non mangia” è ormai abusato, è diventato una licenza per la disuguaglianza.

Il capitalismo, secondo Bregman, è una fantastica macchina per creare prosperità, eppure è proprio perché siamo ricchi come mai prima d'ora che oggi abbiamo i mezzi per completare il successivo passo nella storia del progresso: dare a chiunque la sicurezza di un reddito minimo.

 

1 Fonte: istat.it

2 Fonte: ilfattoquotidiano.it

3 Fonte: impiego.formez.it

4 Fonte: ilfoglio.it

5 Elisabetta Pagani, La Stampa, 11 giugno 2018

6 La Stampa, 11 giugno 2018

7 Utopia per realisti, vedi pag. 25

8 La Stampa, 3 giugno 2018

9 Retrotopia, vedi pag. 25

10 Fonte: ilsole24ore.com

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Secondo noi, il reddito di cittadinanza, senza contropartite, è pura utopia?

•          Se attuato, in quale misura potrebbe liberare la società da miseria, ignoranza, bisogno, disoccupazione e malattia?

•          Per noi, quanto è importante poter lavorare “bene”?

 

10-Tutti fannulloni?

C’è un’idea diffusa sul reddito di base universale: che aumenterebbero i fannulloni, i perdigiorno.

Senz’altro alcuni ne approfitterebbero per non far niente, ma la maggior parte delle persone non rinuncerebbe al lavoro, perché dà un senso alla vita.

Bregman porta l’esempio dei carcerati. Essendo sfamati e avendo un tetto sopra la testa, uno penserebbe che si godano il dolce far niente.

Invece in carcere usano come punizione proprio la proibizione di lavorare. Se un detenuto non si comporta bene, non lo fanno entrare in cucina o nelle officine.

Ci sono anche esempi letterali di come, in condizione di costrizione estrema - come i campi di sterminio nazisti o i gulag sovietici - il lavoro resti una fonte di dignità.

Scriveva Primo Levi: “Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del ‘lavoro ben fatto’ è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i nazisti, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”.

Analogamente Aleksandr Solzenicyn, nel libro Una giornata di Ivan Denisovic, ambientato nei gulag , parlando del protagonista, scrive: “Fece qualche rapido passo indietro per dare un occhiata al muro che aveva appena costruito. Non c’era male. E poi si avvicinò di corsa al muro per vedere la superficie esterna a destra e a sinistra.

Aveva un occhio che era meglio di una livella a bolla d’aria! Il muro era perfetto. Il braccio non era ancora invecchiato”.

 

11-Educare alla decrescita

Stiamo sprecando il fiore della nostra gioventù in attività finanziarie lontane dalla produzione di beni e servizi, in attività che generano alti compensi privati sproporzionati rispetto alla loro produttività sociale. James Tobin

 

Una mappa del mondo che non include Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo paese al quale l’umanità approda di continuo.

Oscar Wilde

Non è un'utopia completa quello che dovremmo desiderare, ma un mondo in cui immaginazione e speranza siano attive e vive.

Bertrand Russell

 

A cura della Redazione

 “Negli ultimi anni la disuguaglianza di reddito e di ricchezza è aumentata nella maggior parte dei paesi, compreso il nostro”, scrive Fabrizio Bernardi (1). “Per aumentare la mobilità sociale la risposta tradizionale è l’istruzione, considerata il grande ascensore sociale, e non c’è dubbio che in passato in parte lo sia stato”.

 

L’ascensore sociale è rotto

“Purtroppo oggi la visione della scuola come istituzione chiave per favorire la mobilità sociale ha almeno due problemi”, continua l’autore.

“Il primo: mentre gli studenti con brutti voti e di classe sociale bassa interrompono presto gli studi, quelli con brutti voti ma di classe alta tendono a proseguire. Così la scarsa riuscita scolastica è compensata in vari modi dalle risorse economiche, culturali o sociali della famiglia di origine.

Il secondo coglie un meccanismo che potremmo definire effetto ‘spintarella’. Vari studi recenti mostrano che lo stesso titolo di studio rende di più, in termini di reddito, a coloro che provengono da una famiglia di status socio-economico elevato.

Per far sì che le origini incidano meno sui percorsi degli individui, aumentando quindi la mobilità sociale, la soluzione più diretta è rendere più eguali le posizioni di partenza. Cioè ridurre la disuguaglianza di reddito e di ricchezza”. Ma la situazione italiana sembra andare nel verso opposto.

 

Pessimismo sul futuro

“Sta infatti pian piano venendo meno”, scrive Romano Prodi (2), “la convinzione che riuscire a fare laureare un figlio sia la migliore forma di investimento sul futuro della famiglia o che creare un'attività economica possa dare alle nuove generazioni una opportunità in più. Convinzioni sostituite da una quasi generalizzata disperazione sul futuro del nostro paese, insieme a una confusa speranza di poter trovare solo al di fuori dei confini nazionali o europei un'occasione di riscatto”. L’idea che dopo di noi le cose andranno meglio è al tramonto.

È un’opinione condivisa anche da Giorgio Chiosso (3) secondo cui assistiamo al “tramonto della convinzione (e dell'illusione) di un permanente progressivo incremento migliorativo delle condizioni di vita delle nostre comunità. Come è già capitato a molti nei secoli trascorsi di sperimentare condizioni di vita e di benessere inferiore rispetto a quelli fruiti dalle generazioni precedenti, i giovani di oggi si trovano precisamente di fronte a questa prospettiva”.

Si tratta, annota l’autore, di rimboccarsi le maniche, studiando e lavorando di più, ma sembra mancare, rispetto al passato, la consapevolezza realistica della situazione e la capacità di progettare il futuro.

Serve aiutare e sostenere i giovani a fare “un energico bagno nella realtà con le regole, i vincoli, gli obblighi che essa comporta”, senza farli rinunciare “a vivere ideali, a progettare situazioni nuove”.

 

Quali professioni

Se siamo realisti allora la proposta da seguire è quella che ci propone Gianpiero Dalla Zanna (4), e cioè scegliere “lavori che possano soddisfare alle aspettative di giovani che studiano (e dei loro genitori che li fanno studiare)”. Anche se gli studi scelti dovrebbero essere “più consoni ai lavori effettivamente disponibili, come dicono le preoccupanti statistiche sul ‘disallineamento’ fra carriere scolastiche dei nostri giovani ed effettiva richiesta del mercato”, pur rispettando le idealità degli interessati.

Però le professioni che davvero “rendono” oggi sono legate alle banche, alle società finanziarie, agli studi legali o quegli incubatori di pubblicità come Google e Facebook, tutte professioni che in molti casi hanno lo scopo di sfruttare gli altri nella maniera più efficiente possibile. Questo è in sintesi il pesante giudizio di Bregman (4).

E su questo tema l’autore si lancia in una proposta utopistica.

“Nelle nostre società avanzate, i prezzi nei settori ad alta intensità di lavoro come la sanità e l'istruzione aumentano più velocemente dei prezzi dei settori in cui gran parte del lavoro può essere automatizzata in maniera più estesa. Questo costringe i governi a una spesa sempre più elevata per garantire questi servizi, che Baumol definisce la ‘malattia dei costi’.

Ma è davvero una malattia?  In fondo, più diventano efficienti le nostre fabbriche e i nostri computer, meno devono diventare efficienti, in senso economico, la sanità e l'istruzione, vale a dire, più tempo ci resta per seguire i vecchi e i malati, di organizzare l'educazione su scala più personale”.

Purtroppo, prosegue Bregman, “l'opinione comune è che non ce lo possiamo permettere. Ma se siamo ossessionati dall’efficienza e dalla produttività, è difficile capire il reale valore dell'istruzione e dell'assistenza, ne cogliamo soltanto i costi. Non capiamo che più un paese diventa ricco più dovrebbe spendere per insegnanti e dottori.

Guardare solo al prezzo di un prodotto significa ignorare una grossa fetta dei costi. Mentre i servizi pubblici comportano spesso una serie di benefici nascosti, il settore privato è invece pieno di costi occulti” che vengono scaricati sulla collettività.

 

Chi produce “ricchezza”

Per spiegare meglio il concetto, l’autore  fornisce questi dati: “per ogni dollaro che una società finanziaria guadagna, si stima che venga distrutto l'equivalente di 60 centesimi in altri punti della catena economica. Di converso, per ogni dollaro che guadagna la ricerca, viene restituito all'economia un valore di almeno 5 dollari, e spesso molto di più”.

“Se c'è mai stato un posto da cui dovrebbe partire la ricerca di un mondo migliore è l'aula scolastica”, continua l’autore. “Dovendo stilare una lista delle professioni più influenti, l'insegnante figurerebbe probabilmente in cima alla classifica, non per i soldi che guadagna ma perché insegnare influenza qualcosa di assai più grosso: il corso della storia dell'umanità.

L’istruzione dovrebbe prepararci non solo al mercato del lavoro ma, cosa più fondamentale, alla vita. Vogliamo mettere un freno al settore finanziario? Allora forse dovremmo dare agli economisti in erba alcune dritte di filosofia ed etica.

Se vogliamo che questo secolo sia quello in cui diventeremo tutti i più ricchi, allora dovremmo sbarazzarsi del falso mito secondo il quale uno stipendio più alto è automaticamente un riflesso del valore sociale”.

La conclusione di Bregman è “rivoluzionaria”: “paghiamo la gente in base al contributo che dà alla comunità. Netturbini, infermieri e insegnanti dovrebbero avere un aumento sostanzioso di stipendio, mentre qualche lobbista, legale o banchiere vedrebbe crollare i propri emolumenti, perché molte volte con il loro lavoro vanno contro l'interesse pubblico”.

 

Pura utopia?

Il linguaggio di Bregman appare utopico ma non è completante fuori dalla realtà.

Mauro Magatti (6), durante la 48° Settimana Sociale dei cattolici a Cagliari, ha affermato: “le infrastrutture, la formazione, l’integrazione sociale, l’identità locale non sono costi ma investimenti. La stessa BCE ha di recente ammesso che le spese per sanità, educazione e infrastrutture ‘hanno effetti positivi sulla crescita a lungo termine, riducendo al tempo stesso la spesa improduttiva’ ”.

Più recentemente Maurizio Molinari (7) ha scritto che per fronteggiare la sfida delle disuguaglianze servono idee nuove. Da qui nasce, a suo avviso,  “la necessità di gettare lo sguardo dentro atenei e centri di studio, scommettendo sulla creatività dei ricercatori per trovare una ricetta che armonizzi innovazione, lavoro e speranze. Chiunque la troverà avrà l'opportunità di sanare la ferita della globalizzazione, generare nuove opportunità di sviluppo e ricostruire dal di dentro le democrazie rappresentative”.

“Dopo la crisi finanziaria globale del 2008 e con l'avvento dell'era della Brexit e di Trump”, conclude il suo libro Bregman, “ci sono sempre più persone affamate di un vero antidoto radicale sia alla xenofobia sia alla disuguaglianza. Di un'intera nuova mappa del mondo. Di una nuova fonte di speranza. Per farla breve, di una nuova utopia”.

 

1 Fonte: neodemos.info

2 Il piano inclinato, Il Mulino, Bologna 2017

3 Tratto da: Andrea Bozzolo - Roberto Carelli (a cura di), Evangelizzazione e educazione, Editrice LAS, Roma 2011.

4 Fonte: rivistailmulino.it

5 Utopia per realisti, vedi pag. 25

6 Fonte: settimanesociali.it

7 La Stampa, domenica 24 giugno 2018

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Incoraggeremmo nostro figlio a trovare un lavoro all’estero o, comunque, lontano da casa?

•          Più si percepisce uno stipendio alto più si fa un lavoro importante: concordiamo?

•          Se dovessimo fare una graduatoria dei lavori utili per la società, quali metteremmo nei primi posti?

 

12-L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

Il diritto allo sviluppo si fonda sui seguenti principi: unità d’origine e comunanza di destino della famiglia umana; eguaglianza tra ogni persona e tra ogni comunità basata sulla dignità umana; destinazione universale dei beni della terra; integralità della nozione di sviluppo; centralità della persona umana; solidarietà. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, n. 446

 

Lo sviluppo integrale dell’uomo non può aver luogo senza lo sviluppo solidale dell’umanità.

Populorum progressio, n. 43

La solidarietà è la determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Sollicitudo rei socialis, n. 38

 

A cura della Redazione

Dopo aver toccato diversi argomenti in chiave più o meno utopica proviamo ora ad aprirci al futuro con le proposte  che sono state sottoscritte nell’ambito delle Nazioni Unite da 193 Paesi, compreso il nostro, il 25 settembre 2015.

In Italia la notizia è passata sotto silenzio un po’ perché la nostra attenzione era concentrata sui problemi interni, un po’ perché nutriamo una certa disillusione nei confronti delle iniziative ONU, soprattutto per quanto riguarda le sue iniziative di “pace”.

Ma in questo caso, vale la pena prendere l’argomento in considerazione.

 

Gli obiettivi di sviluppo del Millennio

Quanto proposto nell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile (1), infatti, fa seguito a quanto fu già proposto dall’ONU nel 2000 come Obiettivi di sviluppo del Millennio (2) e di cui conosciamo i risultati, che sono senz’altro apprezzabili.

“È utile fissare degli obiettivi di sviluppo?”, si chiede Marco Chiesara (3). E risponde: “Guardando in modo retrospettivo agli ultimi quindici anni la risposta è affermativa.

Gli otto obiettivi del 2000 non sono stati tutti raggiunti, ma l'esistenza di una unica cornice internazionale ha facilitato la creazione di un linguaggio comune tra i vari attori dello sviluppo. Non è cosa da poco, in un mondo in cui le divisioni non diminuiscono e, anzi, aumentano con il crescere della diseguaglianze interne nei paesi a medio reddito”.

Quello che è cambiato dal  2000 a oggi, e che ha portato alla formulazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, è il fatto che “non ci sono solo più paesi poveri e sottosviluppati che devono allinearsi, ma in ogni paese possono essere compiuti progressi in campo economico, sociale, educativo, sanitario, ambientale”.

Gli obiettivi, nella nuova Agenda, sono passati così da otto a diciassette e “ben dodici sono riferibili in modo prevalente alle dimensioni economica ed ambientale”.

 

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

Proviamo ora a vedere da vicino questi diciassette obiettivi, comparandoli, quando possibile, con gli Obiettivi del Millennio.

 

1. Sconfiggere la povertà

“Su questo primo aspetto, sono stati raggiunti risultati importanti”, scrive Marco Rizzo (Centro di ricerca sulle Organizzazioni Internazionali ed Europee dell’Università Luiss (4) ).

“Nel 1990, circa metà della popolazione nei paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 $ al giorno, mentre quella percentuale è ora drasticamente calata al 15%. Il numero delle persone, invece, che vivono in condizioni di estrema povertà è calato da circa 1,9 miliardi a 836 milioni”.

L’Agenda 2030 si pone l’obiettivo di “sradicare la povertà estrema per tutte le persone in tutto il mondo e di ridurre almeno della metà la quota di uomini, donne e bambini di tutte le età che vivono in povertà in tutte le sue forme”.

 

2. Sconfiggere la fame

“La percentuale delle persone denutrite è diminuita in maniera significativa, dal 23,3% calcolato nel biennio 1990-1992 al 12,9% nel biennio 2014-2016”, scrive Rizzo, anche se, sottolinea l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASVIS) (5), “negli ultimi anni l’insicurezza alimentare globale ha ripreso a crescere per la prima volta dal 2003”.

L’Agenda intende porre fine, entro il 2030, “alla fame e garantire a tutti, in particolare ai poveri e le persone più vulnerabili, tra cui neonati, un accesso sicuro a cibo nutriente e sufficiente per tutto l'anno”, come pure  “porre fine a tutte le forme di malnutrizione” e “soddisfare le esigenze nutrizionali di ragazze adolescenti, donne in gravidanza e allattamento e le persone anziane”.

 

3. Salute e benessere

“Tra il 2000 e il 2015, i tassi di mortalità materna e dei bambini sotto i 5 anni sono diminuiti rispettivamente del 37% e del 44%. dal 1990 al 2015”, annota l’ASVIS mentre l’Agenda 2030 intende “ridurre il tasso di mortalità materna globale a meno di 700 per ogni 100.000 bambini nati vivi”. Inoltre, si pone l’obiettivo di “porre fine alle morti prevenibili di neonati e bambini sotto i 5 anni di età”.

“Dal 2000 al 2013”, scrive Rizzo, “i casi di infezione da HIV sono diminuiti del 40% dal 2000 al 2013, con un numero di casi stimati da 3,5 milioni a 2,1 milioni di persone” mentre per la malaria “si stima che siano state salvate 6,2 milioni di vite”.

Su questo tema, l’Agenda intende “porre fine alle epidemie di AIDS, tubercolosi, malaria e malattie tropicali trascurate; combattere l'epatite, le malattie di origine idrica e le altre malattie trasmissibili”.

 

4. Istruzione di qualità

Sempre Rizzo scrive: “nei paesi in via di sviluppo, il tasso d’iscrizione alla scuola primaria ha raggiunto il 91% rispetto all’83% del 2000. Si calcola, poi, che il numero di persone che abbandonano il mondo dell’istruzione sia passato dai 100 milioni del 2000 ai 57 del 2015. Anche il gap tra uomini e donne, in questo settore, è diminuito”.

L’Agenda intende “garantire entro il 2030 ad ogni donna e uomo un accesso equo ad un’istruzione tecnica, professionale e terziaria - anche universitaria - che sia economicamente vantaggiosa e di qualità”.

 

5. Parità di genere

Se, come visto, a livello di istruzione è stata praticamente raggiunta la parità di genere, “tra il 2005 e il 2016, in 87 Paesi del mondo”, scrive l’ASVIS, “il 19% delle donne tra i 15 e i 49 anni denunciava di aver subito violenza fisica o sessuale da un partner negli ultimi 12 mesi”.

L’Agenda intende “eliminare ogni forma di violenza nei confronti di donne e bambine, sia nella sfera privata che in quella pubblica, compreso il traffico di donne e lo sfruttamento sessuale e di ogni altro tipo e di eliminare ogni pratica abusiva come il matrimonio combinato, il fenomeno delle spose bambine e le mutilazioni genitali femminili”.

 

6. Acqua pulita e servizi igienico sanitari

 “Il 91% della popolazione mondiale ha accesso all’acqua bonificata (paragonato al 76% del 1990) e le persone che hanno guadagnato accesso ai servizi igienici sono circa 2,1 miliardi”, scrive Rizzo, anche se oltre 2 miliardi di persone vivono ancora sotto stress idrico.

L’obiettivo dell’Agenda è quello di “ottenere entro il 2030 l’accesso universale ed equo all'acqua potabile - sicura ed economica per tutti - e l'accesso ad impianti sanitari e igienici adeguati ed equi per tutti, ponendo fine alla defecazione all'aperto”.

 

7. Energia pulita e accessibile

 “Nel 2016 l’85% della popolazione mondiale aveva accesso all’elettricità mentre nel 2000 la percentuale era del 72%. Ma ancora 1,1 miliardi di persone vivono senza corrente e 2,8 miliardi non hanno modo di cucinare in modo pulito”.

Da questi dati, forniti dall’ASVIS, si muove l’Agenda che intende “aumentare considerevolmente entro il 2030 la quota di energie rinnovabili nel consumo totale di energia e raddoppiare il tasso globale di miglioramento dell’efficienza energetica”.

 

8. Lavoro dignitoso e crescita economica

“A livello globale”, annota l’ASVIS, “la crescita annuale media del PIL pro-capite è passata dallo 0,9% del 2005-2009 al 1,6% del 2010-2015 e nei Paesi in via di sviluppo, la percentuale è passata dal 3,5% al 4,6%”.

Il primo obiettivo dell’Agenda è quello di “sostenere la crescita economica pro capite, e in particolare una crescita annua almeno del 7% del prodotto interno lordo nei paesi in via di sviluppo”, tentando, allo stesso tempo, “di scollegare la crescita economica dalla degradazione ambientale”.

Per quanto riguarda l’Italia, nel 2015 “il PIL del Mezzogiorno rappresentava il 47% di quello del Nord-ovest”, scrive l’ASVIS.

 

9. Imprese, innovazione e infrastrutture

A livello globale, i finanziamenti destinati a Ricerca a Sviluppo si sono attestati all'1,7% del PIL nel 2014, rispetto all’1,5% del 2000”, annota l’ASVIS.

L’Agenda si propone di “sviluppare infrastrutture di qualità, affidabili, sostenibili e resilienti, per supportare lo sviluppo economico e il benessere degli individui, con particolare attenzione ad un accesso equo e conveniente per tutti” e di “promuovere un'industrializzazione inclusiva e sostenibile”.

“Dal 2015”, scrive Rizzo, “ il 95% della popolazione mondiale gode di un segnale per la linea telefonica ed il numero delle persone che posseggono un cellulare è cresciuto dieci volte tanto, dai 738 milioni nel 2000 ad un numero superiore ai 7 miliardi nel 2015. La percentuale di persone che godono di accesso ad Internet è cresciuta dal 6% al 43% della popolazione mondiale. Come risultato, 3,2 miliardi di persone sono oggi globalmente collegate in rete”.

 

10. Ridurre le diseguaglianze

 “Dal 2008 al 2014”, secondo l’ASVIS, “il 40% della popolazione mondiale più povera ha visto aumentare il proprio reddito o le possibilità di consumo”.

L’obiettivo dell’Agenda è di insistere su questo fronte, sostenendo “la crescita del reddito del 40% della popolazione nello strato sociale più basso ad un tasso superiore rispetto alla media nazionale”, e contemporaneamente, “migliorare la regolamentazione e il monitoraggio di istituzioni e mercati finanziari globali”.

 

11. Città e comunità sostenibili

 “In tema di sviluppo sostenibile”, scrive Chiesara, “ciascuno di noi è chiamato a fare delle scelte e nessuno può chiamarsi fuori”. Il problema è di estrema attualità perché se “nel 2015, il 54% della popolazione mondiale (4 miliardi di persone) viveva nelle città, si prevede che entro il 2030 saranno in totale cinque miliardi le persone che risiederanno in agglomerati urbani”, annota l’ASVIS.

Entro il 2030, l’Agenda si propone di “garantire a tutti l’accesso ad alloggi adeguati, sicuri e convenienti e ai servizi di base e riqualificare i quartieri poveri”, riducendo “l’impatto ambientale negativo pro-capite delle città, prestando particolare attenzione alla qualità dell’aria e alla gestione dei rifiuti urbani e di altri rifiuti”.

 

12. Consumo e produzione responsabili

“A livello globale, il Material footprint, che indica i flussi di risorse minerali e organiche che so-no state rimosse dall’ambiente per produrre un bene”, segnala l’ASVIS, “è passato dai 48,5 miliardi di tonnellate del 2000 a 69,3 miliardi di tonnellate nel 2010”. L’Agenda si pone come obiettivo di raggiungere, entro il 2030, “la gestione sostenibile e l’utilizzo efficiente delle risorse naturali, dimezzare lo spreco alimentare globale pro-capite e ridurre in modo sostanziale la produzione di rifiuti attraverso la riduzione, il riciclo e il riutilizzo”.

 

13. Lotta contro il cambiamento climatico

Questo, come altri punti, non erano previsto in modo così esplicito  negli Obiettivi di sviluppo del Millennio, ma negli ultimi quindici anni è diventato di stringente attualità.

L’Agenda intende “rafforzare in tutti i Paesi la capacità di ripresa e di adattamento ai rischi legati al clima e ai disastri naturali e integrare le misure di cambiamento climatico nelle politiche, strategie e pianificazione nazionali”.

 

14. Vita sott’acqua

 “Su 63 ecosistemi marini presi in esame dall’Onu, il 16% risulta a rischio o seriamente a rischio per l'eutrofizzazione costiera”, scrive l’ASVIS.

“La pesca eccessiva ha ridotto la produzione in campo alimentare, danneggiato gli ecosistemi e diminuito la biodiversità”. Per porre rimedio a questa situazione l’Agenda si propone “entro il 2025, di prevenire e ridurre in modo significativo ogni forma di inquinamento marino” ma soprattutto “entro il 2020, regolare in modo efficace la pesca e porre termine ai metodi di pesca distruttivi”, preservando, sempre entro il 2020 “almeno il 10% delle aree costiere e marine”.

 

15. Vita sulla terra

 “Tra il 2010 e il 2015”, segnala l’ASVIS, “la perdita annuale di aree forestali era meno della metà che nel 1990”, riducendosi, “ma la perdita di biodiversità è continuata a tassi allarmanti”.

Entro il 2030 l’Agenda intende “combattere la desertificazione, ripristinare le terre degradate, comprese quelle colpite da desertificazione, siccità e inondazioni, e battersi per ottenere un mondo privo di degrado del suolo”

 

16. Pace, giustizia e istituzioni solide

 “A livello globale, il numero di vittime di omicidi volontari si è attestato nel 2015 tra le 4,6 e le 6,8 vittime ogni 100 mila persone”, riporta l’ASVIS, mentre “persistono molteplici forme di violenza nei confronti dei bambini”.

In questa direzione l’Agenda intende “ridurre ovunque e in maniera significativa tutte le forme di violenza e il tasso di mortalità ad esse correlato” e, contemporaneamente, “porre fine all’abuso, allo sfruttamento, al traffico di bambini e a tutte le forme di violenza e tortura nei loro confronti”.

Un altro impegno è quello di ridurre in maniera significativa, entro il 2030 “ il finanziamento illecito e il traffico di armi e combattere tutte le forme di crimine organizzato”.

 

17. Partnership per gli obiettivi

”Nel 2016, gli aiuti pubblici allo sviluppo da parte dei Paesi OCSE sono aumentati del-l'8,9% e Germania, Danimarca, Lussemburgo, Norvegia, Svezia e Regno Unito hanno raggiunto il traguardo fissato dall'ONU di portarli allo 0,7% del reddito nazionale lordo. In Italia, l’obiettivo è ancora lontano”, scrive l’ASVIS.

L’Agenda chiede ai “paesi industrializzati di rispettare i loro impegni ufficiali di aiuto allo sviluppo”.

In campo tecnologico chiede “di rafforzare l’uso della tecnologia avanzata in particolar modo nell’informazione e nelle comunicazioni”, mentre in campo commerciale di “promuovere un sistema di scambio universale, regolamentato, aperto, senza discriminazioni e multilaterale”.

In generale, l’impegno è quello di “promuovere la stabilità macroeconomica globale attraverso il coordinamento e la coerenza politica”.

 

1 Vedi: unric.org

2 Vedi: unric.org

3 Fonte: huffingtonpost.it

4 Fonte:croie.luiss.it

5 Vedi: asvis.it

 

Per il lavoro di coppia e di gruppo

•          Quali di questi temi toccano da vicino noi e le nostre famiglie?

•          Su quali di questi temi l’Italia deve impegnarsi per migliorare?

•          Cosa facciamo, in concreto, per aiutare Missioni e ONG presenti nei paesi più poveri?

•          Avete letto e approfondito l’enciclica Laudato sii di papa Francesco (vedi GF88)”?

 

Uomini e donne nella Bibbia

13-Il Vangelo della finanza

Se è vero che il cristianesimo ha nel suo cuore l’“incarnazione” per cui il Lógos divino “diviene carne”, è naturale che Cristo e la Chiesa delle origini siano stati coinvolti nelle coordinate storiche non solo religiose, culturali e politiche del I secolo, ma si siano confrontati anche con l’economia.

 

Partiamo da un passo fondamentale, un celebre lóghion o detto di Cristo, simile quasi a un tweet (in greco sono 54 tra caratteri e spazi): “Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. In questione è il tributo per legge che era imposto dall’esoso fisco romano ai cittadini delle nazioni sottomesse.

La lapidarietà dell’affermazione di Gesù ha come corollario necessario la ben più complessa applicazione nella concretezza storica. Nella visione cristiana economia e politica, da una parte, ed etica e religione, dall’altra, sono nettamente distinte.

Tuttavia, distinzione non significa opposizione o negazione, come accade nella secolarizzazione laicista. Non significa neppure totale separazione, perché unico è l’oggetto dell’economia/politica e della fede, cioè la persona umana.

Ecco perché, accanto alla moneta di Cesare, Cristo introduce implicitamente un’altra “moneta” che ha su di sé un’immagine diversa, quella di Dio, ossia la persona umana.

 

È ciò che affiorava nella mente dell’uditorio di Gesù che ben conosceva l’asserto della Genesi: “Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò”.

C’è, dunque, una dignità umana sulla quale non può prevaricare la pur necessaria economia che non deve assurgere a dogma unico e a norma esclusiva, come si è purtroppo sperimentato in certe vicende finanziarie recenti.

Per questo, sulla scia dei profeti (si pensi solo ad Amos), la voce di Cristo si leverà forte e chiara contro la corruzione, la ricchezza sfrenata, gli squilibri sociali: in questi casi la finanza diventa mammona, un termine di matrice fenicia che trasforma denaro e ricchezza in idolo.

 

È interessante leggere il paragrafo che segue la parabola lucana dell’amministratore corrotto ma astuto, ove l’evangelista ha raccolto detti pronunziati da Gesù in contesti diversi, ma con lo stesso filo conduttore “economico”.

 Citiamo solo questo lóghion: “Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza”.

Significativa è un’altra affermazione nella quale è introdotta la speculazione finanziaria: “Io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne…”.

Gesù invita chi si è comportato così a “farsi amici” i poveri con la donazione a loro di questa ricchezza disonesta. Sarà un ottimo investimento perché essi, che sono i privilegiati di Dio, ci apriranno le porte delle “dimore eterne”, ossia della salvezza finale nell’incontro pieno e perfetto con Dio.

Cristo, pur così critico nei confronti della ricchezza tanto da confessare di non possedere neppure una pietra ove posare il capo, non propone un retorico pauperismo che postula il puro e semplice rigetto del denaro.

Infatti, al giovane ricco, per accoglierlo tra i suoi discepoli, dichiara: “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi e dallo ai poveri, e avrai un tesoro nel cielo”. È, quindi, un vero “investimento” nella carità e nella koinonía fraterna, come accadrà nella comunità cristiana di Gerusalemme.

+ Gianfranco Ravasi

Testo tratto da: Il Fatto Quotidiano, 30 maggio 2018

 

14-PER APPROFONDIRE IL TEMA

I libri usati per realizzare questo numero

 

Rutger Bregman, Utopia per realisti, Feltrinelli Editore, Milano 2017.

Se credete nel valore dell’utopia come modalità per guardare il mondo con occhi nuovi, questo libro fa per voi. Se vi interessa approfondire i temi trattati in questo numero questo è senz’altro il  primo libro che vi suggeriamo di leggere.

Viviamo oggi in quello che, nel Medioevo, sarebbe stato il Paese di Cuccagna eppure ci lamentiamo e non riusciamo a immaginare un mondo migliore di quello che abbiamo adesso.

Scrive l’autore: “Il mio non è un tentativo di prevedere il futuro. È un tentativo di aprire le porte del futuro”. Si può ovviamente non essere d’accordo con quanto scrive Bregman, ma non si può negare la serietà della sua ricerca.

Il libro è un testo di “nicchia” ma ha ottenuto l’apprezzamento di un sociologo del calibro di Zygmun Bauman, che lo cita diverse volte nel suo ultimo libro Retrotopia.

 

Serge Latouche, La scommessa della decrescita, Feltrinelli Editore, Milano 2007

Serge Latouche, al contrario di Bregman, è un pensatore decisamente più noto, che deve la sua fama al concetto di “decrescita felice”, anche se lui preferisce, giustamente, parlare di “decrescita serena”.

Latouche sostiene l’idea di prestare molta meno attenzione alla crescita del PIL favorendo, invece, un aumento di benessere, di dare meno valore ai beni materiali a vantaggio di quelli immateriali.

Il libro proposto è una sintesi del suo pensiero, occasione per ribattere a tutti coloro che lo osteggiano o hanno una lettura incompleta delle sue argomentazioni.

Si tratta di un libro di piccolo formato (e costo) ma molto ricco di concetti ed idee.

Se si vuol trovare un limite al testo questo risiede nella forza della denuncia a cui non corrisponde sempre la concretezza della proposta.

 

Muhammad Yunus, Un mondo a tre zeri, Feltrinelli Editore, Milano 2018.

Muhammad Yunus, Il banchiere dei poveri, Feltrinelli Editore, Milano 2013.

Al contrario del testo di Latouche, i libri di Yunus sono molto concreti.

Nel primo volume l’autore presenta i successi delle sue attività in essere nelle varie parti del mondo, utilizzandole come esempio per sostenere che molto si possa fare per cambiare in meglio la nostra società.

Yunus è l’inventore del microcredito, non si può capire appieno il suo pensiero e le sue utopie senza avere letto il secondo volume in cui narra come, da studioso di economia, si sia trasformato con successo in “banchiere” per  più poveri.

 

Jeremy Rifkin, La società a costo marginale zero, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2017.

Enrico Giovannini, L’utopia sostenibile, Editori Laterza, Bari-Roma 2018.

Il libro di Rifkin è un testo molto denso in cui l’autore presenta quello che definisce “il primo nuovo sistema economico sorto dopo l’avvento del socialismo e del comunismo”, in grado di ridurre la disparità di reddito e di rendere l’economia globale più democratica ed ecologica.

Il libro di Giovannini fornisce le basi teoriche da cui è scaturita l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e le indicazioni su quanto l’Italia è chiamata a fare per raggiungere, a sua vol-ta, tali obiettivi.

Giova ricordare che l‘autore è portavoce dell’ASVIS.

 

Maria Giuseppina Lucia (a cura di), Verso un’economia della sostenibilità, Edizioni Franco Angeli,  Milano 2018.

Zygmunt Bauman, Retrotopia, Editori Laterza, Bari-Roma 2017.

Il libro curato dalla Lucia fa parte della Collana Innovation Creativity Setting (InCreaSe) diretta dal prof. Guido Lazzarini.

Si tratta di un testo specialistico da cui abbiamo tratto il modello dell’economia circolare.

Il libro di Bauman, l’ultimo pubblicato dall’autore, affronta il tema della nostalgia, del rimpianto che, in un tempo di crisi, si prova per i “bei tempi andati” anche se, in realtà, tanto belli non erano. Il testo riassume e analizza gran parte dei malesseri della nostra epoca.

 

15-Il Forum Famiglie da papa Francesco

Per il venticinquesimo della sua fondazione il Forum delle associazioni familiari è stato ricevuto, sabato 16 giugno, in udienza privata da papa Francesco.
Riportiamo di seguito la sintesi del saluto al Santo Padre del presidente del Forum, Gianluigi De Palo e la risposta di papa Francesco.

 

Santità,

Prima di tutto grazie, a nome mio e di tutte le associazioni presenti nel Forum delle Famiglie, per tutto quello che fa per noi.
Venticinque anni fa erano appena tre le associazioni che andarono dal notaio per far nascere il Forum. Oggi sono diventate 582 tra nazionali e locali e continuano ad aumentare.
E qui in questa bellissima sala c'è un pezzo importante del paese. Ci sono presidenti delle più grandi associazioni italiane che hanno fatto e fanno la storia del nostro Paese. Associazioni che risolvono i problemi di centinaia di migliaia di famiglie in difficoltà. Cellule staminali, rigorosamente adulte, che silenziosamente, senza clamore e quotidianamente, lavorano per la coesione sociale di questa nostra Italia così bella, ma così in difficoltà in questo periodo.
Santità, le famiglie italiane sono tanto stanche di portare sulle loro spalle il welfare del Paese e di non aver alcun riconoscimento per questo sforzo d'amore e di solidarietà. I giovani italiani sono stanchi di dover andare all'estero a realizzare i loro sogni, non solo lavorativi, ma anche familiari. Le donne italiane sono stanche di dover nascondere il pancione, perché altrimenti rischiano il licenziamento e quindi di perdere il lavoro. Sono ormai quarant’anni che in questo Paese si parla di famiglia senza che nessuno - o quasi - nel mondo delle istituzioni nazionali abbia fatto realmente qualcosa. Perché?
Per questo nei mesi scorsi abbiamo lanciato un patto per la natalità che ha messo attorno ad un tavolo tutte le forze politiche, mediatiche, sindacali e imprenditoriali affinché si ragionasse seriamente su come far ripartire le nascite. La famiglia non è un problema, ma la soluzione dei problemi del paese. Ci aiuti anche lei in questa missione che sembra più grande di noi.
Un'altra cosa che ci sta particolarmente cuore e per cui la vogliamo ringraziare è l’Amoris letitia. Qui oggi, in questa sala, c’è l’Amoris Letizia che si è fatta carne.
Gianluigi De Palo
 

Buongiorno a tutti,
Sentendo parlare Gianluigi ho colto che nelle sue parole c’era fuoco, c’era mistica. Da tempo non sentivo parlare della famiglia con tanta passione. Ci vuole coraggio per farlo oggi!
Mentre lui parlava, mi venivano alla mente e al cuore tante cose sulla famiglia. Lui ha parlato col cuore, e anch’io vorrei parlare col cuore.
Lui ha usato un’espressione: “guardarsi negli occhi”. L’uomo e la donna, il marito e la sposa, si guardano negli occhi.
La vita di famiglia è un sacrificio, ma un bel sacrificio. L’amore è come fare la pasta: non si può saltare un giorno. L’amore nel matrimonio è una sfida, per l’uomo e per la donna. La più grande sfida dell’uomo è fare più donna sua moglie. E la sfida della donna è fare più uomo suo marito. E così che si cresce insieme.
Un’altra cosa che nella vita matrimoniale aiuta tanto è la pazienza, saper aspettare. Ci sono nella vita situazioni di crisi coniugale dove, a volte, è presente anche l’infedeltà. Ci vuole allora la pazienza dell’amore che aspetta. E questa è santità, la santità che perdona tutto, perché tutto ama.
Ci sono tre parole che sono parole magiche, importanti nel matrimonio.
Prima di tutto, “permesso”: non essere invadente con l’altro. Seconda parola: “Scusa”. Chiedere scusa è tanto importante! Tutti sbagliamo nella vita. La capacità di chiedere scusa, anche se comporta sempre un po’ di vergogna, aiuta a portare avanti la famiglia.
E la terza parola: “Grazie”. Avere la grandezza di cuore di ringraziare sempre.

Poi Luigi ha parlato di Amoris laetitia, e ha detto: “Qui l’Amoris laetitia si è fatta carne”. Mi piace sentire questo. Vi invito a leggete il quarto capitolo, che è il nocciolo dell’Esortazione.
In Amoris laetitia non si nascondono i problemi, come quello della preparazione al matrimonio. Servono le conferenze, serve spiegare le cose, ma ci vogliono uomini e donne, amici, che parlino ai fidanzati e li aiutino a maturare nella loro scelta. Possiamo dire che oggi c’è bisogno di un catecumenato per il Matrimonio, come c’è un catecumenato per il Battesimo.
Un altro problema trattato in Amoris laetitia è l’educazione dei figli. Oggi i figli sono più svelti di noi! Ma dobbiamo educarli alla vita familiare, al sacrificio gli uni per gli altri.
La famiglia è un’avventura bella! E oggi – lo dico con dolore – tante volte si pensa a sposarsi come fosse una lotteria: “Se va, va. Se non va, incomincio da capo”.
Quanta superficialità sul dono più grande che ha dato Dio all’umanità: la famiglia!
Oggi si parla di famiglie “diversificate”: diversi tipi di famiglia. È vero che la parola “famiglia” è una parola analogica, ma la famiglia umana come immagine di Dio, uomo e donna, è una sola.
I figli sono il dono più grande, vanno accolti come Dio li manda, come Dio permette – anche se a volte sono malati. Ho sentito dire che è abituale, nei primi mesi di gravidanza, fare certi esami, per vedere se il bambino ha qualche problema. La prima proposta in quel caso è: “Lo mandiamo via?”. Per avere una vita tranquilla, si fa fuori un innocente.
Nel secolo scorso tutto il mondo era scandalizzato per quello che facevano i nazisti per curare la purezza della razza. Oggi facciamo lo stesso, ma con guanti bianchi.
E vorrei finire con un consiglio che una volta mi ha dato un professore, una sorta di test di maturità. Lui affermava che una persona adulta è matura se è capace di giocare con i bambini.
Quindi vi dico: perdete tempo con i vostri figli, giocate con loro. Non dite loro: “Non disturbare!”.
Grazie a tutti voi. Grazie per la passione, grazie per l’amore che avete per la famiglia. E avanti con coraggio.
Papa Francesco
Adattamento e sintesi della Redazione

 

16-Una richiesta

Ci servono indirizzi di nuove famiglie!

Carissimi,

Il prossimo numero, in uscita a dicembre, sarà in numero 100 della rivista.

Non è un traguardo da poco, poiché ci sono voluti 28 anni per raggiungerlo.

In questo periodo di tempo si sono anche succedute le “generazioni” di lettori.

Il contatore inserito nell’indirizzario segna il numero 9.000 anche se gli indirizzi a cui viene inviata la rivista sono poco più di 3.000. I lettori cambiano, al momento l’impegno resta.

E qui si inserisce la mia richiesta: vorremmo aumentare il numero delle famiglie che ci ricevono e ci leggono, ma per far questo abbiamo bisogno della vostra collaborazione.

Sappiamo che diverse famiglie leggono la rivista on-line, che in certi gruppi la riceve solo la coppia responsabile, che il tempo è sempre poco.

Eppure... un foglio di carta, prima di essere gettato via, va almeno guardato, un messaggio di posta elettronica si elimina con un clic, sovente senza neanche aprirlo.

Vi invitiamo quindi a farci avere, nel rispetto della privacy, indirizzi postali di famiglie, sacerdoti, religiosi e religiose a cui la rivista possa interessare.

Vi ricordiamo che l’invio è gratuito, anche se ad ogni copia è abbinato un modulo di conto corrente postale precompilato (confidiamo nella Provvidenza!).

Attendo il vostro contributo.

Un caro saluto,

Noris Bottin, presidente associazione Formazione e Famiglia

 

Per concludere

17-Promuovere il bene comune

Dall'interdipendenza sempre più stretta e piano piano estesa al mondo intero deriva che il bene comune — cioè l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente — oggi vieppiù diventa universale, investendo diritti e doveri che riguardano l’intero genere umano…

L’ordine sociale pertanto e il suo progresso debbono sempre lasciar prevalere il bene delle persone, poiché l’ordine delle cose deve essere subordinato all’ordine delle persone e non l’inverso, secondo quanto suggerisce il Signore stesso quando dice che il sabato è fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato. Quell’ordine è da sviluppare sempre più, deve avere per base la verità, realizzarsi nella giustizia, essere vivificato dall’amore, deve trovare un equilibrio sempre più umano nella libertà.

Per raggiungere tale scopo bisogna lavorare al rinnovamento della mentalità e intraprendere profondi mutamenti della società. Lo Spirito di Dio, che con mirabile provvidenza dirige il corso dei tempi e rinnova la faccia della terra, è presente a questa evoluzione.

Il fermento evangelico suscitò e suscita nel cuore dell'uomo questa irrefrenabile esigenza di dignità.

Gaudium et spes, n. 26